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| Le Canzoni che ci ha lasciato |
| di Lucio Mazzi |
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Cosa
ci rimane di Lucio Battisti?Il ricordo, innanzi tutto. Il ricordo di poche apparizioni televisive che puntualmente rispuntano dagli archivi Rai, il ricordo (per pochi fortunati) di pochissimi concerti tenuti con la Formula 3 prima che la paura del palcoscenico e, dopo, della gente, lo rubasse al pubblico; il ricordo personale di ognuno legato a questa o a quella canzone. Poi naturalmente i dischi.Canzoni assemblate in album costruiti con cura meticolosa dallo stesso Battisti o ricompilate in mille raccolte più o meno raffazzonate. Canzoni che per milioni di persone hanno costituito l’inevitabile contrappunto di momenti minimi o cruciali, di giorni qualsiasi o di attimi irripetibili. Volevo parlare degli album di Battisti, per ricordare la sua musica, poi mi sono reso conto che quello che conta di più per la gente non è l’album, ma la canzone. Che cosa conta per milioni di persone sapere se “I giardini di marzo” era contenuta in questo o quell’Lp? Cosa conta sapere che “Emozioni” diede il titolo ad un album? Cosa conta sapere che “La canzone del sole”, in un album non ci finì mai? Nulla. E allora parliamo delle canzoni. Di “I giardini di marzo”, ad esempio, da molti ritenuta la canzone più bella di Battisti e Mogol. Un brano oscuro, faticoso, teso a cercare di descrivere una depressione, una solitudine difficili da raccontare. A farci capire lo stato d’animo del protagonista non è una banale confessione o una geremiade di lamentele (quante canzoni sono così!): sono le immagini evocate dal testo, il clima creato dall’impianto armonico sempre in bilico tra minore e maggiore, il bilanciamento tra la melodia chiusa, rattrappita (e per questo sussurrata) della strofa e quella aperta cantata a voce piena del ritornello … Un brano che ha sempre colpito nel segno e di cui, DOPO, illustri esegeti hanno cercato di spiegare la magia. Ma in molte canzoni di Battisti, tale magia non può essere spiegata, solo percepita inconsciamente. Su “Pensieri e parole”, sulla novità di una canzone con due testi che si intrecciano, sono state spese milioni di parole, ma era necessario? Si è parlato di “polifonia della coscienza” si è cercato di interpretare ognuno dei due testi, di analizzarne gli incroci, i contrappunti e il gioco di domande/risposte, il flusso delle melodie e il loro intricarsi, ma in realtà, come forse nessun’altra, questa canzone va colta nel suo insieme, percepita e non analizzata, “sentita” e non “valutata”. C’è chi analizza i colori e le pennellate di certi grandi quadri, ma è guardandoli nel loro insieme, nel porci disponibili alle suggestioni che essi ci trasmettono, che possiamo veramente goderne l’essenza. ![]() “Mi ritorni in mente” è, musicalmente, di una complessità notevole. Ve n’eravate accorti? No, eh? Neanche io quando la sentii per la prima volta e per la prima volta mi emozionò. Però è costituita da tre “sezioni” che confluiscono l’una nell’altra a creare un climax che aderisce perfettamente allo svolgimento del racconto. La canzone si libra con la speranza, precipita con la disperazione, e ci lascia che un grido, “ma c’è qualcosa che non scordo, CHE NON SCORDO…” che anche a noi impedisce di chiudere i conti con questo amore distrutto, una volta che la puntina ha terminato la sua corsa sul vinile (ma sì, che centrano con questi ricordi i cd?). E nello stesso modo in cui momenti musicali diversi fluiscono gli uni negli altri in “Mi ritorni in mente”, in “Fiori rosa fiori di pesco” fluiscono i piani temporali. Presente e ricordo si passano continuamente la mano. Diventa anche difficile seguirne con la mente la scansione temporale, ma col cuore, oh, col cuore quello che quella canzone ci vuole dire si sente eccome. Questione di emozioni, che come si sa non possono, non devono, essere spiegate. “Emozioni”… Una poesia semplice, un delicato acquerello registrato in un’unica sessione (con 60 elementi d’orchestra!), buona la prima, per preservarne la freschezza. Musicalmente lineare, ma, a voler analizzare, speculare, pesare versi e parole (non fatelo, maledizione!), ecco l’incontro tra due piani: quello visivo, “esterno” (l’airone, la brughiera, la nebbia) e quello interiore (“stringere le mani per fermare qualcosa che è dentro te”), la voglia di descrivere e l’impossibilità di farlo (“capire tu non puoi”). Un’impossibilità che addirittura scaccia anche le parole, tanto che ad un certo punto il testo si fa vocalizzo muto… Ma poi dall’alto si scende (e per fortuna): Battisti e Mogol hanno scritto brani rinunciabili, divertissment, hanno giocato: il salame, le banane, la mela, la torta di panna montata tutta contenta di non essere stata mangiata, la gallina coccodè, quel maledetto di un gatto e quel cane un po’ (soltanto un po’!) barbone… Hanno voluto regalare ad almeno tre generazioni la canzone più suonata nelle gite scolastiche, con quel suo giro di accordi così semplice da imparare, con quel suo finale esplosivo “Oh mare nero mare nero mare ne…”. Hanno
esplorato mondi lontani anche da loro stessi (“Anima latina”) e
giocato con le piccole miserie di tutti i giorni (“e la politica del
curato contro quella della giunta, tutti lì a vedere chi la spunta”),
hanno volato alti e strisciato per terra. Le canzoni sono tutte li,
immortali nei nostri ricordi, da incasellare in questa o quella
categoria. Per quello che un esercizio del genere possa significare.
Poco, comunque.Poi hanno voluto smettere di lavorare insieme cercando ognuno altri universi. E Battisti non poteva trovare un alter ego più discreto e muto del vulcanico e logorroicissimo Pasquale Panella. Un torrente di invenzioni letterarie ha trascinato Battisti ancora più lontano dalla mente del suo pubblico ma spesso (non sempre) vicino al cuore. Il problema di questo nuovo Battisti è che molti si sono ostinati a cercarlo con la mente, pensando che gli accessibili messaggi delle prime canzoni potessero essere in sintonia con uno che da anni aveva deciso di essere (lui stesso) inaccessibile. Godiamoci allora le invenzioni linguistiche di “Le cose che pensano” il sorprendente affastellarsi dei calembour, il senso obliquo dei nonsense, senza starci a chiedere il significato di alcunché, scollegando per una volta il cervello e lasciando on line solo il cuore. Ma sono comunque i ricordi che alla fine fanno le canzoni e non viceversa. Sono i momenti ad esse legati che danno loro vita immortale. E le canzoni più celebrate di Battisti potrebbero non essere le canzoni più importanti per ognuno. Da questo punto di vista non esiste un’oggettività, se non quella di un grande autore che ha saputo regalare a ognuno note con cui colorare il proprio passato. |
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PAGINE 70: TRIBUTO A LUCIO BATTISTI |