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Il Segno del Comando - Sunday 18 January 2004 - 12:14
di Luca Venzano

I modelli cui si ispirarono D’Agata e Bollini (con il contributo di Guardamagna e Mandarà) nello stendere il copione de Il segno del comando furono senza dubbio due sceneggiati apparsi sui teleschermi italiani nella seconda metà degli anni ’60: il primo era di produzione francese, e cioè Belfagor ovvero ‘Il fantasma del Louvre’, trasmesso oltralpe nel marzo del 1965 e in Italia a partire dal 15 giugno dello stesso anno; il secondo era il nostrano Geminus, apparso nella tarda estate del ’69. Belfagor, tratto dall’omonimo romanzo (1927) di Arthur Bernède e diretto da Claude Barma, raccontava di un inquietante "sottosuolo parigino pieno di intrighi e misteri orditi per appropriarsi di una statua di un dio egizio (Belfagor, appunto) che custodisce il segreto di una formula alchemica. Ma l’interesse del feuilleton non è nell’amore [del giovane protagonista] Bellegarde per la figlia del commissario o nel sapere se la setta dei Rosacroce conquisterà il grande potere, ma nell’identità del fantasma" (F. Scamoni, Belfagor, su ‘Film Tv’, 20 agosto 2002, pag. 107). Un plot, dunque, aggrovigliato ed enigmatico che mescolava elementi di giallo, horror, fantapolitica e avventura sentimentale e che tenne milioni di spettatori incollati ai teleschermi nelle sei serate di programmazione. Il successivo Geminus, scritto da Francesco Milizia ed Enrico Roda e diretto da Luciano Emmer, ricalcava in parte alcune delle caratteristiche salienti di Belfagor, ma attenuandone un po’ la tensione in favore di una vena più ‘leggera’ e quasi surreale e spostandone l’ambientazione da Parigi a Roma. Fu comunque soprattuto il notevole successo ottenuto da Belfagor a indurre la Rai (oltre che a replicarlo una prima volta nel 1966 e poi ancora nel ’69) a mettere in cantiere un nuovo sceneggiato di propria produzione che avesse la tensione narrativa e l’impatto popolare del programma francese. Nel 1970 saltò dunque fuori da un cassetto, in cui giaceva dall’anno prima, un soggetto scritto da un team di autori che comprendeva Giuseppe D’Agata, Flaminio Bollini, Dante Guardamagna e Lucio Mandarà. Incaricato di svilupparne una sceneggiatura televisiva, il gruppo si sfaldò, e Guardamagna e Mandarà abbandonarono subito l’impresa. I due rimasti, D’Agata e Bollini, si misero al lavoro benché il compito apparisse loro tutt’altro che facile; a metà dell’opera, infatti, anche Bollini gettò la spugna, e toccò al solo D’Agata districare gli snodi narrativi della storia e portare a termine il copione da affidare alle esperte mani di Daniele D’Anza (che sostituì nella regia il dimissionario Bollini). Ma ascoltiamo da uno degli autori della prima ora, Dante Guardamagna, come ebbe luogo la ‘genesi’ del progetto: "Avvio, clima, e diciamo pure ricetta della storia sono nati in uno di quei rari momenti in cui gli autori televisivi — stretti fra due commissioni/occasioni di lavoro — trovano tempo ed entusiasmo per chiedersi cosa veramente avrebbero voglia di fare. Per la cronaca (prima che intervenissero, in ordine di arrivo, Mandarà, D’Agata e D’Anza), eravamo Flaminio Bollini e io — estate del ’69, notte alta — all’uscita da un’assemblea dell’Arit. Abbiamo parlato proprio fra ombre di vicoli e trattorie sbarrate, con l’eco dei nostri passi sui sampietrini di Trastevere. Fantasmi non ne abbiamo visti. Ne abbiamo evocati: incontri alla James, monaci neri e zingare alla Byron che annunciano destini fatali, artisti più o meno faustiani. Mistero alla romana? Sì, ma ci siamo detti che una delle nostre città, rivelate a un nordico (come Hoffmann o magari Mann) assume di colpo una dimensione che il quotidiano nasconde a noi. Quindi avventura e scoperta le abbiamo affidate a un moderno professore inglese specialista di Byron. La zingara, che sarebbe stata Carla Gravina, è diventata la modella di un pittore morto da un secolo: da far scomparire con tutta l’osteria misteriosa, lasciando nostalgie struggenti. C’era già tutto, meno intrigo e spiegazione. Su questo ho un antico pregiudizio: dato un mistero, l’autore deve svelarlo; ma svelato il mistero non resta che la delusione. Anche qui bisognava spiegare; ma avevamo deciso di farlo un po’ come Petrolini, quando insegnava al pubblico i giochi di prestigio: svalutando la spiegazione a vantaggio del mistero. E si è fatto così; mentre i successivi esperimenti su questo filone spiegavano troppo, coinvolgendo utili risvolti ma perdendo fascini e suggestione" (D. Guardamagna, in G. Tabanelli, Il teatro in televisione, Roma, Rai-Eri, 2002, pag. 96-97). Con Il segno del comando di D’Agata, Bollini e D’Anza si delineò quindi un nuovo canone di ‘teleromanzo a suspense’; il neonato sottogenere, piuttosto distante dal ‘giallo’ tradizionale e rassicurante che si era visto fino ad allora sui teleschermi italiani, appariva denso di suggestioni magiche e inquietanti e — pur essendo ancora strutturalmente modellato sul feuilleton ottocentesco — si mostrava debitore, sul versante tematico e figurativo, dei coevi filoni cinematografici horror e thriller (appare d’altronde proprio in quegli anni l’astro nascente Dario Argento). Una sintesi, insomma, di vecchio e nuovo: da una parte, l’apertura a ‘novità’ (non da poco, almeno per la televisione di quegli anni, soggetta a una rigida censura) quali sedute spiritiche, pretese reincarnazioni, ammazzamenti in serie; dall’altra, l’adesione al tradizionale schema