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Monday 22 July 2002 - 03:05
Giochi Senza Frontiere    
di Mauro Costa
Jeux Sans Frontieres! Spiel Ohne Grenzen!! Giochi Senza Frontiere!!!
Queste tre parole urlate in lingue differenti al termine della sigla iniziale ci proiettavano dentro quell' appuntamento immancabile del mercoledì sera in cui nascondevamo in un cantuccio ben protetto lo spirito olimpico decubertiano e ci lasciavamo sedurre da sacro furore competitivo; non importava se a rappresentare l'Italia era Brunico o Solofra, Monreale o Gressoney, mai come in quell'occasione, se non ai mondiali di calcio, l'unità d'Italia si rivelava così solida.
I giochi nati nel 1965 per volere dello statista francese De Gaulle, come trade union per una fraternizzazione europea, ebbero il massimo splendore proprio negli anni settanta dopo un lustro di rodaggio. Nella formula più riuscita, sette erano le nazioni partecipanti:
Italia (I) - Francia (F) - Belgio (B) - Gran Bretagna (GB) - Germania (D) - Olanda (NL) - Svizzera (CH). Ogni concorrente d'ogni squadra aveva sul pettorale l'identificazione del proprio paese; alcune sigle erano ostiche da decifrarsi perché se si poteva, magari, arrivare per intuito a capire che NL stava per NederLand o D per Deutschland, sfido chiunque di noi, all'epoca, associare il CH svizzero alla Confoederatio Helvetica; ma in fondo che c'importava? L'unica cosa importante era identificare la mitica "I" italiana in mezzo alla moltitudine di concorrenti, che si mischiavano e si fondevano in mezzo a giochi caotici, costringendo la regia ad autentici miracoli per riprodurre sul piccolo schermo la totalità dell'evento.
I giochi erano a tema che era generalmente suggerito da qualche peculiarità della città che li ospitava in quella puntata. Un'altra costante era di proporre delle squadre provenienti da piccoli paesi piuttosto che da grandi città, forse per promuovere turisticamente le bellezze di qualche sperduta, ma meritevole località oppure, più prosaicamente, perché era più facile allestire una squadra di otto atleti, quattro uomini e quattro donne, in un piccolo centro scegliendoli dall'unica polisportiva.
Singolare particolarità era di tirare a sorte gli atleti di ogni singola squadra per ogni gioco; in questa maniera non era impossibile vedere un atleta smilzo, probabile ottimo velocista, cimentarsi nel sollevare dei pesi al di fuori della sua portata e parimenti, atleti massicci costretti ad infilarsi in pertugi lillipuziani ed incastrarsi tristemente senza riuscire ad andare avanti o indietro.
Sempre nell'edizione più "fascinosa" i giochi erano nove: il primo e l'ultimo erano disputati da tutte le squadre, senza possibilità di giocare il Jolly, in altre parole di raddoppiare, una volta soltanto, il punteggio ottenuto in quel gioco, mentre gli altri sette erano disputati da tutte le squadre meno una, a rotazione; I punti erano assegnati a scalare sei alla prima squadra, cinque alla seconda e così via fino al misero punticino che toccava all'ultima arrivata. La squadra che non disputava il gioco di gruppo doveva cimentarsi in una prova singola (denominata Fil Rouge), generalmente su un percorso a tempo; quando tutte le squadre avevano preso parte alla prova singola si stilava la classifica e si adottava lo stesso metro di punteggio degli altri giochi. Solamente nel primo gioco e nel Filrouge i punti partivano da sette (essendo in campo tutte le squadre), mentre nell'ultimo, adrenalina pura, i punti venivano automaticamente raddoppiati, come se tutte le squadre avessero contemporaneamente giocato il Jolly; 14 punti alla prima, 12 alla seconda e così via. L'ultimo gioco, quindi, poteva rivoluzionare clamorosamente la classifica finale e ci teneva tutti con il fiato sospeso; non vedevamo l'ora che il concorrente italiano alzasse le braccia al cielo in segno di completamento della missione; quindi tutti a fare i calcoli, prima ancora che il gioco fosse concluso per identificare il nemico che ci avrebbe potuto togliere la vittoria finale e quando lo si vedeva arrancare nelle ultime posizioni, davamo libero sfogo alla nostra gioia più irrefrenabile.
