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Tuesday 11 April 2006 - 11:15
Salvatore Guglielmino - Guida al Novecento    
di Antonio Monteduro
Se non ci fosse stato, sarebbero stati guai, guai seri.
Apparsa in prima edizione nell’aprile del 1971, la “Guida al Novecento” di Salvatore Guglielmino divenne in brevissimo tempo una vera e propria pietra miliare non solo e non tanto della letteratura per le scuole, ma anche di critica letteraria nel senso più ampio del termine, al punto da avere una seconda edizione nel luglio dello stesso anno e ben sette ristampe di quest’ultima fino al marzo del ’76, che è l’anno nel quale chi scrive ebbe la fortuna di poterlo conoscere ed apprezzare per la prima volta.
Era infatti la tarda primavera del 1976. I bocciuoli spuntavano sui rami freschi degli alberi, tra i quali gli uccellini cinguettavano felici, il sole cominciava a riscaldare, si vedevano qua e là i primi bagnanti; eravamo sui vent’anni scarsi, il futuro era nelle nostre mani avide di vita e gli ormoni pulsavano festosi nei nostri corpi e nelle nostre menti. Tutto sembrava gloriosamente progredire sulla strada della vita, non fosse stato che per quell’unico, gigantesco piccolo particolare: l’incombente esame di maturità. Quell’anno, stanti i numerosi ed approfonditi calcoli delle probabilità eseguiti durante tutto il corso dell’anno scolastico, avremmo dovuto avere Storia all’orale, così, da buoni liceali del classico, più o meno tutti quanti decidemmo di portare Storia, per l’appunto, ed Italiano. Peccato però che, come al solito, di Italiano fossimo arrivati ad uno stentato d’Annunzio, e che si corresse così il rischio di trovare un membro esterno della commissione che, affatto noncurante del lavoro svolto durante l’anno, volesse pervicace interrogare sugli ermetici, o su Pirandello, o, Dio non volesse!, addirittura su Pavese!
Fu allora che scoprimmo la miniera d’oro: non ricordo più chi portasse per la prima volta in classe “il Guglielmino”, come familiarmente avremmo ben presto imparato a chiamarlo; ma fu un successo immediato. In un lampo ci rendemmo conto con infinito sollievo che non solo i nostri guai e le nostre apprensioni potevano ragionevolmente dirsi conclusi, ma che addirittura stavamo per scoprire cose fino ad allora non solo inaudite ma neanche minimamente sospettate. Scoprimmo infatti che non solo la letteratura italiana, lungi dall’esaurirsi attorno agli anni della prima guerra mondiale come eravamo fino ad allora stati abituati a pensare, continuava, addirittura!, fino ai giorni nostri, ma scoprimmo anche esterrefatti che, al di fuori degli angusti confini del nostro pur bel paese, pulsavano, vive e ricche di impensate risorse e preziosi tesori, letterature straniere delle quali avevamo avuto al massimo qualche vago sentore qua e là sotto forme di anodine citazioni di nomi e dati più o meno fine a se stessi.
“Il Guglielmino” spazzò via d’un sol colpo tutto ciò.
Il libro era infatti diviso in due sezioni distinte, “Profilo” ed “Antologia”, all’interno delle quali vi era un costante raffronto fra la produzione letteraria italiana e quella coeva straniera. Capitava così ad esempio di studiare e leggere la crisi dell’individuo e l’inconoscibilità del reale in Pirandello ed avere subito a mano un raffronto con le similari problematiche così come espresse da Proust, Mann, Joyce, Kafka e quant’altri avessero posto mano, ognuno con le tecniche a lui più proprie e congeniali, all’estrinsecazione degli stessi argomenti. E già questo costituiva di per sé un ottimo esercizio di raffronto e visione sincretica del divenire letterario, nonché di costruzione ed affinamento dello strumento della critica letteraria. Ma c’era anche di più, nel “Guglielmino”: c’erano pure delle apposite sezioni espressamente dedicate al dibattito politico-culturale così come si era venuto dipanando nel contesto storico che aveva dato la stura alle varie “correnti” letterarie, in modo che non solo la letteratura propriamente detta si andava studiando, ma anche la critica letteraria che quella letteratura (ma soprattutto la storia coeva) aveva prodotto. E cerano anche le pagine di carta lucida finali con le riproduzioni a colori di alcune delle più rappresentative opere d’arte del secolo, così da poter suggerire ulteriori spunti di confronto anche all’interno di discipline artistiche diverse dalla letteratura e fra queste e la letteratura stessa. E, dulcis in fundo, il tutto non si fermava affatto alla prima o alla seconda guerra mondiale, ma raggiungeva brillantemente gli anni sessanta, il che all’epoca era come dire, la contemporaneità più attuale e scottante.
Così, in pratica, seduti al tiepido sole di quella tarda primavera, non ci preparavamo semplicemente alla matura, ma, forse senza rendercene del tutto ben conto, andavamo ampliando ed affinando (al di fuori dello stretto orario scolastico!) la nostra cultura e le nostre conoscenze del Mondo, degli Uomini e del Pensiero da essi prodotto, e questo per il tramite di uno dei libri più importanti usciti negli anni ’70.
Anche grazie al "Guglielmino” stavamo diventando maturi..
Antonio Monteduro
(PAGINE 70)
 
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