narrativo del romanzo popolare con i suoi "caratteri prefabbricati, tanto più accettabili e graditi quanto più noti, in ogni caso vergini di ogni penetrazione psicologica, come lo sono i personaggi delle favole. Quanto allo stile, [il romanzo popolare si giova] di soluzioni precostituite, atte a procurare al lettore le gioie del riconoscimento del già noto. E [gioca] di iterazioni continue, per procurare al lettore il piacere regressivo del ritorno all’atteso, e [snatura], riducendole a cliché, le soluzioni altrimenti inventive della letteratura precedente. Ma nel far questo [mette] in opera una tale energia, [sprigiona] una tale felicità, se non inventiva almeno combinatoria, da procurare piaceri che sarebbe ipocrita nascondere: perché esso rappresenta intreccio allo stato puro; spregiudicato e libero da tensioni problematiche" (U. Eco, Le lacrime del Corsaro Nero, in Il superuomo di massa, Milano, Bompiani, 2001, pag. 11-12). Intreccio allo stato puro, come giustamente sottolinea Umberto Eco analizzando i tratti peculiari del feuilleton (genere para-letterario che dello sceneggiato televisivo è ovvio e diretto antecedente). Il romanzo popolare, sempre secondo Eco, "non inventa situazioni narrative originali, ma combina un repertorio di situazioni «topiche» già riconosciute, accettate, amate dal proprio pubblico [...]. Il piacere della narrazione [...] è dato dal ritorno del già noto [...], [dalla] spregiudicatezza [...] nel ricalcare modelli precedenti, la libertà nell’allungare gli avvenimenti, nel riaprire le partite già chiuse, la disinvoltura nel fornire come prefabbricata la psicologia dei suoi protagonisti. [...] Ciò che conta è l’intreccio, il colpo di scena, l’espansione spregiudicata di una narratività a briglia sciolta" (U. Eco, "I Beati Paoli" e l’ideologia del romanzo "popolare", in Il superuomo di massa, cit., pag. 73-75). Nonostante le velate perplessità di una parte del pubblico (non a tutti andò giù, ad esempio, il finale ‘aperto’ della vicenda), il modello narrativo inaugurato dal Segno del comando, abilmente costruito sul doppio binario del soprannaturale (il ‘fantasma’ di Lucia, le reincarnazioni, le oscure maledizioni) e della spy story (gli intrighi orditi da Powell, le morti sospette, le cacce al tesoro), costituirà un punto di riferimento costante per tutto il decennio: si pensi soltanto al motivo delle cicliche reincarnazioni, ripreso più volte in sceneggiati successivi quali Ritratto di donna velata, L’amaro caso della baronessa di Carini, Il fauno di marmo, La dama dei veleni, tutti più o meno esplicitamente modellati sulle coordinate formali del Segno nell’intento di replicarne il successo (significativamente, diversi tra essi avranno Ugo Pagliai come protagonista). Come si diceva poc’anzi, i ‘romanzi popolari’ — nell’accezione più vasta del termine — non nascono mai dal nulla, si avvalgono invece di un repertorio di situazioni ‘già viste’ e per così dire ‘familiari’ al pubblico. Potrebbe dirsi lo stesso per Il segno del comando? Proviamo ad arrischiare, quasi per scherzo, un’ipotesi fantasiosa ma non troppo, e cioè che, pur trattandosi di un ‘originale televisivo’, di una storia cioè teoricamente inedita e ideata appositamente per il piccolo schermo, il suo spunto iniziale — la vicenda si sviluppa poi in maniera differente e notevolmente più complessa — sia derivato da un racconto francese di metà Ottocento, scritto da Prosper Mérimée e intitolato Il vicolo di Madama Lucrezia. Nella novella in questione un giovane straniero (nella fattispecie, francese) giunge a Roma per sbrigare alcune sue faccende e si imbatte in un’enigmatica figura di giovane donna, vestita di bianco, che appare e scompare misteriosamente; innamoratosi della ragazza e cercatene le tracce, il giovane apprende di una leggenda circa un fantasma di donna che si aggirerebbe nei vicoli della città vecchia: questo l’abbozzo di trama che parrebbe aver ispirato la storia di D’Agata e Bollini. Alla fine del racconto di Mérimée il mistero viene però svelato, e le ‘apparizioni’ del preteso spettro si rivelano essere il trucco escogitato da una coppia di amanti per mascherare la loro relazione clandestina. Ma c’è di più, e il nostro ‘gioco’ può spingersi più in là: oltre all’ambientazione romana e all’atmosfera ‘magica’ che contraddistinguono sia la novella che il soggetto televisivo, vi sono alcune altre curiose analogie. Ad esempio, il nome della ragazza fantasma del racconto, Lucrezia, richiama quello della protagonista dello sceneggiato, pur perdendo alcune lettere centrali e diventando un più modesto ‘Lucia’; la casa in cui ha luogo la prima ‘apparizione’ di Lucrezia porta il numero 13, come l’interno 13 (di via Margutta 33) dove Forster incontra per la prima volta Lucia; la leggenda del fantasma viene narrata al giovane protagonista della novella da una vecchia popolana, così come Edward ascolta la storia di Lucia dall’anziano colonnello Tagliaferri; il passo in cui il giovane francese visita la casa abbandonata, appartenuta un tempo a Lucrezia, ricorda la scena in cui Forster, nella terza puntata dello sceneggiato, entra nello studio in disuso che fu di Tagliaferri. Vi sono inoltre diversi altri elementi non esplicitamente assimilabili, ma che tradiscono una generica assonanza, riscontrabili ad esempio confrontando il brano in cui il francese visita la quadreria dei suoi nobili ospiti romani, i marchesi Aldobrandi, con l’analoga scena che vede Forster far visita al principe Anchisi per esaminarne la Fantasia