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Monday 23 December 2002 - 07:20
Addio Joe Strummer, leader dei Clash    
di Paolo Giordano
Joe Strummer, il leader del complesso punk britannico dei Clash, è morto nella sua casa dell'Inghilterra occidentale a soli 50 anni. Non sono ancora note le cause del decesso. Un portavoce ha detto che Strummer è morto ieri nella casa del Somerset e che sarà presto effettuata un'autopsia. Il cantante dei Clash, nato ad Ankara come John Graham Mellor e figlio dell’ambasciatore inglese in Turchia, incarnava la protesta rabbiosa dell'aggressiva musica punk, facendone un fenomeno mondiale con i suoi successi 'London calling' e 'Should I stay or should I go?'. Dopo lo scioglimento del gruppo nel 1986, Strummer continuò ad alimentare da solo il suo successo come attore e con musiche da film. Strummer è uno dei simboli degli anni Settanta, del loro lato più oltraggioso e rivoluzionario, della loro forza che tuttora sopravvive al tempo. L’anno scorso è venuto in Italia a parlare del suo nuovo album ’Global a go go’, che poi si è rivelato l’ultimo della sua vita. Pubblichiamo qui di seguito l’intervista che in quell’umido pomeriggio milanese ha rilasciato al quotidiano il Giornale, firmata dal nostro Paolo Giordano.
Si fa presto a dire Joe Strummer: basta pazientare per ascoltarne l'eco, poi. Questione di tempo, come sempre, e il suo è ormai lontano, ossidato, sdrucito forse nella memoria. E addolcito, perciò. "Ho sempre conservato le chiavi del mio passato, ecco perché sono ancora un uomo libero" dice ora. Nel guado confuso tra gli anni Settanta e Ottanta, con i Clash (ai quali dava voce e chitarra) Joe Strummer si è portato via un pezzettino di storia della musica: punk era il pentolone nel quale rimestare fiele e muscoli, hardcore e reggae, persino ska e blues. Complicato ma efficace, eccome: si trovò ad essere il tapis roulant che portava dritto alla contestazione, al rigoglio delle proteste spesso nichiliste, violentemente scandite ma sofficemente snob. Esatto: è un aroma attualissimo, che avvolge anche le classifiche, i concerti, le interviste dei caciaroni del Duemila. Arriva anche da laggiù, quindi, dalle schitarrate monocordi e dagli slogan («Should I stay or should I go», «Rock the casbah») dei Clash, voce di una generazione poi annacquata, assorbita, catalizzata. "Mi sento un po' il padrino di chi oggi piega la propria musica alle esigenze del mondo, o per lo meno della sua visione del mondo", spiega Joe Strummer, pressoché cinquantenne, livido nelle ambizioni, ammaccato dalla vita e dai suoi eccessi: "Vivo a tre ore di auto da Londra: basta feste, basta alcol, ho il tempo di leggere, finalmente, e di accompagnare a scuola i miei figli". Dopo la liquidazione della sua macchina da guerra, si è arrabattato, si è lasciato cullare dal tempo per ascoltarsi ora nel suo nuovo ciddi («Global a go go», uscita il 23 luglio) e riascoltarsi, forse, anche nei suoni, nelle parole degli altri. "Lo so, i Clash oggi sarebbero in prima fila contro la globalizzazione, contro il G8: non resisterebbero alla tentazione neppure un istante" si accende. Un attimo solo: "Ma ora non si può più tornare indietro, il meccanismo è tutt'al più da domare, da controllare, non da affrontare sulle barricate: lo dimostra il fatto che chi protesta è a sua volta un frutto della globalizzazione". Se ne tira fuori, lui: globalizza, è vero, ma solo distillando i suoni del mondo, da Cuba al Mali, alla Finlandia persino. E si acquatta nella nicchia minima e affezionatissima del suo pubblico, che pretende ma forse teme la ricostruzione dei Clash: "Ci sarà -sghignazza lui -ma solo quando avremo 70 anni. E picchieremo durissimo e pretenderemo che Wim Wenders filmi i nostri concerti, come con i Buena Vista Social Club". Parole, ovvio. Che Joe Strummer lascia affondare nel suo sorriso, liscio e stralunato, in attesa di un'altra sigaretta arrotolata a màno. "I Clash sono il miglior gruppo rock del mondo" esagerò vent'anni fa il prestigioso Rolling Stone. Se pazientate, l'eco di quell'iperbole sembrerà un po' meno lontana: la rimandano in molti, senza accorgersene talvolta.
(PAGINE 70)
Paolo Giordano 
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