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Friday 19 September 2003 - 09:17
Gentle Giant    
di Giordano Casiraghi
A cavallo tra il 1972 e 1973 i Gentle Giant arrivano in Italia per quattro date, ospiti d'eccezione gli Area. La formazione inglese è ben accolta dal pubblico italiano, tanto che nell'estate del 1973 sono ancora in Italia e in quell'occasione gli fanno da spalla gli Acqua Fragile. Anche se i Gentle Giant non hanno totalizzato il successo di altre band inglesi tipo Genesis o King Crimson, restano certamente uno dei gruppi più importanti del progressive anni '70. Per almeno quattro album consecutivi il loro sound mantiene inalterato il potenziale espressivo, senza cadere in facili ripetizioni. Lo stile è immediato e originalissimo, grazie a strumenti che pochi usano nel pop come il violino, marimba, sassofono e tromba, ma soprattutto con gli intrecci vocali, come viene magistralmente esibito in "Knots", da "Octopus" (1973), forse l'album più maturo, prima di una svolta stilistica dovuta all'abbandono di Phil Shulman (sax, tromba e voce). Lui che aveva dato corso alla nascita del gruppo, dopo che aveva fatto parte dei Simon Cupree & The Big Sound e con loro aveva anche inciso un buon album, WHITOUT RESERVATION (1967). Con lui i fratelli minori Roy e Derek coi quali darà vita ai Gentle Giant nel 1969 insieme a Kerry Minnear (synt, tastiere), Martin Smith (batteria) e Gary Green (chitarra). Sottovalutati in Inghilterra, forse per la forte concorrenza espressa da gruppi come Jethro Tull, Genesis, King Crimson e Yes, la band riesce a penetrare il mercato americano e quello europeo, in particolare l'Italia. Non è un caso che manchino libri che parlino di loro, della loro storia, eppure non vanno considerati in alcun modo un gruppo minore. La copertina del primo album omonimo (1970), con la figura in primo piano del gigante gentile, rimane una delle più belle del pop. La usano quelli della Giunti per l'atlante progressive curato da Cesare Rizzi. I Gentle Giant scelgono la via diretta, sanno partire a razzo per lasciare spazio ad aperture melodiche che salgono e crescono fino a scoppiare in una bordata di entusiasmo rock. Così succede in "Giant", dal primo brano dell'album omonimo, dove la bellissima voce di Derek Shulman scatta in primo piano. Orchestrale la stesura di "Funny Ways", dal morbido andamento con violini in evidenza, ma la forza della band si esprime al meglio nella coesione dei vari strumenti, nel modo in cui raggiungono compattezza diventando una macchina perfetta di vibrazioni sonore. Bravi strumenti, bravi cantanti e compositori, i Gentle Giant cercano raffinatezze inusuali nel pop sia con la voce che con certi passaggi strumentali unendo jazz, classica, pop, rock e folk. "Alucard" rispecchia una stesura live, con quella carica tipica dei concerti. Nel primo album spicca "Nothing At All" lungo nove minuti, delicato nelle voci corali, con un giro di basso e chitarra predominante, un assolo di batteria come non poteva mai mancare nelle esibizioni live e poi la ripresa del tema principale. "Why Not?" è ancora nello stile di "Giant", carico negli "attacchi" vocali, coinvolgente ed eccitante. Lo stile non cambia molto nel successivo ACQUARING THE TASTE (1971), con incastri perfetti di voce, di fiati e chitarra già nell'iniziale
"Pantagruel's Natività". Strano invece il seguente "Edge Of Twilight", alla ricerca di troppe raffinatezze, indefinito e sperimentale. Ma è solo una svista, perché in "The House The Street The Room" tornano le caratteristiche combinazioni liriche e strumentali. "Wreck", dopo il breve strumentale "Acquaring The Taste", è certamente il brano più convincente, un must nella discografia del gruppo. Carica rock della voce, con rinforzo corale e coinvolgente quale marchio di fabbrica. Lo sforzo del gruppo di rimanere fedele a un cliché di eccellenti strumentisti è evidente in brani come "Black Cat", dove tutto è misurato, ma alla lunga questo sforzo ha finito per relegarli in un corridoio secondario, non comunque per un pubblico di larga scala. In chiusura dell'ellepì, con "Plain Truth" rendono omaggio all'estro chitarristico di Hendrix. THREE FRIENDS (1972), album concepì, si muove sul filo della diligente costruzione stilistica, con qualche eccesso di precisione, anche se sono in tanti a considerare questo il loro miglior album e la canzone con lo stesso titolo la loro miglior canzone. Il basso tratteggia l'andamento, come una costante nello stile del gruppo. Intanto vanno avanti i concerti in Europa e in America dove cominciano ad essere apprezzati. OCTOPUS (1973) è ancora ricco di pregevoli spunti, "The Advent of Panurge" è colmo di incroci delicati delle voci in cui Derek giganteggia impareggiabile. Ed è straordinario il modo in cui la band riesce a cambiare registro, passando da situazioni calanti a momenti gioiosi ("Raconteur Troubadour"). Subito grintoso "A Cry For Everyone", ma è l'impasto delle voci che tiene ancora banco nella successiva "Knots". Poi, per capire quanto i ragazzi siano anche dei giocherelloni, fanno cadere una moneta che rotola fino a finire la sua corsa e dare inizio alla prorompente "The Boys In The Band". Poi è mestiere, da bravi strumentisti, senza strafare. Le cose cambiano a cominciare da IN A GLASS HOUSE (1973), con una formazione in riassestamento, e il gigante non sarà più lo stesso. Phil, già ormai alla soglia dei quaranta pensa di ritirarsi e mettere la testa a posto. A quei tempi a trent'anni si era considerati vecchi, oggi sarebbe rimasto tranquillamente al suo posto. THE POWER & THE GLORY (1974), concept album che prende spunto dalla storia di Nixon e dello scandalo Watergate, riscuote notevole successo in America. Si procede senza mollare, nonostante i tempi creativi migliori siano passati, la band va spesso in America per delle tournée, ottiene là un buon successo di vendite anche per FREE HAND (1975) a cui fanno seguito INTERVIEW (1976), il doppio live PLAYING THE FOOL (1976), THE MISSING PIECE (1977) e GIANT FOR A DAY (1978).
(PAGINE 70)
Giordano Casiraghi
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