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Thursday 07 November 2002 - 11:04
Intervista a Giuseppe Pontiggia    
di Crocifisso Dentello
Una grande esclusiva per pagine 70. Ho avuto il privilegio di intervistare lo scrittore Giuseppe Pontiggia. Credo non abbia bisogno di presentazioni: è una delle più grandi personalità letterarie del nostro paese e l'opportunità di raccogliere la sua testimonianza rappresenta davvero un traguardo unico per la sezione Libri che mi onoro di curare.
Giuseppe Pontiggia sin dall'esordio nel 1959 con il romanzo "La morte in banca" s'è dimostrato scrittore di estro grottesco e beffardo, lucido nello scrutare le miserie dell'uomo d'oggi e i disagi fra individuo e società, come confermano "L'arte della fuga" (1968) e soprattutto "Il giocatore invisibile" del 1978.
Il suo talento di narratore s'è rivelato poi definitivamente in due prove che reputo tra le migliori di sempre nell'ambito della nostra letteratura: "La grande sera" del 1989 (Premio Strega) e "Nati due volte" del 2000 (Premio Campiello).
Pontiggia, nato a Como nel 1934 è anche autore di saggi memorabili (Le sabbie immobili 1992; L'isola volante 1996) ed è uno dei più noti bibliofili italiani. Il suo ultimo libro, uscito ad agosto, è "Prima persona": collage di testi apparsi sul supplemento culturale del "Sole 24 Ore".
Giuseppe Pontiggia, in questa intervista rilasciata a pagine 70, ha disegnato con le sue risposte un ritratto davvero incisivo del decennio da noi tutti amato. Buona lettura.
1. Quale evento, tra tutti, ricorda degli anni Settanta? Quale fatto politico, sociale o di cronaca è rimasto impresso nella sua memoria?
L'evento più drammatico è stato l'attentato alla Banca Nazionale dell'Agricoltura che io appresi mentre ero in auto con Vittorio Sereni. Ci eravamo incontrati, lui l'aveva appena saputo al telefono ed era turbato, sconvolto. Egli presagiva quella che poi ne sarebbe nata e cioè una catena di violenza, di sopraffazioni, non priva comunque di sviluppi di rinnovamento per la società italiana. In fondo dalla contestazione, dalla violenza sono nati dei mutamenti importanti, certo pagati a un prezzo durissimo.
2. Negli anni '70 cosa significava per lei, come intellettuale, convivere con le istanze della contestazione giovanile, con la strategia della tensione, con la rivoluzione delle mode e dei costumi?
Non hanno avuto un'incidenza decisiva, nel senso che simili fenomeni li ho vissuti con lucidità, con consapevolezza e con un coinvolgimento che non mi ha riguardato veramente in profondità. Io insegnavo, avevo un ottimo rapporto con i miei studenti, condividevo le ragioni della loro protesta ma allo stesso modo con loro sostenevo che i rimedi rischiavano di essere più feroci del male, era come intervenire chirurgicamente su un corpo gravemente malato di cui se ne accelerava la decomposizione. E infatti nella scuola sono poi stati introdotti criteri di valutazione che io non ho mai condiviso. Apprezzavo lo spazio che veniva concesso ad esigenze legittime come quelle degli emarginati, dei disabili. Per la prima volta la disabilità ha avuto all'epoca un accesso legittimo alla scuola. Prima di allora i disabili erano discriminati in scuole speciali: ghetto triste e squallido. Uno degli effetti positivi della contestazione è stata anche la liberazione da certe prepotenze o rendite accademiche poco feconde.
3. Nel 1978 esce il suo "Il giocatore invisibile". A rileggerlo oggi sembra la sintesi perfetta di quel decennio tumultuoso: il professore, protagonista del romanzo, vede crollare il suo castello di certezze culturali ed esistenziali. Proprio quello che accadde a tanti negli anni Settanta...
Mi fa piacere che lei scopra questi significati, queste corrispondenze. Quando io affermo che non sono rimasto coinvolto in modo radicale significa che io non ho condiviso le illusioni che invece altri miei coetanei coltivavano in quel periodo. Forse dipendeva anche dal mio percorso: duro, faticoso, avevo cominciato a lavorare a 17 anni, affrontando diverse difficoltà sul piano pratico. Insomma un'esperienza che ha irrobustito il mio senso realistico. Non credevo francamente a quella palingenesi così ottimistica, a quella radicale rivoluzione a cui credevano invece alcuni dei miei coetanei e non pochi intellettuali.
4. E' lecito tuttavia definire "Il giocatore" figlio degli anni Settanta?
Certamente c'è una correlazione con il clima di quegli anni. Diciamo che io non condividevo l'attesa messianica di una nuova età, non ci credevo, pur riconoscendone alcuni aspetti positivi. Tuttavia avevo una posizione critica mentre alcuni miei compagni d'esperienza culturale ci hanno creduto con fermezza o hanno finto di crederci.
5. Cosa ricorda della collaborazione letteraria prima con Adelphi e poi con Mondadori (da citare l'Almanacco dello Specchio)? A trent'anni di distanza il lavoro editoriale è cambiato in meglio oppure a suo avviso è irrimediabilmente naufragato nelle acque stagnanti del commercio fine a se stesso?
All'interno delle case editrici c'era più spazio per un progetto culturale e ad esso si sacrificava molte volte anche l'utile. Nel senso che si pubblicavano libri di cui si sapeva in partenza che avrebbero avuto una risposta di pubblico limitata. Oppure, come nel caso di Adelphi non si pubblicavano libri che avrebbero certamente riscosso un largo successo ma che non rientravano nel progetto culturale.
E' stata un'esperienza positiva, formativa, liberatoria. Sia all'Adelphi che in Mondadori per quanto riguardava l'area della poesia (Lo Specchio).
L'editoria ha poi dovuto fare i conti con un'economia brutale. Non è che oggi manchino le ambizioni culturali ma sono state fortemente ridimensionate e circoscritte da obiettivi economici spesso miopi, spesso fini a se stessi, spesso fuorvianti rispetto alla struttura delle case editrici.
6. Se avesse la possibilità di assegnare l'Oscar dei Settanta, in altre parole un premio ad un lavoro artistico (libro, canzone, film) che sia identificativo di tutto il decennio, a chi assegnerebbe tale riconoscimento?
Un'opera in cui ho creduto e continuo a credere è Horcinus Orca di Stefano D'Arrigo. La considero un'opera tra le più importanti del decennio. Tuttavia ci tengo a precisare che non credo alle opere che suggellano un'epoca, in tal senso ho una visione più articolata, più variegata.
7. Lei è uno dei più noti bibliofili italiani. Ha una biblioteca di 40mila volumi. C'è qualcosa di raro recuperato negli anni '70 o un'opera di quegli anni oggi introvabile e che lei invece possiede?
Possiedo molta della produzione dell'avanguardia degli anni Sessanta e Settanta. Considerato che ho fatto parte del "Verri" sin dalla sua fondazione, è chiaro che avevo un interesse critico per l'avanguardia. Ho diverse opere di quel periodo che oggi sono cercate sul piano antiquario.
Crocifisso Dentello
(PAGINE 70) 
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