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Sunday 13 February 2005 - 02:00
Love Story    
di Ernesto Maria Volpe
Bisogna essere davvero senz' anima per non commuoversi di fronte alle scene finali di 'Love story'. Questa frase girava tra i tanti spettatori del film del canadese Athur Hiller che apre in un certo senso la serie di pellicole incentrate sull'antitesi amore-morte del decennio.
Il film fu naturalmente accolto malissimo dalla critica, ma dimostrò forse per la prima volta come i giudizi degli addetti ai lavori si possano modificare in seguito al successo che il pubblico attribuisce ad una pellicola; i 48 milioni di dollari incassati nei soli Stati Uniti costrinsero qualche penna celebre a fere un mezzo passo indietro, forse anche a recarsi a vedere il film giacché non è sbagliato pensare che in molti casi la recensione venisse affidata ai cosiddetti 'vice'.
'Love story' non è né un capolavoro né un gran film, ma rimane comunque memorabile nel ricordo di chi lo ha visto ad inizio anni settanta, ed ha in qualche modo segnato più d'una generazione.
La valenza principale del film, cioè uno dei suoi meriti maggiori, sta nel tipo di storia d'amore del tutto non convenzionale; non sono infatti tantissimi i film hollywoodiani, a parte qualche commedia in stile 'Cenerentola', in cui i protagonisti di una storia d'amore sono una coppia così diversa per estrazione sociale. E' chiaro che in questo il film è un figlio del '68, una sorta di anticipazione di un decennio in cui cadono tante barriere, prima tra tutte quella del sesso, poi quella del blocco sociale di fronte all'unione di una coppia e al suo matrimonio. Tali vicende sono troppo spesso state trattate in passato con toni alquanto ridicoli (si pensi a quanti film si concludevano con la scoperta che l'innamorato/a povero/a o popolano/a non era altri che figlio/a di un nobile decaduto e che quindi poteva aspirare per ricchezza e lignaggio alla mano della ricca/o o nobile), qui invece il compito è affrontato con realismo dalla buona sceneggiatura di Erich Segal che, durante le riprese del film, si affrettò ad oliare il romanzo che sarebbe diventato un best sellers registrando un successo pari a quello della pellicola sul grande schermo.
Indimenticabile invece la colonna sonora, scritta da Francis Lai, che vinse l'unico Oscar assegnato al film (su sette nomination).
Naturalmente anche 'Love story' ebbe un sequel, molto fiacco, intitolato 'Oliver's story', sul finire del decennio: meno interessante, romanzo inferiore, successo inferiore; da dimenticare.
Il film rianimò le sorti di una grande major, la Paramount, che era sull'orlo della crisi e fece conoscere una coppia di attori di non grandissimo talento, ma molto ben amalgamati in questo tipo di storia. Ali Mac Graw in particolare dipinge il ruolo con sobrietà, ora con ironia, sa rendersi credibile nel ruolo dell'innamorata che soffre prima per amore e poi per la malattia. Ryan O' Neal non è mai stato un attore dotato di particolare espressività e di quei cambi di registro che fanno grande chi si mette davanti alla macchina da presa, eppure ha imbroccato negli anni settanta più di un film che ha lasciato traccia.
Ben caratterizzati i ruoli dei genitori dei ragazzi: il modesto padre di lei è scolpito alla perfezione da John Marley, mentre Ray Milland si cimenta con successo in un altro dei suoi ambigui personaggi.
Polemiche a non finire nel 1970, quando il film invase le sale di tutto il mondo, su quanto il cinema si faccia sdolcinato per piacere, su come il dolore renda facilmente pesanti i fazzoletti e mascheri la vera arte. Tutto sommato polemiche un po' strumentali, almeno per quel tempo e per questo tipo di film; perché è vero che si tenta comunque di battere sull'aspetto più emozionale dello spettatore, ma è anche vero che il realismo nel cinema non consiste solo nel mostrare il degrado sociale. La scuola del dolore è sempre aperta, Hollywood vi ha forgiato grandi maestri ma anche personaggi mediocri e film inguardabili. Facciamoci coraggio e vediamo (rivediamo) 'Love story'; questo è uno dei pochi film d'amore che ha lasciato una traccia, un solco, nella mente di chi l'ha visto a suo tempo, non fosse altro che per una trovata apparentemente semplice e banale, ma sostanzialmente geniale: il suo titolo.
ERNESTO MARIA VOLPE
(PAGINE 70)
Visita il suo sito: http://volper.interfree.it
 
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