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Tuesday 25 February 2003 - 11:51
L'amaro caso della Baronessa di Carini    
di Gianpietro Vairo
…Viu viniri la cavalleria / chistu è mi patri chi vini pi mia / tuttu vestutu a la cavallerizza / chistu è mi patri chi mi veni ammazzari / signuri patri chi vinisti a fari? / signora figghia, vi vegnu ammazzari / lu primi colpu la donna cadìu / l'appresso colpu la donna murìu / povera barunissa de Carini..
Come dimenticare queste parole in stretto dialetto siciliano, cantate da Gigi Proietti, che suggellavano le scene principali dello sceneggiato "L'amaro caso della Baronessa di Carini"? E la scena, ripetuta in maniera ossessiva e inquietante, della baronessa che cade a terra trafitta da un pugnale assassino? E la sua mano insanguinata che lascia un'orma indelebile sull'intonaco della stanza all'interno della quale si sta consumando un orrendo delitto, in apparenza provocato solo da questioni d'onore? E gli intrecci fra amore e potere, delitti d'onore e usurpazioni di feudi e proprietà terriere?
Sono solo alcuni dei tanti ricordi che vengono immediatamente alla mente ripensando a uno degli sceneggiati appartenenti al periodo aureo della Rai. Come tanti altri sceneggiati della Rai risalenti a quel periodo, anche "L'amaro caso della Baronessa di Carini" portava la firma di Daniele D'Anza, uno di quei registi inquadrabili in quella ristretta cerchia di "Artigiani della Televisione" che hanno contribuito in maniera sostanziale alla creazione della storia della Televisione Italiana degli anni '60 e '70. Per dare un'idea della produzione di Daniele D'Anza basti pensare che sono state sue le direzioni di alcuni sceneggiati cult quali "Il segno del comando", "Joe Petrosino", "ESP", "Accadde a Lisbona", "Madame Bovary" .
La trama de "L'amaro caso della Baronessa di Carini" è liberamente ispirata a una ballata popolare del 1500: Lucio Mandarà e Daniele D'Anza attuarono una trasposizione storica e la collocarono nel 1812 intrecciando alla struggente storia d'amore della baronessa una parallela storia di molto più prosaici interessi economici legati a immense proprietà terriere e a vecchie usurpazioni di feudi. Il periodo storico nel quale si va a collocare la storia è quindi quello dell'appena costituita Unità d'Italia, con gli scontri fra vecchio e nuovo e fra le mentalità diverse degli ex borbonici e dei nuovi piemontesi. In teoria un momento storico di grandi cambiamenti ma in pratica una situazione in cui tutto restò immutato: il ricco continuò a rimanere ricco e il povero continuò a rimanere povero e ignorante. Il concetto espresso dal grande Tomasi di Lampedusa nel suo "Gattopardo" del "tutto cambia per far sì che tutto resti come prima" trova nei risvolti storici di questo sceneggiato un'ennesima conferma.
Siamo in Sicilia nel 1812, alla vigilia della stipula della prima costituzione liberale. Il feudalesimo è stato dichiarato morto e con esso sono sul punto di scomparire, almeno sulla carta, gli ormai anacronistici privilegi ad esso collegati. Luca Corbara (Ugo Pagliai) riceve dal Ministro delle Finanze l'incarico di accertare la legittimità del possesso di alcuni feudi siciliani: egli decide di iniziare le sue indagini dal feudo di Carini e solo alla fine dello sceneggiato si scoprirà il perché di questa scelta. Il feudo di Carini è ben noto per una tragica storia d'amore avvenuta circa tre secoli prima e cantata dai cantastorie del posto. Luca Corbara è deciso a scoprire che fondo di verità vi sia in questa storia e se veramente l'attuale feudo di Carini sia frutto di un'antica usurpazione: le sue indagini proseguono fra mille peripezie e colpi di scena. Le ricostruzioni che egli riesce a fare sono frammentarie.