I giochi si svolgevano in estate, nella loro edizione originale, e per sette settimane si gareggiava a turno in casa di ognuna delle nazioni partecipanti: alla finalissima prendevano parte le migliori squadre di ogni nazione nel corso delle sette puntate precedenti.
Essendo dei giochi a volte semplici, a volte caotici ma sempre competitivi necessitavano di essere arbitrati e poiché il campo di gara era assai vasto gli arbitri ufficiali erano due, coadiuvati da un giudice per ogni rispettiva nazione che avrebbe controllato una nazione "nemica" precedentente assegnatagli. Gli arbitri per eccellenza erano i mitici Gennaro Olivieri e Guido Pancaldi entrambi svizzeri; perché svizzeri? Forse perché quella nazione garantiva una neutralità innata essendo riuscita a non prendere parte e soprattutto a non schierarsi sia durante la prima, sia durante la seconda guerra mondiale. Un bel biglietto da visita!
Infatti, i due giudici ostentavano e garantivano imparzialità; Entrambi rubicondi come se si fossero troncati un fiasco di buon chianti prima della gara (s'intuiva persino attraverso il bianco e nero), uno grasso e uno magro, tanto da sembrare una parodia di Stallio e Ollio, perennemente sorridenti, ma molto determinati a…penalizzare l'Italia. Ohibò?!
E perché mai quelle due macchiette d'arbitri non c'è ne facevano passare una e sistematicamente ci davano contro togliendoci, ad ogni puntata, punti su punti che faticosamente mettevamo insieme?
La mia teoria è che tutto era dovuto all'innata imparzialità di questi stramaledetti svizzerotti. Poiché entrambi i loro nomi tradivano innegabili origini italiane (Gennaro poi, sicuramente doveva avere un nonno del Vomero), volevano dimostrare che erano "al di sopra delle parti" togliendo all'Italia, in punti pesanti, quello che i loro nomi, agli occhi del resto d'Europa, ci avevano già assegnato di diritto: un trattamento di riguardo.
Infatti, non si può ricordare che non ci trattassero con particolare riguardo!!! 'Sti due fetentoni!!!!
Nonostante Gennaro Olivieri e Guido Pancaldi, nel periodo d'oro, che è quello che c'interessa e che va dal 1970 al 1979, l'Italia ha trionfato per ben due volte, nel '70 con Como e nel 78 con la mitica Abano Terme; due vittorie anche per la Gran Bretagna (71-73), per la Francia (75-79), per la Svizzera (72-74) e per la Germania (76-77).
L'Olanda, come nel calcio, pur avendo squadre spesso fortissime, non ha mai vinto niente, mentre il Belgio era la squadra materasso che generava tonnellate di barzellette alla stregua di quelle sui carabinieri; se si giocava tra noi ragazzini nessuno voleva esibire il posticcio pettorale di carta con la B in bell'evidenza scritta a pennarello, piuttosto ci si chiamava fuori e si aspettava il momento buono per impossessarsi di un'altra squadra; alla fine decidemmo la nostra personale versione di giochi senza frontiere a sei squadre escludendo il Belgio che non lo voleva nessuno.
Prodotti dalla Rai in tutte le edizioni, i giochi, nel periodo d'oro, si avvalevano di due ottimi commentatori Giulio Marchetti e Rosanna Vaudetti che ci facevano vivere l'intensità dell'azione rendendocela chiara in mezzo ad un caos di atleti che scorazzavano a destra e a manca.
Ettore Antenna e Milli Carlucci li sostituirono, abbastanza degnamente, dal 1978.
Proprio in quell'anno, però, i giochi cominciavano a perdere il fascino di sempre; cambiarono i presentatori, uscì dalla scena l'Olanda (la mia squadra preferita dopo l'Italia soprattutto per via delle "bonazze" che metteva in campo) a favore della Jugoslavia e, a poco a poco, tutto il nostro entusiasmo degli anni precedenti si andava affievolendo, o forse, più verosimilmente erano gli anni che stavano passando e anche se si desidera con tutte le forze, non si può rimanere ragazzini per sempre.
Mauro Costa
(PAGINE 70) 
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