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1. AVVISAGLIE
Lo squalo ha marchiato, col sangue
e nel sangue, la mia passione cinefila. Le ha impresso
cicatrici nero abisso. Tracce di un'attrazione pericolosa: quella
per il thriller e il
piacere della paura.
Bisogna
che ne prenda atto: i miei gusti cinematografici non sono stati più
gli stessi dal giorno in cui ho assistito alla proiezione de Lo
squalo. E a dire il vero nemmeno le mie nuotate in mare aperto
sono più quelle di una volta.
Il
mostro veniva fuori dallo
schermo. E dalla baia di Amity a qualche zona oscura del mio
inconscio il balzo è stato dannatamente breve. Il film di Spielberg
mi ha indicato la strada: scimmie giganti, valanghe, inarrestabili
lingue di fuoco, costituiscono - da allora - le mie private madeleines
dello spirito.
Mi
piace il cinema delle masse atterrite. E l'immanenza del pericolo
che incombe sul pianeta.
L’ansiogena
epifania - al ritmo
incalzante ed ipnotico dei tamburi indigeni - del King
Kong delaurentiisiano.
L’implacabile
vendetta consumata tra le isole di ghiaccio dell’Orca
assassina.
La
tensione attanagliante di Black
Sunday - il dirigibile dirottato che sorvola minaccioso lo
stadio gremito.
Le
avvisaglie telluriche in sensurround
di Terremoto.
Retaggi
di visioni precoci e seducenti
Volete
mettere il piacere, tutto visivo, di un totale
con grattacielo in fiamme? Di una moltitudine in fuga da uno sciame
di api assassine? Di un Boeing inabissato nella fossa delle Bermuda?
Niente
(o quasi) a che vedere con l'arte. Piuttosto un abbandono catartico.
Un ritorno alla meraviglia dello sguardo infantile. E
alla sensualità della visione.
Un
rito baracconesco e collettivo. Lo stesso per il quale sediamo
urlanti di piacere-paura dentro al carrello lanciato in corsa
nell'otto delle Montagne russe.
Il
cinema dei disastri va assunto per ciò che è. Le sue valenze sono
labili e sottese come in certe storie di fumetti dal sapore
vagamente reazionario.
Le
emozioni (nei casi migliori) di grana grossa. E risiedono, suppergiù,
dalle parti dello stomaco.
Questo
lavoro è dedicato al catastrofico cinematografico in genere.
Un
filone - segnatamente holliwoodiano - riesumato.
in questo transito di millennio sulla scorta di immancabili
suggestioni apocalittiche.
Perchè
succede che a volte ritornino. La furia dei venti in digital
sound targata Crichton (Twister).
Il fulgore sinistro della fiamma in un interno metropolitano (Dayligh
- Trappola nel tunnel). Il terrore ad alta quota (Turbulence), come da stereotipo aereoportuale. Il disastro in mare
aperto (Titanic). E quello
pedemontano (Dante's Peaks
e Vulcano) .
Il
catastrofico cinematografico rinasce dunque dalle sue ceneri. E
richiama dal rimosso paure ancestrali. Terrori che ci sembrava (si sperava?)
esserci lasciati per sempre alle spalle. Invece aspettavano soltanto
di essere (ri)evocati.
Perchè
c'è stato un tempo in cui l'orrore ha abitato il cielo, la terra
e sotto i mari.
Il
decennio cinematografico '70/'80 è stato il tempo della
distruzione. E il cinema dei disastri ha fragorosamente
investito di sè le sale di tutto il mondo.
Imperversando
col suo ibrido immagginario di tematiche e suggestioni B-movie
ipertrofizzate in chiave mainstream
dall’industria holliwoodiana.
Un
microcosmo di genere -
affollato da buoni-buoni e cattivi-cattivi, vigliacchi ed eroi, da
belle troppo belle e bestie troppo bestie per passare per veri - che
rimanda a una visione ontologica unidimensionale. Didascalica.
Manichea. Ma - forse anche suo malgrado - terribilmente affascinante.
E con qualche valenza sottesa su cui vale la pena soffermarsi. Se
non altro per tentare di farne memento
storico. Da mandare in archivio di costume. Insieme con le camice a
fiori e i pantaloni a zampa d’elefante dell’epoca.
Quella
che segue è dunque una breve introduzione al disastroso filmico di
quel fantastico decennio. Con qualche straripamento - per
vicinanza ideologica o in caso di sequel
- nella prima metà degli anni Ottanta; e l’inclusione -
obbligatoria - del (sotto)genere faunistico, làddove gli animali - preistorici, terrestri e marini -
diventano gli artefici del rovinare degli eventi verso coordinate
cinematogtrafiche di tipo apocalittico, o comunque di panico
collettivo.