La nascente storia d'amore fra Luca Corbara (che alla fine si scoprirà essere un discendente diretto del Vernagallo - lu Vernagallu nella ballata cantata da Gigi Proietti - ovvero dell'amante della cinquecentesca baronessa di Carini) e donna Laura d'Agrò (un'affascinante e incantevole Janet Agren) comincia ad avere analogie sempre più evidenti e foriere di risvolti tragici con la storia d'amore cantata nella ballata popolare. I continui richiami di don Ippolito (Paolo Stoppa), il nobile decaduto e un po' pazzo che ospita Luca Corbara, ad aprire gli occhi e a non farsi trasportare solo dal cuore non sortiscono alcun effetto su di lui. Fra morti cruente, sette mascherate (i Beati Paoli), scene di vita quotidiana della nobiltà siciliana di un tempo, la maledizione della baronessa di Carini comincia ad aleggiare in maniera sempre più tragica sulla nuova storia d'amore.
Le indagini di Luca Corbara procedono e diventa sempre più evidente che il duplice delitto d'onore della baronessa e del suo amante non furono altro che uno squallido e delittuoso pretesto per permettere un'appropriazione indebita di un feudo confinante.
Il barone don Mariano d'Agrò, interpretato in maniera egregia da un perfido Adolfo Celi, si rivela cinico e abile e manovra a suo piacimento il tradimento della baronessa con Luca Corbara. La sua autorità sul feudo di Carini è indiscussa: egli rappresenta il capomafia vecchio stampo con potere di vita e di morte sulla povera gente, circondato da una corte di persone apparentemente colte ma in effetti solo desiderose di compiacere i voleri del padrone.
Nel corso delle quattro puntate vi è un continuo crescendo di tensione e la tragedia finale appare sempre più ineluttabile. Le ali della morte cominciano a volteggiare sull'amore fra donna Laura d'Agrò e Luca Corbara-Vernagallo fino ad assumere nell'ultima scena i panni del sicario di don Mariano d'Agrò che pone fine a questa struggente storia d'amore.
La maledizione del feudo di Carini ha colpito ancora.
E' doveroso fare una considerazione finale sul cast di questo sceneggiato che risulta di primo ordine ed estremamente affiatato: molti attori che parteciparono ad esso avevano già partecipato in precedenza ad altre opere dirette dal regista Daniele D'Anza. Ugo Pagliai aveva già partecipato a "Il segno del comando (1971)", a "Il giudice e il suo boia (1972)", Adolfo Celi aveva vestito i panni del poliziotto italo-americano "Joe Petrosino (1972)", Paolo Stoppa era stato il protagonista di "Antonio Meucci, cittadino toscano, contro il monopolio Bell (1970)", Il giudice e il suo boia (1972), "ESP (1973)", "Accadde a Lisbona (1974)"
Janet Agren nei panni di donna Laura d'Agrò fece innamorare milioni di italiani. Il pubblico maschile di allora provava estrema invidia nei confronti di Ugo Pagliai ogni qualvolta vi era un abbraccio e un bacio fra i due. D'altra parte lo stesso Ugo Pagliai, con il suo indiscusso fascino, fece innamorare la restante parte femminile del pubblico televisivo dell'epoca.
Da notare, infine, la partecipazione di una giovanissima Enrica Bonaccorti che all'epoca delle riprese aveva appena ventisei anni.
In definitiva "L'amaro caso della Baronessa di Carini" si rivelò uno sceneggiato avvincente, con un'ambientazione storica molto rigorosa. All'epoca della prima messa in onda (1975) non era ancora stata attivata la televisione a colori per cui non fu possibile apprezzare la bellissima fotografia a colori con cui furono girate le riprese: la successiva visione a colori di questo sceneggiato permette di apprezzare ancora di più la perfetta rappresentazione di una Sicilia arcaica e feudale e i perfetti costumi dell'epoca.
L'amaro caso della Baronessa di Carini
Sceneggiato in quattro puntate a partire dal 23 novembre 1975 domenica ore 20,30 - Programma Nazionale
Regia Daniele D'Anza
Musiche Romolo Grano
Montaggio Giuseppe Giacobino
Fotografia Blasco Giurato
Costumi Silvana Pantani
Scenografia Elena Ricci Poccetto
Soggetto e sceneggiatura Lucio Mandarà
Ugo Pagliai (Luca Corbara)
Janet Agren (donna Laura d'Agrò)
Adolfo Celi (don Mariano d'Agrò)
Paolo Stoppa (don Ippolito)
Vittorio Mezzogiorno (Enzo Santella)
Guido Leontini (don Camillo - il notaio)
Enrica Bonaccorti (Cristina - la figlia del notaio)
Gianpietro Vairo
(PAGINE 70) 
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