architettonica su motivi romani; oppure il motivo contingente che induce i protagonisti delle due storie a venire in Italia: l’incarico di consegnare alcune lettere a Roma per quanto riguarda l’anonimo eroe del racconto, una lettera ricevuta da un pittore romano per quel che concerne Forster. Un’ultima similitudine, forse non la meno significativa: uno dei principali snodi narrativi, che concorre a indirizzare i due personaggi nelle rispettive misteriose avventure, è costituito in entrambi i casi da un dipinto: un Ritratto di Lucrezia Borgia nella novella di Mérimée, la già menzionata Fantasia architettonica su motivi romani nel copione di D’Agata e Bollini. Nessuna presunta analogia con questo o quel racconto può comunque sminuire il brillante lavoro operato dagli autori nell’ideazione e nello sviluppo di una trama, anzi, tra le più originali, ingegnose e avvincenti mai dipanatesi in televisione. E fu proprio l’ingegnosità della trama, nonché l’accorta messa in scena di Daniele D’Anza e la convincente interpretazione di Ugo Pagliai e degli altri attori a far presa sul pubblico televisivo, che decretò il successo dello sceneggiato: esso ottenne infatti un ascolto medio di 14.800.000 spettatori, e 78 come indice di gradimento. Pur non raggiungendo i picchi d’ascolto di altri teleromanzi di quell’anno (come i 21.900.000 di Come un uragano, o i 19.700.000 di ...E le stelle stanno a guardare), Il Segno del comando si creò un seguito di fedeli appassionati, la cui fervida dedizione diede vita a episodi curiosi: a Genova, ad esempio, dove domenica 13 giugno si tengono le elezioni amministrative, "per poter assistere all’ultima puntata del giallo televisivo Il segno del comando, numerosi presidenti di seggio, scrutatori e rappresentanti di lista hanno portato nei seggi elettorali il televisore portatile. E, approfittando dell’ora tranquilla (dopo le 21 [...] l’affluenza degli elettori era diminuita) hanno seguito la conclusione della brutta avventura di Edward Forster" (art. red. su "Il Secolo XIX", 15/6/71, pag. 9). Avventura che, a vent’anni di distanza — nell’età cioè della fiction, dell’audience, dei target —, si ritenne di dover riesumare e ‘rammodernare’: l’insulso remake berlusconiano, diretto da Giulio Questi e andato in onda su Canale 5 nella tarda estate del 1992, gettò se non altro una luce di salutare rimpianto sull’opera originale e sull’estinta civiltà televisiva di cui Il segno del comando fu tra le migliori espressioni. Trama 1. Lancelot Edward Forster è un professore di letteratura inglese presso l’Università di Cambridge; i suoi studi più recenti si rivolgono in particolare ai soggiorni italiani di Byron. Dopo la pubblicazione di un suo articolo su un’importante rivista letteraria, The Cambridge Quarterly, Forster riceve due inviti da Roma: George Powell, un funzionario dell’ambasciata britannica, gli propone di tenere una conferenza sul tema Byron a Roma e organizza una ‘settimana byroniana’ dedicata proprio alle sue ricerche; e uno sconosciuto studioso italiano, il pittore Marco Tagliaferri, gli promette rivelazioni importanti su alcuni dettagli del diario di Byron che Edward sta studiando (ad esempio, una ‘piazza con ruderi di tempio romano, chiesa rinascimentale e fontana con delfini’, secondo Forster inesistente, e invece riprodotta su una fotografia che Tagliaferri unisce all’invito). Incuriosito, il professor Forster viene a Roma; all’indirizzo fornitogli dal pittore — via Margutta 33, interno 13 — egli trova però soltanto una misteriosa ragazza, Lucia, la modella di Tagliaferri, che gli dà appuntamento per cena. Forster si reca all’albergo Galba, raccomandatogli da Lucia, e vi incontra una sua vecchia conoscenza londinese: si tratta di Olivia, che in quel momento sta distrattamente seguendo un concerto di musica classica alla televisione. La donna, rimasta vedova, convive adesso con un tal Lester Sullivan, un mediocre faccendiere soprannominato ‘il Barone Rosso’. Qualcuno spia Edward in camera senza che egli se ne renda conto; poi lo studioso si reca a visitare la mostra presso il ‘British Council Institute’, dove incontra lo svagato Powell e la sua giovane segretaria Barbara. Più tardi, conversando con Powell, Forster è sconcertato nell’accorgersi di conoscere a memoria il numero di telefono di Tagliaferri — 2113117 — senza averlo mai letto o udito. Quella sera, poi, Edward si reca all’appuntamento con Lucia; i due attendono invano, al ristorante convenuto — la ‘Taverna dell’Angelo’ —, l’arrivo del pittore, che però non si presenta. Forster, che ha bevuto molto, comincia a sentirsi confuso e ad avere strane visioni, finché cade a terra privo di sensi. Si risveglia nella sua auto, accorgendosi che la sua borsa, contenente i microfilm con le parti ancora inedite e non decifrate del diario romano di Byron, è sparita. Nessuno, neanche al commissariato di polizia cui si rivolge, pare conoscere alcuna ‘Taverna dell’Angelo’, e a Edward non resta che rassegnarsi alla perdita. Tornato all’automobile, Forster trova sul sedile il medaglione — forse un antico e prezioso amuleto — che Lucia indossava quella sera. All’alba, riavutosi dallo stordimento, il professore si precipita in via Margutta; all’interno 13 stavolta nessuno gli risponde, ma dalla porta accanto si affaccia un vecchio signore che lo informa che il pittore Tagliaferri è morto. A un perplesso Forster che domanda se si sia trattato di una disgrazia improvvisa, l’uomo risponde di essere l’ultimo discendente del pittore, che è morto esattamente cento anni prima, insieme alla sua modella Lucia, in circostanze misteriose. 