La
scelta dei film riportati nel testo è stata operata muovendo -
dunque - da un comune denominatore: quello della Minaccia
indiscriminata (qualunque
essa sia, da qualunque
soggetto provenga) perpetrata ai danni di un nucleo indifeso di
persone. Di una città, di una folla.
Per
questo motivo sarà dunque possibile trovare inseriti tra i
catastrofici titoli come il già citato Black
Sunday, Il branco, o lo stesso Squalo,
comunemente ascritti all'interno di altri generi.
Il
cinema ha molte anime e diverse maschere. Quella spettacolare sic
et simpliciter crediamo sia la più vecchia.
Ma,
in fondo in fondo, ancora gli si addice.
2. GLI ELEMENTI DEL
DISASTRO
I
disaster movies mettono in scena la forza primeva di una Natura
poderosa e ancestrale. Violenta e - per questo - seducente.
Rispondendo a un'idea di cinema - e di racconto cinematografico -
come prova ontologica:
il pianeta - o la sua rappresentazione traslata di villaggio, di
città - assunto come
teatro biblico; il territorio esistenziale predisposto al cimento
per conseguire la dannazione estrema
o invece il riscatto.
Il
confronto/scontro con un’immanenza di origine metafisica viene a
costituire così - in prima analisi - il
filo rosso di larga parte dei catastrofici
del decennio preso in esame.
Il
cinema delle catastrofi è un genere nato impuro. Contaminato.
Contiene topoi del mèlo, dell'action
movie, del cinema avventuroso e di fantascienza. Arduo
tracciarne coordinate rigorose. A rigido compartimento stagno.
Quello
che emerge con evidenza maggiore è piuttosto la sua estrazione
corale. Il disastroso filmico è un cinema di moltitudini atterrite. Di crolli
e di effetti speciali. Cinema di vetusti (e in fondo nobili)
antesignani: il treno in corsa dei fratelli Lumière che investe
dallo schermo spauriti e ingenui spettatori d’inizio
Novecento, costituisce in traslato, il primo esperimento di
rappresentazione simbolica di un diffuso timor
vacui, collettivo e irrazionale
Quello
stesso terrore che, verso la metà degli anni Settanta, troverà
terrificante incarnazione negli squali e nelle orche assassine
tracimanti dallo schermo.
La
paura dell'ignoto (che è paura metafisica della morte, del nulla)
è nata con l'uomo.
Il
cinema, da sempre, ne ha mostrato la visione
paradigmatico-evocativa, dando volto ai mostri dell’ inconscio
comune.
La
prima versione di King
Kong, da un soggetto originale di Edgar Wallace, è
firmata da M. C. Cooper nel 1933.
Uragano resta un capolavoro inarrivabile di John Ford, datato 1937. San
Francisco, di W.S. Van Dyke, inscenava il terremoto, già nel
1936.
Così
come La grande pioggia, di
Clarence Brown, nel 1939, restituiva la visione di un’India
devastata dal monsone. E gli esempi potrebbero continuare.
Sulla
funzione catartico-liberatrice della visione cinematografica si è
indagato diffusamente.
Rispondendo al bisogno
ancestrale dell'uomo di confrontarsi con la paura, i disaster movies mettono,
artificialmente, in scena il terrore e le inquietudini risalenti
all'infanzia del genere
umano.
Proponendosi
nell'insieme (in quanto filone
cinematografico) come sorta di
corale memento mori,
fragoroso e male educato, che (ri)conduce lo spettatore alla
precarietà dell'esistere.
E'
questa l'altra faccia - quella nascosta e più inquietante - del
cinema-Luna Park dei crolli e delle devastazioni al plastico.
Se gli zombies della trilogia romeriana (La notte dei morti viventi, Zombi, Il giorno degli zombi) vanno
assunti come la rappresentazione simbolica di un’umanità
reificata a merce, i catastrofici del filone faunistico,
i mostri - animali di tutte le specie - che distruggono,
inarrestabili, le megalopoli del mondo (i Godzilla, i Gorgo, i King
Kong, per citarne soltanto alcuni) diventano piuttosto gli eroi
solitari di una Natura in rivolta
antindustriale.
Quasi
sempre parti frankensteiniani di esperimenti fisico-nucleari falliti
o degenerati. Oppure creature coatte, degradate a mostruosi fenomeni
da baraccone dalla cinica macchina affaristico-capitalista.
Esiste,
nei disasters, una
vocazione inquisaitoria, sottesa alla patina apparente
degli effetti speciali.
La
disaffezione umana alla causa ecosistemica è un congegno
autodistruttivo a tempo e il cataclisma ne rappresenta l'effetto
devastante.
Per
cui il disastro, la catastrofe,
diventa anche flagello divino.
La punizione che spetta a un genere umano sempre più sordo alla
rettitudine morale.
