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| Un' emozione italiana |
| di Crocifisso Dentello |
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La scomparsa di Lucio Battisti rappresentò nel settembre 1998 uno strappo emotivo di rara intensità. Un cordoglio popolare così diffuso e capillare da far intuire una volta per tutte quanto la figura di Battisti fosse una delle poche icone nazionali capaci di accomunare intere generazioni. Tutte le faziosità o le inclinazioni personali di ognuno di noi sembrano svanire sulle note di canzoni come Emozioni o I giardini di marzo. Segno che il cantautore di Poggio Bustone è riuscito nel miracolo di contrassegnare le nostre vite dirottandole verso un approdo elegiaco destinato a popolarsi senza sosta come gli spalti di uno stadio. Nel rimescolo di pensieri e ricordi che la morte di Lucio Battisti suscita, è riconoscibile un comune sentire, un'arrendevolezza universale verso le sue canzoni del tutto impensabile per qualsiasi altro artista. I ricordi del primo bacio, della prima automobile, di una vacanza al mare, di una gita scolastica sono tutti scritti nelle pagine indimenticabili della nostra giovinezza. E in quelle pagine quasi sempre risuona una voce esile e rotta che canta: "capire tu non puoi, tu chiamale se vuoi emozioni". Anni Settanta: anni difficili, tormentati, contraddistinti da una moltitudine di battaglie ideologiche e da una contestazione poi culminata con l'infelice parentesi delle Br. Ma anche anni felicemente vissuti con i pantaloni a zampa e con le imprese televisive di Sandokan. In mezzo a questo variegato bailamme sbucò come dal cilindro d'un abile prestigiatore la figura di Battisti. Un ragazzo autentico, per nulla malato di divismo, che aveva con sé il dono della genialità: cioè rimanere unico e nello stesso tempo diventare di chiunque. Così insolito da meravigliare ad ogni canzone ma così inconfondibilmente solito da riconoscerlo al primo ascolto. Una voce acerba e selvatica che riuscì, nel tumulto delle ideologie, a imporre l'emozione eterna dei sentimenti, modulando come nessun altro le paure, le gioie e le speranze di ragazzi e ragazze. Un cantante che, valore al merito, non si impantanò nelle dispute politiche di allora ma che profuse tutta la sua creatività musicale al servizio delle piccole emozioni quotidiane, delle cose di tutti i giorni. In fondo le sue canzoni sono l'espressione stessa delle nostre vite e non il frutto di un calcolo creativo teso a divulgare un qualsivoglia messaggio. La musica di Lucio Battisti ha sorvolato indomita sulle barriere di cultura e di gusto che nei Settanta determinavano distinti sensi di appartenenza. E questo è un merito che nessuno può vantare. La fruizione di massa delle canzoni battistiane i soliti intellettuali l'hanno sempre liquidata come una volgare manifestazione delle basse inclinazioni del gusto popolare. Intellettuali che non si rendevano conto e tuttora non hanno consapevolezza che il confine che separa una canzone da un altra è sospeso nel tempo. Intendiamoci: se trent'anni dopo, sulla spiaggia, intorno a un fuoco, ventenni con la chitarra, insieme a Vasco e al Liga, intonano anche Battisti è segno che le sue canzoni sono rimaste perchè sono semplicemente belle. C'è poco da discutere: Battisti piace e basta. Nessuno pensa di elaborare complicate teorie tese a decifrare il significato della sua musica. Quando un occasionale ascoltatore sente versi come "e guidare come un pazzo a fari spenti nella notte" avverte unicamente la piacevole sensazione di ascoltare una canzone capace di dispensare emozioni ineguagliabili. Niente di più. Battisti è stato il cantore dei nostri sentimenti e della nostra quotidianità. E' come se il caro Lucio ci avesse preso tutti per mano e ci avesse accompagnato, tutti insieme, nel cammino tante volte impervio tante volte gioioso che è la vita. Battisti e le sue canzoni hanno travalicato il puro confine artistico per insinuarsi tra le pieghe della nostra vita. Chi ha vissuto gli anni Settanta associa inevitabilmente quella giornata sul lago con Fiori rosa fiori di pesco, quel bacio strappato dalla ronda dei genitori ad Anna, proprio come se quelle canzoni fossero state protagoniste fisiche, tangibili degli episodi citati. Battisti fa parte di noi stessi, è impossibile pensare a lui non associandolo a un momento della nostra esistenza. E' questo il mito di Lucio, la sua prepotente e invasiva presenza nell'album dei nostri ricordi. ![]() "Le bionde trecce, gli occhi azzurri e poi" intona un attempato cinquantenne e subito un ventenne di passaggio prosegue in coro: "le tue calzette rosse, e l'innocenza sulle gote tue". Battisti è come un biglietto da visita capace di favorire la comunicazione tra vecchie e nuove generazioni. Ai nostalgici dei Settanta non dispiace affatto riascoltare i successi dei Cugini di Campagna, probabilmente un adolescente di oggi fuggirebbe a gambe levate. Così come un giovane d'oggi si esalta sulle note dei Red Hot, altrettanto un quarantenne liquiderebbe quella musica con epiteti impronunziabili. Basta scoprire la carta Battisti e la partita tra genitori e figli non è più conflittuale o diffidente ma si trasforma in un inedito gioco di complicità che solo un grande artista come Battisti è capace di evocare. Lucio Battisti è stato il nostro più amato poeta, i suoi versi sono ancora oggi delle carezze per l'anima. Ha dipinto con colori vivaci e spensierati il nostro grigio quotidiano. E' un pezzo della storia del nostro Paese, nonché l'artefice di una colonna sonora immortale che ha unito almeno tre generazioni e che lo consegna dritto dritto nella leggenda dei personaggi destinati a non essere mai dimenticati. Lucio ci ha lasciati ed è doloroso avventurarsi in un doveroso omaggio in occasione della sua scomparsa. Tuttavia l'importante è che quello che dovrebbe restare, la sua arte, resterà. |
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PAGINE 70: TRIBUTO A LUCIO BATTISTI |