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Intervista a Mario Biondi... - Friday 13 September 2002 - 06:38
di Crocifisso Dentello

Chi è Mario Biondi? Un grande scrittore ma non solo. Suoi sono capolavori come Il lupo bambino (1975) e La sera del giorno (1981) e soprattutto quello splendido, indimenticabile romanzo che è Gli occhi di una donna, premiato con il Campiello nel 1985. Forse la definizione di scrittore per Biondi è del tutto riduttiva. Egli è un protagonista della nostra cultura. Se avete letto in italiano autori come Updike, Tyler, Welsh, Singer e Golding lo dovete alle sue brillanti traduzioni. Inoltre Biondi ha intervistato celebrità come gli scrittori Clive Cussler ed Erica Jong oppure divi dello star-system del calibro di Madonna o Versace. Dirige attualmente il portale InfiniteStorie.it. Insomma è un uomo che nato nel '39 ha sempre un impegno da rispettare, un obiettivo da raggiungere. Vi suggerisco di visitare il suo sito personale (naturalmente da lui stesso ideato e realizzato!). Insomma una personalità che rende onore e prestigio al nostro sito. Vi confesso cari amici di pagine 70 che avere intervistato Biondi è per me un traguardo da incorniciare nell'album dei miei più cari ricordi. Un'ultima cosa: se uscite e vi capita di incrociare una libreria, bè entrateci e acquistate un romanzo come Codice ombra. Vi assicuro che non ve ne pentirete. Ora godetevi questa bella intervista: non per le mie domande, ma per le brillanti e godibilissime risposte che mi ha concesso Mario Biondi. Non dimenticate questo nome! 1. Cosa hanno rappresentato per lei gli anni 70: l'inizio di un percorso, una fase intermedia o la realizzazione di un processo già avviato in precedenza? Una fase intermedia, direi, per quanto della massima importanza. Lavoravo già in editoria dal 1968, ma nel gennaio del 1971 sono finalmente arrivato a occupare il ruolo a cui aspiravo dall'inizio: la direzione di un Ufficio Stampa (alla Sansoni di Firenze). Nel 1973 ho pubblicato il mio volumetto di poesie, Per rompere qualcosa, e poi per tutti gli anni '70 ho continuato a pubblicare poesie sulle riviste letterarie: Il Verri, Altri Termini, Pianura e soprattutto l'Almanacco dello Specchio Mondadori. Infine nel 1975 ho pubblicato il mio primo romanzo, Il lupo bambino. Aspettava da 15 anni, essendo stato scritto nel 1960, anno in cui è ambientato. Ma erano anni di grande coraggio: potevo tranquillamente raccattare i miei libri (non avevo altro), piantare in asso Milano, andare a vivere per 5 anni a Firenze e poi piantare in asso anche quella città e tornare a Milano, senza lavoro. Ma, certo, era anche il tipo di vita di allora a consentire una simile mobilità. 2. Ricorda un fatto politico, sociale o di cronaca di quegli anni? Quale evento o personaggio contraddistingue per lei più di ogni altro gli anni Settanta? L'orribile "Strategia della tensione", con tutti i morti che ha fatto. La pagina più nera della repubblica italiana. Da vergognarsi. E non ne sapremo mai niente sul serio. Vale la pena di credere all'esistenza dell'Inferno soltanto per sperare che i delinquenti che l'hanno organizzata e gestita ci vadano a finire tutti (alcuni sono già lì). 3. Se avesse la possibilità di assegnare l'Oscar dei Settanta al lavoro artistico (libro, film, canzone, dipinto) che più di ogni altro ha segnato una svolta rispetto al passato e che ancora rappresenta una risorsa per il futuro, a chi lo assegnerebbe? Chissà. Le mille e una notte di Pasolini? Ludwig di Visconti? No, sono bellissimi ma invecchiati. Le canzoni di Battisti? O piuttosto quelle di Bob Dylan? Ma, no, a quel punto era già vecchio; quando lo ascoltavo o canticchiavo, i miei nipoti adolescenti mi ridevano dietro. Non so, tutto si confonde in un grande