La
risposta del cielo alla cattiva coscienza di un uomo-Icaro e privo
di scrupoli, che ambisce di piegare lo spirito primevo di Madre
Natura alle leggi meccanicistiche e di profitto.
Il
genere dei disastri è reazionario e moralistico e lo dà,
scopertamente, a
vedere.
Il
catastrofico è un
cinema di “caratteri” a dimensione unica. Affollato da
integerrimi e corrotti. Santi e peccatori. Innocenti
e colpevoli. Ritratti-stereotipo di un'umanità varia e
fumettisticamente schematizzata: chi da una parte chi dall'altra sui
fronti opposti del Bene
e del Male, a fronteggiare
un evento che ne mette a
repentaglio l'esistenza.
Per
le sue caratteristiche di reiterazione tematica e - assai spesso -
contestuale, il genere è governato da regole fisse e ripetitive.
Denominatori comuni che ne sanciscono le coordinate:
-
L’ introduzione didascalica ai principali characters
e alla loro sfera psicologico-affettiva;
-
La funzione simpatetica dei ruoli secondari (attempati
signori/e predestinati all'immolazione,
uomini senza scrupoli dai molti scheletri negli armadi, bambini
immancabilmente curiosi o piantagrane, ecc.);
-
La caratterizzazione schematica dell'eroe di turno
(poliziotto, scienziato, pilota di jumbo, ecc.);
-
La (com)presenza nel cast di stars
di grande richiamo (Paul Newman, Charlton Heston, Henry Fonda,
Richard Harris, Richard Widmark, per citarne soltanto alcuni,
si sono tutti cimentati col disastroso in genere);
-
Il climax
mozzafiato della vicenda, anticipato dal crescendo degenerativo di
micro segnali drammatici (scosse di terremoto, scintille, comandi
difettosi, prime manifestazioni del mostro ecc.) ;
-
La costante situazionale del plot
(condizione di normalità alterata da un
accadimento imprevisto e disastroso);
-
Il lieto fine obbligatorio
(funzionale all’esorcismo collettivo della paura);
-
Il largo impiego di trucchi ed effetti speciali (grande
curiosità suscita, nel 1975, il sistema sensurround
che in Terremoto
consente allo spettatore di trovarsi, acusticamente, al centro
dell'azione del film).
Sulla
scorta di varianti di carattere esclusivamente tematico è possibile
suddividere il catastrofico
in tre ampi sotto-filoni:
-
Filone catastrofico in senso
stretto
-
Filone dei disastri
-
Filone degli animali-killers
3. Catastrofi più
o meno naturali
La
natura - umiliata e offesa - si ribella. Liberando il suo potenziale
primigenio e distruttivo.
Il
mare e la terra si rivoltano all'uomo. La montagna lo investe.
Soffiano venti dalla forza devastante. Dall'universo piovono meteore
vaste quanto un continente.
Le
grandi aree urbane, degenerate in Gomorre capitalistiche, sono il
bersaglio prediletto di una Grande Madre vendicatrice. Longa
manu di un Dio
biblico implacabile. Che non perdona.
Il
denaro di tutto il mondo non basta a garantirsi l'immunità. La
morte non sa leggere. E non fa distinzioni. Anzi, se costretta a
scegliere, quantomeno nei catastrofici,
predilige i cinici e i potenti della Terra.
Muore
da vigliacco, l'avido e pressapochista costruttore de L'inferno
di cristallo.
Muore,
in Valanga, l'affarista
senza scrupoli che ha costruito l'impianto sciistico in barba alle
leggi e all'ecosistema naturale.
Annega,
ucciso dal cataclisma, l'ingiusto governatore americano in Urgano.
E'
una Natura ristabilizzatrice di equilibri etici quella che
imperversa nei disaster movies
anni '70.
Una
Natura giustiziera che fa sì
che i conti tornino sempre. E' impossibile che un cattivo
- a meno che si sia redento
nel corso della vicenda - possa farla franca. Dopo mille fughe,
crolli e distruzioni, le gerarchie morali vengono ristabilite: gli
eroi (e le eroine) hanno superato la prova e conseguito la salvezza.
I malvagi hanno avuto quel che meritavano.
Il
lieto fine - per quanto improbabile possa apparire - è compreso nel
prezzo del biglietto. In ogni caso.
Le
sequenze conclusive di
molti catastrofici sono panoramiche ruffiane fra stremati sopravvissuti.
Corali affollatissime di barellieri e vigili del fuoco, in uno
scenario apocalittico di macerie e rovine. Campi e controcampi di
volti estenuati con lacrima in punta di ciglio.
Il
senso ultimo dei disaster
movies risiede nel solidarismo. Nell’afflato umanitario che
corre tra gente “per bene” scampata alla catastrofe.
Il
messaggio è rassicurante. Strizza l'occhio allo spettatore.