2. Il colonnello racconta a Forster la leggenda secondo cui l’interno 13, deserto da molti anni, sarebbe ancora abitato dal fantasma di Lucia, la ragazza cioè che lui ha visto, e con cui ha parlato e cenato. Al ‘Caffè Greco’, dove lo indirizza il vecchio Tagliaferri, il professore scopre la propria sorprendente rassomiglianza con un autoritratto del defunto pittore; e più tardi, al ‘Cimitero degli Inglesi’, dove si reca con Powell, rimane disorientato dapprima da una ragazza che a tratti gli sembra Lucia, e poi dall’inquietante apparizione di un ‘se stesso’ nei panni di Tagliaferri. Inseguendo la misteriosa figura, Forster ne trova la tomba: scopre così che Marco Tagliaferri è nato nel suo stesso giorno, cento anni prima — il 28 marzo 1835 —, ed è morto il 28 marzo 1871. Il 28 marzo è anche la data fissata da Powell per la conferenza. Durante l’affettuosa pausa che si concede con Olivia, i pensieri dell’ormai suggestionato professore tornano ancora alla ragazza misteriosa che l’ha accolto a Roma per prima, e che forse gli è sfuggita per sempre. Il medaglione di Lucia rimasto tra le mani a Edward dopo l’avventura della sera prima incuriosisce Olivia, che ne teme l’ambiguo fascino, e Sullivan, che invece lo vorrebbe acquistare. L’antiquario Barengo, che Olivia fa incontrare con Forster, lo riconosce opera di Ilario Brandani, orafo e negromante settecentesco nato e morto, per un’inspiegabile coincidenza, esattamente cento anni prima di Marco Tagliaferri. Nel frattempo Barbara, la segretaria di Powell, fa un’altra scoperta decisiva per lo studioso: la riproduzione della piazza vista o sognata da Byron è in realtà un semplice fotomontaggio ricavato da un quadro, probabilmente dell’Ottocento romano. Durante le immediate ricerche circa l’autenticità del quadro che Barbara ed Edward intraprendono il professore viene avvicinato da un invadente ammiratore, il principe Raimondo Anchisi, nobiluomo romano in decadenza, anch’egli appassionato di Byron oltre che di occultismo. Scoprendo in seguito che il dipinto della piazza è firmato proprio da Marco Tagliaferri ed appartiene ora al principe Anchisi, Forster si risolve a recarsi all’indirizzo del suo insistente e un po’ pedante interlocutore; quella sera si presenta appunto a palazzo Anchisi, ma nessuno gli apre: gli appare invece, con un candelabro in mano, la spettrale figura di Lucia. 3. Forster racconta a Powell e a Barbara gli strani episodi capitatigli, e la ragazza lo informa di una leggenda sul ‘fantasma di palazzo Anchisi’: chiunque lo veda sarebbe destinato a morire entro il mese. Il colonnello Tagliaferri, nel frattempo, è stato ricoverato in ospedale; per suo diretto incarico, la nipote Giuliana consegna a Edward la chiave dell’interno 13 di via Margutta. Nell’antico studio di pittore, abbandonato e in rovina, dopo aver inaspettatamente incontrato l’impeccabile Powell, il professore ritrova la borsa con i microfilm. Intanto il principe Anchisi ha posto in vendita presso un’asta pubblica il quadro di Marco Tagliaferri — una Fantasia architettonica su motivi romani — prima che Edward potesse chiedergli di esaminarlo. Recatosi all’asta per acquistare il dipinto, Forster è però battuto da un misterioso compratore che intende conservare l’anonimato. In serata Forster viene invitato telefonicamente a un indirizzo della vecchia Roma, un grande e antico palazzo dove resta coinvolto in una seduta spiritica cui partecipano, tra gli altri, la signora Giannelli e una medium velata e irriconoscibile. Viene evocato lo spirito di Marco Tagliaferri, e Forster lo può finalmente interrogare su varie questioni: il dipinto, ad esempio, si troverebbe ora su "una nave a remi". Ma è domandando come Tagliaferri sia morto che Edward riceve la risposta più impressionante: "Ero già morto da un secolo, e anche tu sei morto!". La medium si alza, grida, si accascia a terra, e Forster le scopre il volto: è Lucia. Gli altri partecipanti alla seduta, e la stessa Lucia, scompaiono, e Edward si ritrova solo, imprigionato nella sala buia. Trovata fortunosamente una via di fuga, l’allarmato professore riesce a uscire dall’edificio, su cui campeggia l’insegna ‘Sartoria teatrale Paselli’. Tornato all’albergo, Forster viene informato dal portiere che Olivia e Sullivan sono partiti improvvisamente, senza lasciargli alcun messaggio. Dalla finestra della sua stanza Edward vede rientrare la Giannelli, in compagnia di Lucia; interrogata in proposito, la donna nega di conoscere la ragazza. Qualcuno telefona poi per avvertire che il colonnello Tagliaferri è morto. 4. Giuliana, nipote del defunto colonnello Tagliaferri, mostra a Forster un prezioso orologio appartenuto allo zio: vi sono impresse le iniziali di Ilario Brandani e la scritta ‘S. Onorio’. Recatosi quindi alla chiesa di Sant’Onorio al Monte, Edward domanda al parroco se sia lì custodita qualche opera dell’orafo settecentesco. La risposta è negativa; vi si conserva però, afferma il religioso, l’intera collezione di manoscritti del compositore Baldassarre Vitali. Edward, assistito da Barbara, visiona i microfilm fortunosamente recuperati, quando una sinistra telefonata di Lester Sullivan avverte il professore che il colonnello Tagliaferri è in realtà stato ucciso, e stessa sorte potrebbe toccare a lui; l’uomo si dichiara quindi in possesso di informazioni preziose per Forster, ma due spari pongono fine alla conversazione. Edward, dopo