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Saturday 18 October 2003 - 05:24
Rocco e Antonia - Porci con le ali    
di Luigi Caputo
Siamo nel 1976, il 1968 è trascorso da poco meno di due lustri, e in Italia, dopo le illusioni e gli entusiasmi di chi reclamava la fantasia al potere, si respirano a pieni polmoni gli anni di piombo. Da più parti l'impegno politico è visto quasi come un dovere, al quale sono soggette tutte le manifestazioni comportamentali di una persona, dal suo modo di pensare al suo modo di agire, e persino al suo modo di amare.
Rocco e Antonia sono figli di genitori di sinistra, di certo non nullatenenti, abituati all'idea della necessità della rivoluzione ad uso e consumo del popolo… tutte teorie che però si scontrano con una realtà fatta di sentimenti, che finisce per prevaricare su ciascuna delle loro rigorosità proletarie per reclamare la propria indipendenza ed esplodere in maniera incontrollata con conseguenze tutt'altro che prevedibili: in fondo, i due protagonisti frequentano il Liceo Mamiani e hanno soltanto 16 anni, ed è giusto che sia così. Il libro, una sorta di diario scritto a quattro mani dai due adolescenti, che si incontrano, si amano, poi si lasciano, si feriscono, e chissà, forse si ritroveranno, un giorno o l'altro, ad una manifestazione o ad una festa, fu scritto quasi per gioco da Marco Lombardo Radice e Lidia Ravera, due giovani intellettuali di sinistra che dopo averlo redatto, ne fecero circolare qualche copia presso i propri amici. Nessuno dei due però immaginava che di lì a poco il "diario", che l'editore Savelli, inaugurando la collana Il pane e le rose, volle pubblicare (sia pure con una tiratura di soli 6000 esemplari, fatta alla vigilia della chiusura estiva della tipografia) e vendere al prezzo contenuto di 2200 lire, sarebbe divenuto un vero e proprio caso letterario, apprezzato in modo quasi plebiscitario dai giovani dell'epoca e salutato con entusiasmo dai critici. Il merito della scoperta del libro, corredato, tra l'altro, da una interessante postfazione di Annalisa Usai e Giaime Pintor, va senz'altro a Giuliano Zincone, che sul "Corriere della Sera" del 1° agosto 1976 ne scrisse un'appassionata recensione. Le ragioni del successo di "Porci con le ali" vanno ricercate in più direzioni, a partire dal titolo, provocatorio e poetico al tempo stesso, dalla fantasiosa copertina di Pablo Echaurren, e dall'uso di un linguaggio assai esplicito. Ma "Porci con le ali" è soprattutto nuovo per lo stile narrativo "a doppia voce", denso di discontinuità e per questo originalissimo, per la forte dose di ribellione verso i "grandi" (i genitori rappresentano non tanto l'autorità precostituita, ma quelli che otto anni prima stavano dietro le barricate e "volevano cambiare il mondo", e il movimento del '77 lo dimostrerà appieno), e poi, in fondo, anche per quell'autoironia mista a malinconia che ne caratterizzava ogni pagina. In effetti, in un'era in cui la sinistra inizia a fare una profonda autocritica sulle proprie battaglie e sui propri cimeli, questo è il libro che abbatte i miti. In primis, quello del maschio forte a tutti i costi, che non potrebbe star male per una donna che lo rifiuta, ma anche quello del femminismo esasperato, che in realtà genera egocentrismo e soprattutto solitudine: emblematiche, a questo proposito, sono le lettere che Rocco scrive al suo amico Luca, manifestando il proprio disagio e la descrizione della serata che Antonia passa con le amiche, finendo inevitabilmente a parlare di Rocco. Sesso e politica, è vero, sono i protagonisti del libro (non a caso il sottotitolo è "diario sessuo-politico di due adolescenti"), ma se la seconda appare uno stanco viatico dietro al quale rifugiarsi in assenza di stimoli, è il primo, al di là degli outing forse troppo esagerati (vedasi il veloce passaggio dei protagonisti da esperienze eterosessuali ad altre omosessuali), a configurarsi come un sapiente artificio, quasi un escamotage per evadere da una realtà che altrimenti sarebbe stata un coacervo di mere utopie, di imposizioni, e, perché no, di asciutta retorica.