Sollecita l’applauso liberatorio, che arriva - quasi sempre - con
l’happy end. Si tira il
fiato. L'esorcismo collettivo è compiuto.
L'inferno di cristallo,
di
John Guilliermin, nel 1974, inaugura, immaginificamente il filone.
La
“Casa di cristallo” è un capolavoro di architettura e
tecnologia moderne. Un edificio di sessantasei piani in vetro e
cemento che domina la città. Il clima natalizio, la neve che
comincia a cadere,
conferiscono un ulteriore tocco di magia all’imponente
costruzione.
Ma
la sera dell’inaugurazione una scintilla scoppiata per caso
provoca un incendio che trasforma il grattacielo in un inferno. Per
oltre trecento persone, ospiti della festa, la vita diventa la posta
in gioco.
Il
pericolo, si sa, cambia gli uomini, così l’impiegato modello
diventa ladro, l’anziana zitella si prodiga, a rischio della vita,
per salvare tre bambini, l’omosessuale si comporta da eroe.
L’architetto che ha visto il suo progetto iniziale manipolato e
trasformato in una “trappola per topi” assiste all’agonia
dell’edificio e contribuisce in parte a distruggerlo. Il
costruttore privo di scrupoli è posto di fronte alle estreme
conseguenze.
Il
film segue le vicende dei singoli, delle famiglie, delle coppie
irregolari, delle molte persone coinvolte nell’incendio o nel
salvataggio. Eroismi e vigliaccherie, amori in tutte le salse -
filiali, coniugali, in crisi e finanche senili - si susseguono in un crescendo di passioni e di fuoco.
Il
film - da buon capostipite di genere - detta i topoi
che, nel bene e nel male, caratterizzeranno a
seguire tutto il cinema delle catastrofi: la
spettacolarizzazione degli eventi disastrosi, il bozzettismo
psicologico dei vari characters, la pretestuosità di certe situazioni, il cast
affollato di attori di grande richiamo, il sensazionalismo dei
flani pubblicitari che annunciano: “L’avventura
più spettacolare del secolo”.
Autentica
seduzione per lo sguardo, lo spettacolo delle fiamme che avviluppano
nella notte il colosso di ferro e cemento. La regia è robusta. La
recitazione pure.
L’inferno di cristallo è stato uno dei maggiori successi del decennio. Ha
vinto tre Oscar (montaggio, fotografia e canzone), diventando
sinonimo di films sulle
catastrofi.
Terremoto, di Mark Robson, - lo
stesso anno - sceglie ancora una metropoli (Los Angeles) come teatro
del disastro. Le vicende personali di un nutrito gruppo di
protagonisti si intrecciano e si confrontano, stavolta, con la
tragedia tellurica.
Non
c’è molto altro da aggiungere: sullo sfondo del cataclisma
annunciato gesti eroici e viltà piccole e grandi si succedono con
gran dispendio emotivo (quantomeno nelle intenzioni degli autori).
Squarci di humor a buon mercato
alleggeriscono - in parte - la tensione scaturita dall’incalzare
drammatico degli eventi, contribuendo, altresì, alla
caratterizzazione di alcuni personaggi. Comparsata di Jack Lemmon in
veste di mosca da bar. Brillo
e - per questo - del tutto indifferente alla catastrofe che gli si
scatena attorno.
Il
nuovo sensurround -
l'effetto "vibrazione" che consente allo spettatore di
entrare sensorialmente nel climax
della vicenda - promette emozioni senza precedenti: “Vi
sembrerà di trovarvi in mezzo ad un vero terremoto, con tutti i
suoi effetti”, minacciano i flani italiani.
Per
cui la direzione del cinema spesso
e volentieri “non si assume
alcuna responsabilità per eventuali reazioni fisiche e emotive che
gli spettatori dovessero avere assistendo a questo spettacolo“.
L’intreccio -
esilissimo - è quindi allestito ad
hoc, proprio in funzione dello spettacolo straordinario della
devastazione, che l’innovativo sistema sonoro restituisce quasi
“dal vivo”.
L'Oscar per gli
effetti speciali è più che meritato. Pochi altri pregi.
Ancora
fuoco a volontà, stavolta sulla Grande Mela, nel programmatico 1975: fiamme su New York che Jerry Jameson dirige cavalcando
l’onda del successo clamoroso de L’inferno
di cristallo.
Reiterati
dejà vù e
un’effettistica non all’altezza del predecessore contribuiscono
all’oblio quasi immediato della pellicola. Anche se i soliti flani
si producono negli allarmismi canonici, che hanno segnato un’epoca
cinematografica.
“Il nuovo effetto stereofonico “Supervideo round” a sei piste vi farà
seguire con estremo verismo le sequenze più drammatiche di questo
film. Vivrete ciò che vedrete”, strombazzano.
Ma
il film resta un onesto - e costoso - B-movie
stelle e strisce. Niente di più.