aver discusso con il compassato Powell circa la misteriosa scomparsa di Sullivan e i suoi rapporti con Olivia, riesce a scoprire che il brano tramesso in tv la sera in cui incontrò Olivia era un’opera di Baldassarre Vitali, il Salmo XVII. Tornato a Sant’Onorio, Forster scopre con disappunto che dalla raccolta lì custodita manca proprio la partitura in questione. Le informazioni che Edward riesce a ottenere in merito sono poche e frammentarie: forse il brano era una sorta di testamento spirituale dell’autore, e il manoscritto potrebbe ora appartenere a privati. Barbara, a pranzo con Powell e Forster, suggerisce a quest’ultimo che la ‘nave a remi’ cui accennò la medium nella seduta spiritica, e nella quale si troverebbe il dipinto cercato dal professore, potrebbe essere l’Isola Tiberina. Edward vi trova infatti il quadro, in un appartamento in ristrutturazione abitato da Olivia, che era sparita nel nulla tempo prima. La donna, sconvolta dalla paura per la scomparsa di Lester (che aveva acquistato il dipinto) e la sorte di Edward, prega quest’ultimo di abbandonare l’impresa e pensare a salvarsi; ‘loro’, afferma Olivia, hanno poteri sovrumani e non esiteranno a ucciderlo. Tra le cose di Sullivan c’è anche un trattato di metrica musicale: egli intendeva, secondo Olivia, decifrare un manoscritto di Baldassarre Vitali. Forster, invitato a cena dal principe Anchisi, ne ascolta un inquietante racconto: in una seduta spiritica svoltasi anni prima, lo spirito di Marco Tagliaferri aveva rivelato che nel diario di un grande poeta — Byron — c’era la chiave di un ‘tragico mistero’; anche Tagliaferri era stato un noto spiritista: organizzava sedute all’albergo Galba e sosteneva di essere la reincarnazione di Ilario Brandani, col quale condivideva le date di nascita e morte. Anchisi mostra poi al professore un antico manoscritto trovato in casa del colonnello Tagliaferri, opera di un anonimo tardo-settecentesco: vi si parla di un segreto lascito da parte di un ‘maestro’, custodito — presso un tempio romano e una fontana con delfini — da un ‘messaggero con corpo ma senz’anima’. Tale ‘segreto lascito’, spiega il principe, è qualcosa che solo gli iniziati possono conoscere: un oggetto portentoso chiamato ‘il Segno del comando’. Quella notte il sonno di Edward è tormentato da un incubo spaventoso, in cui fatti e personaggi del suo recente passato — ma anche eventi futuri, come la morte di Olivia — danno vita a una macabra messinscena che culmina con il funerale del professore: ai sinistri rintocchi di uno scalpello che incide il suo nome e l’ormai prossima data della sua morte — il 28 marzo 1971 — su una lapide tombale, Forster si sveglia. Il giorno dopo, all’Isola Tiberina, viene rinvenuto il cadavere di Olivia, asfissiata dal gas di una stufa. Edward accorre sul posto; trovandovi, come al solito, anche Powell, Forster gli domanda spiegazioni circa la sua immancabile presenza ad ogni snodo significativo dell’intricata vicenda. Mentre il commissario Bonsanti arriva a predisporre l’avvio delle indagini, Powell rivela al disorientato Forster di essere un agente dei servizi segreti britannici. 5. Effettuato un sopralluogo nell’appartamento di Olivia, il commissario Bonsanti riparte; Edward confida a Powell di ritenere che la morte di Olivia non sia accidentale, né si tratti di suicidio. Il giorno della conferenza, intanto, si avvicina: è il 24 marzo. Edward è spesso ospite a casa di Barbara, dove studia i suoi microfilm. È particolamente impegnato nell’interpretazione di un brano ove si cita un certo ‘O.’, sulla cui identità il professore si arrovella, intuendo possa essere la chiave dell’enigma. Aiutato da Barbara, con la quale sta forse per nascere un legame sentimentale, Forster compie lunghe ricerche nelle biblioteche romane, consultando persino i registri parrocchiali nell’intento di chiarire l’identità di ‘O.’. È ormai il 28 marzo quando Edward trova un’indicazione decisiva, che trascrive nei suoi appunti: ‘Percy Delaney, via delle Tre Spade 119’. Recatosi a tale indirizzo e salite le scale del vecchio edificio, Edward bussa a una porta da cui ode provenire una musica d’organo. L’uomo che lo accoglie è un anziano e colto musicologo, ormai cieco, che vive di memorie circondato da opere d’arte e d’antiquariato. Dalla finestra, l’uomo mostra a Forster — ignorando che non esistono più — i ruderi del tempio romano, la chiesa rinascimentale, la fontana con delfini: è, o meglio era, la piazza dipinta da Tagliaferri. L’anziano studioso rivela poi a Edward che il brano che stava eseguendo all’organo era il Salmo XVII, ovvero ‘della Doppia Morte’, di Baldassarre Vitali; egli spiega che l’autore non volle lasciarlo alla chiesa di Sant’Onorio poiché convinto fosse una musica ‘maledetta’: sulla partitura, in possesso dell’uomo, si leggono infatti i versi precedentemente attribuiti a Byron: "Voltai le spalle al Signore / E camminai sui sentieri del peccato / Voltai le spalle al Signore / E quando il tempo finì / Seppi che ero giunto dove non dovevo / Diritta è la strada del male / Ma quando lo compresi / La strada era finita / E anche l’anima mia / Perché avevo voltato le spalle al Signore". Affacciatosi alla finestra, Edward ha l’impressione di vedere Lucia e, congedatosi frettolosamente dall’anziano ospite, si precipita in strada. La ragazza è però fuggita, e Forster la insegue per i vicoli della vecchia Roma. Anche il professore è seguito: da Lester Sullivan, ricomparso all’improvviso, e pedinato a sua volta da Powell. I