Ma lasciamo la parola a Lidia Ravera, che nella prefazione alla quinta riedizione del libro, stampato da Mondadori nel 2001, scriveva:
Leggere un romanzo non recente che hai scritto in tempi non recenti, quando cioè eri un'altra persona, è una prova dei nervi e dell'equilibrio, del tasso di autostima, della modestia e dell'ambizione. Ti mette in relazione con l'ontologia e con la storia, se vogliamo esagerare, con quello che è immutabile (l'arte del raccontare, i caratteri nelle loro connotazioni essenziali, la qualità della scrittura) e con quello che, per suo stesso statuto, deve mutare (i gerghi, le mode, gli accidenti della cronaca, i piccoli eventi, le diverse fasi). Se il romanzo che rileggi, oltretutto, ti ha sbalzata fuori, ventenne, dall'oscurità piena di promesse della giovinezza, facendoti "santa" per un giorno, come capita nella società dello spettacolo, ed "ex santa" per tutto il resto della tua vita, l'affare si complica. E se poi, ancora, quel romanzo l'hai scritto con un altro ragazzo che era ragazzo come te allora e adesso non è, come te, un signore di mezza età alle prese con le trascorse glorie perché si è sottratto all'invecchiare nell'unico modo umanamente possibile (morire), la prova si fa ancora più dura. Vien quasi voglia di lasciar perdere. Invece no, a 25 anni dalla prima edizione, era il luglio 1976, ancora ti chiedono, ormai soltanto a te, con le benedizioni degli eredi del tuo antico compagno, di pubblicare Porci con le ali.
GLI AUTORI: LA VITA, LE OPERE
Marco Lombardo Radice, nato nel 1948 a Roma, dirigente di Lotta Continua e neuropsichiatra presso l' Università di Roma, nel 1984 ha fondato l'Associazione per il sostegno e il trattamento di minori con problemi psicologici e psichiatrici. E' morto nel 1989. Nel 1991 è stata pubblicata, postuma, "Una concretissima utopia", una raccolta di saggi ed interventi sulla sua attività professionale curata da Marino Sinibaldi, da cui è stato tratto il film "Il grande cocomero", di Francesca Archibugi, con Sergio Castellitto.
Lidia Ravera, torinese ma trapiantata a Roma, é giornalista, scrittrice e sceneggiatrice per la televisione. Ha pubblicato diversi romanzi e racconti, tra cui Ammazzare il tempo (Mondadori, 1978), Se lo dico perdo l'America (Rizzoli, 1988) e Nè giovani, nè vecchi (Mondadori, 2000). Dal giugno 2001 organizza a Maratea (PZ) un convegno a cadenza annuale sul tema "Chi ha paura delle vacanze?", a cui intervengono scrittori, sociologi, filosofi, storici, antropologi, osservatori del costume e personaggi del mondo dello spettacolo per confrontarsi sul fenomeno vacanziero e sull'uso del tempo libero.
Frammento tratto dal libro
Obitorio: tavolo di marmo. Odore spesso di disinfettanti. Luce fissa. Silenzio pesante. Antonia P. di anni sedici, nazionalità italiana, sesso femminile, giace cadavere. Rumore di passi: si avvicina, in composto dolore, un gruppo di persone, le guida un uomo piuttosto bello col camice bianco e l'aria spenta del raccattacadaveri (uno che vive in mezzo alla morte deve essere molto spirituale). Dietro vengono nell'ordine: mamma con quel tailleur nero che si è fatta l'anno scorso (orribile, ma spero che avrà il buon gusto di non cercare di assomigliarmi almeno quando starò all'obitorio), é pallidissima, finalmente senza trucco. Papà, che ansima leggermente, si tampona il collo taurino con un fazzoletto bianco e sembra prossimo al collasso. Zia Bice, secca e fregona che non perde un particolare (che diavolo ci sarà venuta a fare se non mi può soffrire?) e poi, in ultimo, l'unico cuore veramente spezzato, Lui: Blue-jeans e maglietta. L'uomo col camice tira su il lenzuolo. I miei capelli sono morbidamente sparsi sul marmo. Li hanno lavati per levarci le incrostazioni di sangue e adesso stanno lì biondi e solari come seta. La mia faccia pallidissima e distesa, senza un solo brufolo. Il silenzio crepita di singhiozzi.
Luigi Caputo
(PAGINE 70)
 
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