Al
genere fiamme & suspence appartiene, ancora, Il
colosso di fuoco, diretto nel 1976 da Earl Bellamy, che segue
pedissequamente il canovaccio drammatico inaugurato con esiti molto
più soddisfacenti da The
towering inferno di Guillermin. La pellicola mantiene quello che
il titolo promette: un colossale incendio la fa da protagonista per
i due terzi della durata del film.
L’unico
spettacolo degno di menzione resta, così, quello delle fiamme che
travolgono ogni cosa. Ardimenti e paura come da copione, e il
crepitare fragoroso del fuoco su tutto
Gli
incendi, al cinema, sono fotogenici.
Hanno un fascino luciferino che ne costituisce il punto di forza.
Nel
1977 L' ultima onda, di
Peter Weir, opera uno slittamento del filone verso anomale
coordinate magico-apocalittiche.
David Burton
è un tranquillo avvocato di Sidney, tutto dedito al lavoro e alla
bella famigliola - la moglie Annie e le figliolette Susan e Grace.
Quando la
polizia accusa alcuni aborigeni di avere ucciso uno di loro, certo
Billy Corman, il reverendo Burton, padre di David, lo convince ad
assumerne la difesa; nonostante il legale non sia solito
accettare cause penali.
Per meglio
difendere i suoi clienti, David chiede informazioni a Chris, un
aborigeno che lo mette in contatto con l'anziano e misterioso
Charlie.
Frattanto in
Australia si succedono, con frequenza sempre maggiore, fenomeni
naturali del tutto insoliti ed inquietanti: piove col sereno,
grandinano chicchi colossali, dal cielo scendono petrolio e
ranocchi; e il giovane avvocato fa dei sogni angosciosi che gli
trasmettono come la sensazione di avere già vissuto in altra epoca.
Chris, dal
canto suo, non contribuisce certo a renderlo più sereno, e assai
spesso gli chiede se non sia un "mulkurull”, cioè uno di
quegli esseri che compaiono ciclicamente sulla Terra per annunciare
la fine di un'era e l'inizio di un'altra dopo una immane catastrofe.
David,
frattanto, perde la causa e, dopo avere cercato di mettere in salvo
la famiglia, penetra nei sotterranei, dove gli aborigeni
metropolitani hanno conservato i segreti della loro ancestrale
cultura, per scoprire quanto sta per accadere.
Uscito dalle
fogne, assiste al sorgere di una enorme ondata che porrà fine alla
vita attuale.
The last Wave completa il dittico weiriano sull’insolito, inaugurato l’anno prima
con il magnetico Picknik ad
Hanging Rock.
L’ultima onda è un film buio, piovoso. Ammaliante. Alte le suggestioni e i livelli
di lettura. La metropoli australiana - grattacieli e strade ampie -
nasconde un’entità metafisica e tumorale in quei meandri
segreti dove il tempo si è arrestato all’era delle tribù
aborigene. Il viaggio in cui Richard Chamberlain viene
inconsapevolmente precipitato è, così, un viaggio iniziatico e
sapienziale all’interno dei misteri della Natura che nessuna
civiltà industrializzata potrà mai fronteggiare e penetrare del
tutto.
Claustrofobico
ed inquietante. L’apocalisse verrà dal Continente Nuovissimo.
E’
nel 1978 che Valanga, di Corey Allen, riporta il genere entro i canoni più tradizionali
della natura scatenata.
La
storia ricalca fedelmente il canovaccio classico del catastrofismo
cinematografico.
Superando
ogni sorta di intralci, burocratici e non, e abbattendo un gran
numero di abeti, il "duro" David Shelby ha costruito, in
una zona di montagna, un grande albergo con annessi impianti per
sciatori e pattinatori.
Un suo amico
ecologo, il fotografo Nick Thorpe, è convinto che a causa del
dissennato disboscamento la zona sia esposta al pericolo delle
valanghe. Il giorno dopo l'inaugurazione, cui ha partecipato anche
l'ex moglie di David, Caroline, lo schianto di un aereo contro una
montagna provoca il disastro previsto da Nick.
Un'immensa
valanga uccide sciatori e gitanti e si abbatte contro l'albergo,
demolendone un'ala. Del disastro resta vittima anche la madre di
David, che muore precipitando con l'autoambulanza in un burrone.
Caroline,
che l'accompagnava, è soccorsa e salvata da Shelby. Costui,
convinto ora che la colpa dell'accaduto sia sua, respinge l'offerta
di Caroline di tornare accanto a lui.
Scontato
e ripetitivo oltremisura, il film riflette in negativo tutti i
limiti di un filone che comincia decisamente a mostrare la corda. I
dialoghi sono abusati, le situazioni fiacche e banali. Anche gli
effetti speciali non sono granchè.