quattro personaggi si ritrovano ancora una volta alla sartoria Paselli, circondati da manichini. Lucia, intanto, scompare di nuovo; Powell affronta invece Sullivan, accusandolo della morte di Olivia per i suoi loschi scopi: ad esempio, impossessarsi del cosiddetto ‘carteggio Von Hessel’. Sullivan tenta di fuggire ma precipita nel vuoto, morendo sul colpo. Discutendo in seguito con Forster sulla figura e il ruolo di Sullivan, Powell è però reticente circa l’oggetto delle ricerche del defunto ‘Barone rosso’. Sono ormai quasi le 21, l’ora fissata per la conferenza al British Council; Powell informa il professore che ascolterà solo i primi due o tre minuti e poi si allontanerà. La conferenza, nella sala gremita di pubblico, ha inizio. Forster esordisce affermando di aver commesso, nella stesura del suo articolo, due errori: il primo consisteva nell’aver attribuito la poesia ‘Voltai le spalle al Signore...’ a Byron; in realtà, come lo stesso Forster ha recentemente appurato, Byron non fece che trascrivere sul suo diario i versi del musicista tardo-settecentesco Baldassarre Vitali, che accompagnavano un suo brano per organo, il Salmo XVII. Il secondo errore, continua Forster, fu di considerare la ‘piazza con tempio romano’ citata nel diario di Byron come un luogo immaginario, mentre quella piazza esisteva davvero. Per trovare il luogo dove un tempo sorgeva la piazza, lo studioso afferma di essersi basato su un altro brano del diario, datato estate 1821: "Musica celestiale in casa di O. Che io possa essere dannato se accetto di nuovo un suo invito". Forster ha dunque scoperto che ‘O.’ era l’iniziale di ‘Oberon’, soprannome di Sir Percy Delaney, un amico di Byron vissuto a Roma intorno al 1820. La casa di costui, poi rintracciata da Forster, sorgeva in via delle Tre Spade 119, la stessa casa cioè dove, prima di Sir Percy, aveva abitato Baldassarre Vitali, e dove lo spettro di quest’ultimo era apparso a Byron durante una seduta medianica. Vitali, occultista oltre che compositore, pare avesse ucciso un suo rivale in negromanzia, l’orafo Ilario Brandani, per sottrargli il famigerato ‘Segno del comando’, un oggetto dai poteri miracolosi. Secondo la leggenda, l’orafo assassinato maledisse, morendo, il musicista, giurando di reincarnarsi ogni secolo in un uomo destinato a ricercare il misterioso oggetto nascosto da Vitali in un luogo segreto e introvabile. L’uomo che cent’anni dopo si sentì investito di quella missione fu il pittore Marco Tagliaferri che, pur fallendo nel compito, lasciò testimonianza delle sue ricerche in un dipinto che raffigurava la piazza dove sorgeva la casa di Vitali. Alla domanda del principe Anchisi su chi possa essere il ‘reincarnato’ del XX secolo, destinato quindi a morire — come Brandani e Tagliaferri — entro la mezzanotte del 28 marzo, cioè tra poche ore, Forster risponde, tra la sorpresa generale, di sospettare di essere lui stesso il predestinato, ma di avere forse scoperto, decifrando i versi del Salmo XVII, il luogo ove è celato il ‘Segno del comando’: in un cortile sormontato da un angelo di pietra, non lontano dalla casa appartenuta prima a Baldassarre Vitali e poi a Sir Percy Delaney. Durante la conferenza tenuta da Forster, Powell si è appunto recato sui luoghi descritti dal professore; quando Edward lo raggiunge presso l’angelo di pietra, Powell dichiara però che nessuno è venuto a cercare alcunché. Avendo tuttavia notato che una lastra del basamento della statua si muove, i due uomini provano a cercarvi all’interno, ma senza successo: la nicchia è vuota. A Powell viene tuttavia un’idea: la statua ‘guarda’ un punto preciso, una siepe che cela una botola. Calatisi attraverso di essa nel sottosuolo, i due si ritrovano nel cantiere della metropolitana in costruzione. Mancano due minuti a mezzanotte; Forster, scivolato da un ammasso di detriti, sta per essere schiacciato dalla pala di una scavatrice: la leggenda sta forse per avverarsi. Ma l’ululato di una sirena pone fine, proprio in quell’istante, al turno di lavoro, e la scavatrice si blocca. Edward è salvo e Powell, sibillinamente, gli augura ‘buon compleanno’. Nella hall dell’albergo Galba, intanto, Barbara è in ansia per la sorte di Edward e per la ‘maledizione’ che pare riguardarlo, ma il commissario Bonsanti la tranquillizza, sostenendo l’infondatezza di simili leggende. Arriva finalmente Forster che, dopo aver affettuosamente rincuorato Barbara, spiega al commissario come nessuno della ‘setta’ (Anchisi, la Giannelli, l’antiquario Barengo, il sarto Paselli) si sia presentato a verificare le rivelazioni da lui fatte alla conferenza; secondo Bonsanti si tratta dopotutto di gente bizzarra ma innocua, con l’hobby dell’occultismo e della ricerca di improbabili oggetti magici. Ben altro cercava invece il defunto Sullivan, che era stato un collaborazionista dei nazisti durante la guerra e quindi si era dato al traffico d’armi e di opere d’arte, ma con scarsi risultati; prima di morire stava appunto inseguendo il ‘colpo’ della vita, il ‘carteggio Von Hessel’, da rivendere poi al maggior offerente. Carteggio che, ipotizza Bonsanti, proprio Powell potrebbe aver trovato nella nicchia quella stessa notte, tacendone poi con Forster. A casa del principe, intanto, alle 3 di notte, la ‘setta’ si è riunita: è presente anche l’insospettabile ‘adepto’ Powell, da cui Anchisi e i suoi minacciosi sodali pretendono spiegazioni su ciò che egli ha realmente trovato nella nicchia e assicurazioni sulla sua fedeltà al gruppo; per tutta risposta, il