grigio. Il fatto si è che ho sempre seguito itinerari di lettura (e di visione, e di ascolto) molto personali, fatti di sbalzi temporali e stilistici, molto poco legati alla realtà. Negli anni Settanta ero anche fotografo, abbastanza bravino. Alcune mie foto si vendono ancora. Be', nell'agosto '79, a Damasco, ho messo via la Nikon e ho deciso che non avrei mai più scattato una foto. Ero stufo di guardare la realtà attraverso il mirino di una macchina fotografica. Sfuggono tutti i profumi, i sentori, persino le puzze della vita vera. Come, appunto, leggere o andare al cinema basandosi essenzialmente sul tam-tam dell'attualità. 4. Negli anni Settanta cosa significava per lei, come intellettuale, convivere con le istanze della contestazione giovanile, con la strategia della tensione, con la febbre del sabato sera? Della strategia della tensione ho detto. Non ci si conviveva, se ne era involgariti, se non annichiliti. Per la contestazione giovanile ero troppo vecchio, e poi cominciava a connotarsi troppo di Sistema della Moda. Anche per la febbre del sabato sera ero troppo vecchio (bruttino, tra l'altro, il film: il malriuscito tentativo di distruggere sul nascere un attore straordinario). Mi portavo dietro il ricordo dei locali milanesi fine anni Sessanta, che hanno costituito il vero "cambio". Il ricordo di una mirabile serata con Jimy Hendricks al Piper. Un concerto dei Rolling Stones e uno dei Who. Una sera con Allen Ginsberg e la sua "concertina" a casa di Inge Feltrinelli, con Nanda Pivano, noi quattro e basta. Nei Settanta abitavo a Firenze, non succedeva un granché. Ma c'era, caso mai, la mostra delle sculture di Henry Moore, alla Fortezza da Basso… Indimenticabile. 5. Lei ha attraversato tutti i Settanta al timone di uffici stampa di editori come Sansoni e Longanesi. Qual era il clima di lavoro nell'editoria anni 70? Quali le differenze rispetto ad oggi? Molto più artigianale, quindi, in un certo senso più divertente. Ma più angoscioso, anche. Vi dominava un avventurismo programmatico che non sapeva nemmeno di esserlo. Un finto disdegno per i conti che era soltanto, appunto, avventurismo travestito da incoscienza. Quanti morti ha lasciato sul campo, Sansoni e Longanesi (quella originale) comprese. Inoltre questa provvisorietà di risorse impediva di sperimentare sul serio, spingeva a forza nel ghetto del retrò, del provincialismo culturale. 6. Lei ha tradotto autori come Singer, Golding, Soyinka. La sua attività di traduttore quanto ha influito o condizionato la sua creatività letteraria? E ancora: le traduzioni di oggi hanno la medesima qualità di quella di trent'anni fa? Ho cominciato a tradurre di sera e nei week end perché avevo bisogno di arrotondare i magri guadagni che l'editoria (di libri) ha sempre concesso. Poi ho scoperto che traducendo si imparano un sacco di cose ai fini dello scrivere: strutture narrative, tic, come si costruisce un'ambientazione, un personaggio. Adesso, arrivato a 71 traduzioni, mi piacerebbe tanto smettere, ma non riesco. Le traduzioni di adesso sono meglio di quelle di 30 anni fa, almeno quelle dalle infinite varianti dell'inglese. Non perché i traduttori di allora non fossero bravi, ma perché quelli di adesso hanno maggiori e migliori strumenti di consultazione e, soprattutto, viaggiano di più, quindi conoscono meglio l'inglese, in tutte le sue varianti e in tutte le sue corruzioni gergali (slang), che allora erano tabula rasa. Chi aveva mai sentito parlare davvero il popolino di Brooklyn o i neri di Los Angeles o i polacchi ebrei di Ludlow Street e dintorni? O gli schizzinosi gentiluomini della Cornovaglia alla Golding? O gli africani, come Soyinka? O, mamma mia, gli australiani… Chi poteva capirne i vezzi linguistici e renderli in italiano? Adesso, se non altro, li si capisce e si prova a renderli. 