La
presenza di Roger Corman alla produzione non basta ad evitargli un
meritato flop al botteghino. Il pubblico, sopravvissuto a terremoti e inferni
di fiamme e di cristallo, sembra proprio non volerne sapere più.
Noioso,
nonostante la neve
La
stessa (ben misera) sorte - a dispetto del cast
stellare - tocca a Meteor,
di Ronald Neame. Stesso anno, stesso, clamoroso, insuccesso.
Una
gigantesca meteora sta per schiantarsi sulla Terra. Un abile
scienziato americano ha "inventato" missili
atti a prevenire
simili disastri. Peccato che invece che sullo spazio le armi siano
puntate sull'URSS.
Occorre
pervenire in fretta a un rapido disgelo fra le due superpotenze per
il bene dell'umanità intera.
Meteor
si apre con un proclama
stentoreo, stile fantascienza di serie B anni ’50 (una voce fuori
campo introduce lo spettatore all’argomento del film), prosegue
fra fiumane di noia e finisce in gloria, con un happy
end tanto edificante quanto
fumettistico e zuccheroso.
Ronald Neame prova a mescolare insieme catastrofico e fantascientifico
in un film a tesi buonista che - forse per questo - non riesce a
mordere e a convincere del tutto: le divisioni politiche vanno
abbandonate per il bene del pianeta. Alquanto improbabile (in quegli
anni).
Nemmeno Sean Connery ci crede. E si vede.
E’
il 1979 quando il catastrofico
offre decisamente del suo peggio con Uragano,
di John Troell.
Dino
De Laurentiis prova a (ri)dar fiato a un genere ormai logoro,
confezionando un remake di cui, onestamente, non si avvertiva alcun bisogno.
L'originale,
del resto, era da cineteca: Uragano,
di John Ford, anno di grazia 1937.
Nell’isola
di Pao Pao (Polinesia), il governatore americano contrasta in tutti
i modi l’amore sbocciato tra sua figlia e un giovane principe
indigeno; arrivando persino a farlo imprigionare.
Riuscito ad
evadere dal carcere - grazie anche all’aiuto della bella fidanzata
- l’aitante nativo fa appena in tempo a ricongiungersi con
l’amata che deve fare i conti con un terribile uragano che spazzerà
via ogni cosa sull’isola, governatore compreso, risparmiando -
bontà sua - soltanto i due giovani innamorati.
Prendete
l’esotismo melenso di Laguna
blu, aggiungete un tocco dell’algida “captatio
benevolentia”dei depliants
turistici, scekerate il tutto con venti minuti fracassoni di
effettistica speciale, ed avrete questo film, manierato e soporifero
che più soporifero non si può.
Si
salva Henry Fonda nei panni (insoliti) del cattivo
papà.
Con
la figlia che si ritrova - una Mia Farrow bella e impassibile - del
resto, non è che abbia tutti i torti.
Città in fiamme, diretto da Alvin Rakoff, esce lo stesso anno riproponendo il rosso -
fuoco - come colore dominante del film. La trama è poco più che un
pretesto, ma la pellicola si lascia comunque vedere.
Un
dipendente di una raffineria di grezzo, ingiustamente licenziato,
vuole vendicarsi e appicca un incendio che si propaga fino
all’abitato di una città canadese. Seguono esempi di abnegazione,
eroismo e viltà, opportunismi, drammi e passioni. L’incendio sarà
infine domato.
Henry Fonda,
Shelley Winters, Ava Gardner, Leslie Nielsen contribuiscono - con
mestiere - a sostenere una storia piccola e fragile, perdipiù
massicciamente inflazionata.
Rakoff dirige in
funzione quasi esclusiva dello spettacolo e degli effetti speciali.
E riesce nello scopo. Elegiaco con fiamme.
E' la montagna che, nel 1980, torna a far paura con Ormai non c' è più scampo,
kolossal
sprecato a firma James Goldstone.
Katalen, uno
degli ultimi paradisi ancora intatti che punteggiano l’oceano
Pacifico, è divenuto il rifugio preferito di ricchi magnati e belle
donne al loro seguito.
E’ in quest’oasi di quiete ed esotismo che Shelby Gilmore decide di
costruire un altro albergo della sua famosa catena, proprio alle
pendici del vulcano Mona Nui, inattivo da secoli.
Accompagnato da alcuni amici si reca, quindi, sul posto per controllare
i lavori di costruzione dell’albergo.
Hank Anderson, un ingegnere minerario, impegnato in una serie di
ricerche petrolifere sull’isola, frattanto, ha scoperto
un’anormale attività dei sismografi e preme per un’immediata
evacuzione della zona.
Come al solito nessuno gli dà ascolto. Gilmore e il suo socio Spangler
perchè temono di vedere sfumare il loro affare, gli stessi uomini
di Hank perché non vogliono rinunciare al premio assicurato loro
per ogni perforazione.