flemmatico agente britannico afferma di aver fatto circondare l’edificio dalla polizia e, con uno stratagemma, lascia il palazzo. Incontrato il commissario Bonsanti, Powell gli rivela di aver effettivamente rintracciato il prezioso carteggio (una serie di documenti ‘scottanti’ riguardanti uno statista britannico e un’alta personalità nazista), nascosto nel 1944 da un ufficiale tedesco in ritirata, il conte Von Hessel — anch’egli cultore di Byron — proprio nella nicchia alla base della statua; i documenti, aggiunge Powell, sono già in volo per Londra. Salito quindi in macchina e allontanatosi, Powell è però vittima di un pauroso incidente: la sua auto si ribalta ed esplode, sotto lo sguardo enigmatico e impassibile di Lucia. Quella stesa notte Forster, salutata Barbara, ritrova l’insegna della misteriosa ‘Trattoria dell’Angelo’; entratovi, trova ad aspettarlo Lucia. Intenzionato a restituirle il medaglione, egli apprende dalla ragazza che si tratta in realtà del ‘Segno del comando’, oggetto invano cercato da molti e che gli ha salvato la vita. Interrogata infine da Edward, la sfuggente fanciulla non chiarisce a quale mondo essa appartenga, lasciando che la storia si concluda su una nota di ambiguità e mistero. Musica La celeberrima Cento campane, sigla finale dello sceneggiato, è un brano ormai classico del repertorio romanesco, e fu composta nel 1952, con l’accompagnamento della sola chitarra, dall’attore e compositore Fiorenzo Fiorentini. Nato a Roma il 10 aprile 1920, Fiorentini ha avuto una lunga e onorata carriera come caratterista cinematografico (lo ricordiamo, ad esempio, a fianco di Vittorio Gassman ne Il tigre, 1967). Ha fondato un centro studi dedicato a Petrolini e lavorato in teatro con attori del calibro di Mario Scaccia ed Ernesto Calindri; ha inoltre composto numerose canzoni, specialmente con Renato Rascel, ma incontrando il grande successo solo un paio di volte: con Vengo anch’io, no tu no di Jannacci nel ’67, e appunto con Cento campane nel ’71. Le sue ultime apparizioni come attore sono state in due recenti lavori televisivi, La notte di Pasquino, di Luigi Magni e Un posto tranquillo. Fiorentini è scomparso il 27 marzo 2003. Nella primavera-estate del 1971 la versione riarrangiata da Romolo Grano (che figura in tal modo come co-autore del brano) e interpretata da Nico (ossia Nico Tirone, cantante originario di Agrigento ed ex-leader del gruppo ‘Nico e i Gabbiani’) entra in classifica (al 16° posto) grazie anche al successo dello sceneggiato. In seguito il brano è entrato stabilmente nel repertorio ‘romanesco’ di Lando Fiorini. Rassegna critica Niente male Il segno del comando visto domenica sera sul nazionale. A giudicar dall’inizio [...] gli autori Flaminio Bollini e Giuseppe D’Agata hanno elaborato una vicenda avvincente e vigorosa, posta ai confini tra il reale e il surreale, con tutti gli ingredienti necessari per interessare una vasta platea. E il regista Daniele D’Anza ha dato alla storia il piglio adatto, svelto, asciutto, senza sbavature, badando ad accentuare, ma con misura, gli elementi di mistero che ne formano la sostanza. C’è un giovane professore (l’ottimo Ugo Pagliai) giunto a Roma sulle tracce del più romantico poeta, inglese come lui, lord Byron: in una Roma che sembra vivere contemporaneamente nel presente che tutti conosciamo e in un passato di sogno, permeato di ingredienti romantici. Gli fa da guida una [...] giovane modella (Carla Gravina) che sembra vivere anch’essa in un mondo perduto: presenza reale e fantasma allo stesso tempo. Fatti conturbanti si susseguono a ritmo serrato: per lunghi momenti siamo fuori del tempo, tra personaggi che sembrano — e forse lo sono — tornati dall’al di là per obbedire a un imperioso comando; poi subito ci ritroviamo nel presente, tra persone vive e vere: un’alternanza che, almeno in questa prima puntata, ci ha interessati e convinti, da capo a fondo. Se il seguito della storia avrà il vigore dell’inizio, potremo finalmente dedicare una preziosissima ora domenicale al teleschermo, senza pentimenti e senza arrabbiature (B. Borselli, Il giallo di domenica è convincente, su "Il Secolo XIX", 18/5/71, pag. 9). Anche Il segno del comando [...], che per qualche settimana ha tenuto avvinti i telespettatori, è finito. E a dir la verità, non è finito bene. Quella che sarebbe dovuta essere la puntata dello scioglimento, delle spiegazioni e dei chiarimenti, è risultata la più oscura, contorta, lambiccata e farraginosa di tutte. Il telefonista del giornale ha dovuto sostenere gli attacchi dei lettori i quali chiedevano più ampie spiegazioni, dopo la puntata. Spiegazioni che, in coscienza, nessuno avrebbe potuto dare. Oscuramente, confusamente crediamo di aver capito che ad una storia di spiritismo e d’oltretomba se n’era mescolata un’altra di spionaggio e di politica. [...] Insomma, la squallida realtà umana s’intrecciava al mistero dell’al di là: un po’ di gente viva e un po’ di gente morta sorreggeva una storia molto avvincente all’inizio, molto meno alla fine. Tre brutte morti: quella di Lester Sullivan e della sua amante Olivia e quella, invero barbara, di George Powell. Forster, la vittima predestinata, si è ritrovato vivo per miracolo e la squadra degli spiritisti è uscita scornata per più d’un verso. [...] La parte più bella dell’ultima puntata: certi scorci segreti della Roma romantica negata ai turisti frettolosi, alcune scene sotterranee, il tragico incidente [...] che conduce a morte l’agente Powell, alcuni allucinanti