7. Lei è noto per il suo inesauribile sperimentalismo. "Per rompere qualcosa" del 1973 e "Jazzparola suite" dell'anno successivo che cosa hanno rappresentato per lei? Nel pubblicare quei versi quali erano i suoi intendimenti? La denuncia civile presente in quei versi era necessario allora renderla con un linguaggio completamente innovativo? Vi era un nesso imprescindibile forse? Hanno rappresentato il limite estremo della poesia. Più in là non sono riuscito ad andare. Forse non ho voluto, visto che nel 1979 ho abbandonato la poesia (oltre alla fotografia). "Jazz parola suite" è la vera scoperta di New York, fatta vivendo al Village East, in mezzo ai portoricani (adesso mi dicono che è tutto risanato, diventato elegantino: che orrore!). Mi sembrava che non si potesse scriverla se non cercando di applicarvi i movimenti del free jazz. "Per rompere qualcosa" è la summa della mia poesia dai primi anni Sessanta ai primi Settanta. Prima del free jazz viene l'hard bop. Il più "hard" possibile. Ma c'era già nel "Lupo bambino", che è stato scritto nel 1960. 8. Il romanzo "Il lupo bambino" esce nel 1975 ma fu scritto nel 1960 e di quell'anno riecheggia tormenti e speranze di una gioventù intellettuale che non riesce ad essere autenticamente protagonista del suo tempo. Eppure, a guardar bene, un occasionale lettore del '75 non avrebbe difficoltà a riconoscersi. Perchè la scelta del 1975 per l'uscita di quello che può ritenersi un capolavoro degli anni Settanta? Mio Dio… "capolavoro"... lo dica in giro, così magari qualcuno lo ripubblica. Certo, è un romanzo che amo moltissimo. In realtà non ha avuto molta fortuna: scritto a 21 anni, quando l'ho pubblicato ne avevo ormai 36. A quei tempi avere 36 anni significava essere molto adulti. Molto più di adesso. Io avevo fatto l'università, il servizio militare, quattro anni di nazionale di atletica leggera ed ero già alla quarta esperienza di lavoro. E forse la furia giovanilista (ventenne) del "Lupo bambino" non corrispondeva più all'immagine di un autore ultra-trentenne. Almeno agli occhi della critica di allora. Comunque non sono di sicuro stato io a scegliere di pubblicarlo nel 1975: prima me lo avevano rifiutato tutti gli editori a cui l'avevo proposto, almeno sette o otto (e lavoravo in editoria!). Era intitolato "Il merdone": gli editori si spaventavano già soltanto leggendo il titolo… Dicendomi che "un occasionale lettore del '75 non avrebbe difficoltà a riconoscersi" mi fa uno dei più bei complimenti che io abbia mai ricevuto. Vuol dire, povero "lupacchiotto", che è sempre vivo. Auguri a lui. 9. Mario Biondi trent'anni dopo: quanto è diverso il suo lavoro, la sua vita rispetto agli anni Settanta? Tutta la differenza che c'è tra avere trenta e avere sessant'anni. Come si fa a raccontarla? Nei Settanta ho attraversato con l'autostop il Sahara algerino (per la seconda volta; la prima nei Sessanta), sono andato a Cuba, ho girato mezza America del Nord, eccetera. Partire in auto da Milano per Aqaba e tornare indietro era una cosa normalissima. Adesso, ehm… continuo a viaggiare, certo, quest'anno ho girato mezzo Iran. Ma che fatica riuscire a innescare anche soltanto un'ombra sbiadita degli entusiasmi di allora. Comunque si tira avanti. Ho avuto la fortuna di dovermi guadagnare da vivere da quando avevo meno di vent'anni, e forse questo mi ha sempre fatto sentire un po' più vecchio dei miei coetanei. 10. Con un microfono in mano ha, dinanzi a lei, il popolo degli anni 70 che la sta ascoltando. Cosa sente di dirgli? Teniamo duro, ragazzi. Veniamo da lontano e possiamo (dobbiamo) ancora andare molto lontano. Crocifisso Dentello (PAGINE 70) [WM]

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