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Monday 31 March 2003 - 07:41
Felice Gimondi    
di Stefano Vigorelli
Quando gareggiava Gimondi, si diceva che la sua sfortuna era quella di essergli capitato di correre nello stessa epoca di Eddy Merckx. Ancora oggi questa è la leggenda che viene tramandata. Ma è anche la realtà, se stiamo ai fatti.
La dittatura del "Cannibale" belga era assoluta, e nel suo periodo d'oro non vi erano contendenti, ma solo secondi.
Gimondi, come del resto tutti gli altri, si era praticamente rassegnato all'idea che Merckx non potesse essere battuto. Poulidor, Ocaña, Zoetemelk e tutto il resto del gruppo si scannava per il secondo posto o riusciva a mettere le mani su qualcosa solo quando il belga era fuori dai giochi. Gimondi riusciva molto spesso a battere tutti questi secondi, ma c'era comunque sempre Merckx davanti. Nel suo palmares le piazze d'onore dietro al cannibale fiammingo sono innumerevoli.
Vince alla grande il Giro d'Italia nel 1969, ma dopo che Eddy viene squalificato per aver fallito un test anti-doping. Gimondi sportivamente riconosce che questa non è una vera vittoria poiché è nata dalle sfortune del rivale, e alla premiazione rifiuta di indossare la maglia rosa.
Il nostro ammette candidamente di non avere la potenza e la forza del Cannibale, ma l'intelligenza e la classe sono invece doti che gli appartengono.
Al di là delle rivalità agonistiche Felice e Merckx sono amici, tanto che anche le mogli passano il tempo insieme quando i mariti gareggiano.
E' impossibile sentire qualcuno del gruppo parlare male di Gimondi. La sua professionalità, il suo stile - di corsa e di vita - e la sua sportività vengono riconosciuti da tutti. Sempre serio, leale, senza mai un lamento o una giustificazione puerile.
Bergamasco nato a Sedrina nel 1942, Felice è figlio di Mosè, un postino che vive e lavora in bicicletta: il ciclismo viene quindi naturale e semplicemente assimilato dalla consuetudine con il padre.
Nelle gare da dilettante non è un mangia-avversari, non fa sfracelli ma è molto regolare. Curiosamente gli capita di fare parte di un'epoca di transizione del ciclismo. Prima di lui si guarda ai muscoli e al corpo, adesso invece è importante l'intelligenza tattica e un'approccio accorto alla gara. Felice studia forze e debolezze degli avversari, e poi è pronto a cogliere il momento giusto per agire.
Il bergamasco è allenato con basi tecniche solide per poter essere competitivo ovunque: è uno scalatore di talento, un forte sprinter, ma soprattutto ha la forza di scattare all'improvviso senza potere essere raggiunto fino all'arrivo.
Gimondi non ha la brutale potenza di Merckx, è lui il freddo che preferisce rimanere nel gruppone a pianificare la mossa successiva, mentre è il belga - più emotivo e irruente - che si agita e preme per la prima fuga possibile. Ed è proprio questa destrezza e l'acume tattico che permettono ogni tanto a Felice di sopravanzare l'imbattibile rivale, in imprese riuscite a pochissimi suoi contemporanei.
Professionista dal 1965, Gimondi entra nella squadra Salvarani dove rimarrà fino al 1973 quando passerà alla Bianchi. Già al suo primo anno di attività, questo ragazzino italiano sbucato dal nulla compie un'impresa memorabile vincendo da debuttante il Tour de France.
Nel 1966 è ancora protagonista di eclatanti vittorie nelle grandi classiche del nord come la Parigi-Roubaix e la Parigi-Bruxelles, sgusciando via a tutti quei campioni del calibro di Anquetil, Van Steenbergen, Magni, Bobet e Van Looy.
Negli anni successivi, nonostante l'ingombrante ombra di Merckx, si costruisce comunque un palmares che lo pone tra i grandi di ogni tempo.
Campione del Mondo a Barcellona nel 1973, le sue affermazioni principali sono il già citato Tour del 1965, tre Giri d'Italia nel 1967, 1969 e 1976, la Vuelta del 1968, due Parigi-Bruxelles nel 1966 e 1976, la Roubaix del 1966, la Milano-Sanremo del 1974, i Giri di Lombardia del 1966 e 1973.
Gimondi si ritira da vincitore nel 1978, ancora sano, integro e competitivo all'età di 37 anni, due anni dopo aver vinto il suo terzo Giro d'Italia. All'epoca solo Binda, Girardengo, Coppi e Bartali hanno vinto più gare di lui. E' un modello di stile e serietà per le nuove generazioni di ciclisti.
Stefano Vigorelli
(PAGINE 70) 
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