momenti nella sartoria teatrale di Paselli. Ma alla fine, per molti, l’amaro di una spiegazione nebulosa, piena di fumi e di vapori, tutt’altro che convincente. Tra gli interpreti meritano che se ne faccia almeno il nome Ugo Pagliai, Carlo Hintermann, Massimo Girotti, Carla Gravina (ma che bel fantasma!), Rossella Falk, Franco Volpi, Andrea Checchi, Silvia Monelli [...] e qualche altro. Daniele D’Anza è stato un regista di molta fantasia e di ottimo mestiere (B. Borselli, Tra furfanti e fantasmi, su "Il Secolo XIX", 15/6/71, pag. 9). Gli angusti vicoli di una Roma barocca, un professore inglese, [...] una sfuggente modella, [...] strani fantasmi del passato legati al protagonista da curiose coincidenze, un oggetto misterioso, «segno del comando» per chi lo possiede, evocano gotiche vicende da brivido per un insolito thrilling. [...] In onda dal 16 maggio, questo mystery parapsicologico è premiato dal pubblico oltre i propri meriti (A. Grasso, Storia della televisione italiana, cit., pag. 266-267). Il più bel racconto originale di mistero che la Rai abbia mai trasmesso. Il segno del comando era molte cose insieme. Era, intanto, una grande storia tutta giocata sul tempo e sul mistero e sul mistero del tempo. [...] Il racconto avvinceva come un giallo alla Durbridge ma, in più, c’era il fascino sinistro e raggelante dell’atmosfera di Belfagor. Ogni tanto un [...] brivido di gelo passava sulla schiena degli spettatori: come dimenticare il volto trasfigurato della Gravina, la bella Lucia, coperto da un velo nero e la sua voce allucinata in una seduta spiritica volta a evocare il pittore Tagliaferri? [...] Il programma, apparentemente così sofisticato, era pieno di intelligenti strizzate d’occhio a un pubblico più popolare: dalla sigla musicale Din-don [...], fino al luogo di nascita del professor Forster, quella piccola cittadina della provincia inglese, Middlesbrough, che ci era costata, solo cinque anni prima, l’umiliazione della sconfitta calcistica con la Corea del dentista Pak-doo-ik. Il segno del comando [...] è stato uno di quei casi per i quali valeva la secca certezza di Ennio Flaiano: "Ogni successo è un malinteso". In questo caso, un misterioso, felice malinteso (W. Veltroni, I programmi che hanno cambiato l’Italia, cit., pag. 237-238). IL SEGNO DEL COMANDO (1971) 1. Domenica 16 maggio, ore 21.15, Programma Nazionale (67’) 2. Domenica 23 maggio, ore 21.15, Programma Nazionale (63’) 3. Domenica 30 maggio, ore 21.15, Programma Nazionale (73’) 4. Domenica 6 giugno, ore 21.15, Programma Nazionale (70’) 5. Domenica 13 giugno, ore 21.15, Programma Nazionale (94’) Soggetto Originale televisivo di Flaminio Bollini e Giuseppe D’Agata (collaborazione di Dante Guardamagna e Lucio Mandarà). Novellizzazione (1994) di Giuseppe D’Agata. Cast Regia: Daniele D’Anza; assistente alla regia: Gina Vitelli Marino; sceneggiatura: Giuseppe D’Agata, Flaminio Bollini; scenografia: Nicola Rubertelli; aiuto scenografo: Mario Di Pace; arredamento: Gerardo Viggiani; costumi: Giovanna La Placa; luci (per le riprese in studio): Franco A. Ferrari; assistente di studio: Ivio Pasquale Abbate; capo squadra tecnica: Tullio Soviero; primo controllo camere: Raffaele D’Orta; tecnico audio: Michele De Luca; primo cameraman: Florido Varzi; cameramen: Antonio Baldoni, Giandomenico De’ Medici, Pasquale Palma; organizzazione riprese esterne: Gioacchino Marano, Federico Tofi; fotografia (per le riprese filmate): Marco Scarpelli; operatore: Bruno Mazza; assistente operatore: Francesco Cappelli; segretaria di edizione: Maria Grazia Baldanello; tecnico del suono: Antonio Farella; interpreti: Ugo Pagliai (Edward Forster), Massimo Girotti (George Powell), Carla Gravina (Lucia), Rossella Falk (Olivia), Carlo Hintermann (Lester Sullivan), Silvia Monelli (signora Giannelli), Paola Tedesco (Barbara), Franco Volpi (Raimondo Anchisi), Augusto Mastrantoni (colonnello Tagliaferri), Angiola Baggi (Giuliana), Andrea Checchi (commissario Bonsanti), Roberto Bruni (Prospero Barengo), Amedeo Girard (il sarto Paselli), Luciano Luisi (se stesso), Laura Belli (la prima ragazza), Luciana Negrini (la seconda ragazza), Serena Michelotti (la zingara), Lucia Modugno (la prostituta), Adriano Micantoni (il maresciallo), Zuma Spinelli (la portinaia), Gino Maringola (il portiere dell’albergo), Giovanni Attanasio (lo sconosciuto), Giorgio Onorato (il posteggiatore), Franco Odoardi (il banditore), Leopoldo Valentini (il custode del cimitero), Luisa Aluigi (bibliotecaria), Giancarlo Palermo (un cameriere), Anna Segnini (una suora), Franco Angrisano (l’intemediario), Pietro Villani (uno spiritista), Armando Brancia (il portiere di notte), Giorgio Gusso (il prete), Ferruccio Scaglia (il direttore d’orchestra), Jolanda Modio (una ragazza), Paola Arduini (la telefonista), Evar Maran (il rigattiere), Enrico Lazzareschi (un muratore), Vittorio Duse (primo operaio), Aleardo Ward (secondo operaio), Attilio Fernandez (il maggiordomo del principe Anchisi), Silvana Buzzo (la cameriera), Vittoria Di Silverio (la donna con la spesa), Gualtiero Isnenghi (bibliotecario), Bianca Manenti (bibliotecaria), Armando Alselmo (l’uomo cieco); montaggio riprese filmate: Tommaso Corte; musiche: Romolo Grano; assistente musicale: Fiorenzo Rizzone; delegato alla produzione: Gaetano Stucchi. * Le immagini utilizzate in questo articolo sono state catturate da Raniero Costa. Luca Venzano (PAGINE 70)  [WM]

Questo articolo è pubblicato su PAGINE 70, il Portale italiano degli anni 70 Torna Indietro