A parte Anderson nessuno dà l’allarme. Il vulcano può agire
indisturbato e tra intrighi personali e spietati interessi si
consuma l’inevitabile tragedia.
La
denuncia ecologista è diretta, in questo caso, contro le
trivellazioni petrolifere che risvegliano l'attività di un vulcano
addormentato da secoli.
La
manfrina è la solita, quella sull’umanità cinica e corrotta e
sull’ecosistema violentato. Lava e tremori investono ogni cosa,
compreso il lussuoso albergo per vip.
Paul
Newman, specializzato nei ruoli di buono,
è l’ingegnere senza macchia e senza paura che si prodiga per
salvare il salvabile. Che in questo film è davvero molto poco.
Profluvio
di fuoco assassino a parte.
4. DISASTRI IN CIELO, PER MARE E PER TERRA
Si
tratta del sottogruppo più impuro e contaminato del filone.
Confinante
(ma in maniera anche intrinseca) col thriller,
la fantascienza, l'horror (addirittura!), come nel caso de Il tocco della medusa.
Il
Male (il cataclisma) che nei catastrofici
in senso stretto, diventa, per lo più, la risposta-punizione
divina a
certo superomismo di matrice capitalistico-borghese, è qui,
invece, frutto consapevole di scelta umana deliberata e delirante.
Risultato
perverso di una volontà di
potenza degenerata in catastrofe collettiva.
Psicopatici
in cerca di consacrazione, terroristi, scienziati e militari
accecati da sogni prometeici e pericolosi. sono qui gli artefici
dello scatenarsi del dramma collettivo.
Basti
il riferimento a films
quali Cassandra Crossing, Panico nello Stadio, Black Sunday, Sindrome Cinese. E
ancora Rollercoaster, Airport
77, Juggernaut.
La vita
dell'innocuo cittadino (il tifoso, il passeggero di treni e arei,
l'avventore di Luna Park), talvolta la sopravvivenza dell'umanità
intera, sono poste in gioco dall'assoluto delirio di onnipotenza di
soggetti privi di scrupoli, implacabili e spietati.
In fondo moderne
varianti dei tanti scienziati luciferini di tradizione orrorifica.
In
questi film il Male è mostrato allo stato puro.
Senza giustificazioni di natura metafisica. Sostenuto da un
substrato concettuale di origine pessimisticamente hobbesiana:
l'uomo lupo azzanna e divora l'altro uomo.
Quando
e come meglio può.
Non
c'è un Dio-castigatore a dispensare cataclismatiche e
paradigmatiche punizioni. Le radici del peccato risiedono nell'uomo,
nel suo sfrenato desiderio di auto-affermazione. Nella sua
connaturata ed egotistica brama di potere, che un genere
conservatore e moralistico come quello dei disasters
non poteva comunque non stigmatizzare.
La
saga dei disastri aerei (quattro capitoli ufficiali) si apre con Airport
di George Seaton, nel 1970.
Mentre al “Lincoin Airport” di Chicago i tecnici cercano di
sbloccare un aereo incagliatosi, in seguito ad un'abbondante
nevicata, su una delle poche piste agibili, un Boeing della Trans
Global Airlines si leva in volo per Roma.
Proprio quando il velivolo è già in vista dell'oceano, a terra si
scopre che a bordo viaggia un dinamitardo deciso a far saltare
l'aereo perchè la moglie possa riscuotere un'assicurazione sulla
vita.
Ricevuta via radio la tremenda notizia, il comandante Vernon cerca
dapprima di disarmare l'uomo, poi di convincerlo a rinunciare al suo
folle proposito.
A complicare di molto la situazione è l' isterismo incontrollato di un
passeggero che provoca una parziale tragedia: la bomba, fatta
esplodere, uccide il dinamitardo e ferisce gravemente una delle
hostess.
Ma pur se danneggiato l' aereo è ancora in grado di volare e la perizia
del pilota riesce a farlo atterrare all' aeroporto di partenza,
sulla pista che i tecnici sono intanto riusciti a liberare.
Le condizioni della hostess, dalla quale Vernon aspetta un figlio, non
sono tali da metterne in pericolo la vita. Tutto è bene quel che
finisce bene.
Il
fortunato canovaccio (inflazionisticamente ripreso, con varianti
davvero minime, nei tre episodi successivi della serie aeroportuale,
ma non solo) del folle che a bordo di un Boeing
fa scoppiare un ordigno esplosivo, suscitando l’ovvio
terrore tra i passeggeri, appare
qui nella sua prima stesura.
Il
film di Seaton si colloca all'interno del filone disastroso
per i caratteri tematico-formali che possiede: il contesto
fortemente drammatico come terreno di scontro-confronto fra
caratterialità diverse; l'ottimo cast (Burt Lancaster, Dean Martin, George Kennedy, Jacqueline
Bisset); i notevoli effetti speciali, il ritmo serrato.
La
storia è tratta da un mediocre romanzo di Arthur Hailey,
specialista in thriller corali ad alta tensione (Black
Out, Hotel).
Quasi un film
manifesto. Emblematico.
Airport 75
nasce
dal tentativo di rinverdire i fasti del film precedente.
Il jumbo-jet
“Columbia 409”, con 120 persone a bordo, partito da Washington
per Los Angeles, a causa delle cattive condizioni atmosferiche viene
dirottato verso l'aeroporto di Salt Lake.
Mentre sono
già iniziate le operazioni di avvicinamento, un aereo privato da
turismo, il “232 Zulu”, viene a sua volta indirizzato verso lo
stesso scalo.
Il solitario
pilota di questo aereo, vittima di una crisi cardiaca, ne perde il
controllo e va a disintegrarsi contro la cabina di comando del
Boeing 747 provocandone un largo squarcio sulla fronte sinistra.
Morti per
l'incidente il secondo pilota e il marconista, gravemente ferito il
capitano, la guida passa nelle mani della capo-hostess Nancy.
Il direttore della compagnia “Columbia”, Alan Murdoc, che è il
fidanzato di Nancy, e un altro dirigente, Mr. Patroni, che ha
sull'aereo la moglie Helen e il figlioletto Joseph, si prodigano per
aiutare via radio l'improvvisata pilota e poi, per mezzo di un
elicottero militare superveloce, riescono a immettere Murdoc
nell'avariato gigante dell'aria.
Alcuni
buoni momenti (l'incipit quasi
in sordina - come in ogni buon thriller che si rispetti -, la
collisione tra i due aerei, il tentativo volante
di Charlton Heston di penetrare nella cabina di pilotaggio del
Boeing) si succedono ad altri di ordinaria amministrazione
catastrofica.
Indimenticabile
Karen Black, eroina di turno nei panni improvvisati di pilota del
colosso dell’aria ferito a morte. Charlton Heston è un Ben Hur in
divisa da pilota: bello, forte e coraggioso. Siamo, come si vede,
dalle parti del fumettone animato. Ma di quelli che piacciono al
grande pubblico. Senza infamia e senza lodi. Si è visto
senz’altro di peggio.
Sull’onda del
successo planetario dei primi due Airport,
esce, nel 1976, Terrore a 12
mila metri: ennesimo thriller aereonautico, diretto da Robert
Butler, che non aggiunge nulla di nuovo ai canoni soliti della saga.
Un aereo, in
volo da Los Angeles a New York, è costretto a dirigersi su Chicago
per il maltempo.
A bordo,
oltre all'equipaggio, viaggia un detenuto il quale riesce ad
impadronirsi della pistola del poliziotto che lo accompagna,
seminando il terrore tra i passeggeri.
Quasi
un tv movie che offre, in
fondo, quello che lo spettatore si aspetta. Incidente ad alta quota
e conseguenziali situazioni drammatiche come pretesto di
indagine varia (ed eventuale) sulle psicologie dei personaggi. More solitu.
Il
terzo Airport viene girato
e distribuito nel 1977.
Il
plot (ri)propone - tanto per cambiare - in chiave altamente
spettacolare le sfortunate vicissitudini di
un lussuoso aereo privato che, causa
un sabotaggio, precipita in fondo all'oceano.
I
flani pubblicitari sono ansiogeni, studiati ad
hoc per sollecitare le corde emozionali dello spettatore: “Aereo scomparso nel Triangolo delle Bermude…passeggeri ancora
vivi…intrappolati sott’acqua…”.
Il signor Philip Stevens, anziano miliardario, in occasione della
inaugurazione di una sua villa-museo, ha convocato un gruppo di
amici e familiari che viaggiano sul “23 Sierra”, un Jumbo
elaborato in modo da farne una sorta di lussuosa nave del cielo.
Sull'aereo prendono posto tra i passeggeri Lisa, figlia di Stevens, e il
piccolo Benji, nipote dello stesso, nonchè i coniugi Karen e Martin
Wallace e molte altre personalità. Il comando dell’aereo è
affidato a Don Gallagher la cui fidanzata, Eve Clayton, è a capo
del personale d'assistenza.
Nell'intento di rubare i numerosi quadri di valore trasportati, il
secondo pilota e alcuni suoi complici si impadroniscono del
“Sierra” e lo dirottano verso l'isola S.Giorgio, dopo avere
narcotizzato equipaggio e passeggeri.
Presa una quota troppo bassa per evitare i radar, il dirottatore urta
con un motore e perde il controllo del velivolo che cade in mare.
Mentre le
autorità organizzano le difficili ricerche, Gallagher,
neutralizzato il proprio secondo, con forza e perizia controlla la
situazione e raggiunge la superficie marina da dove coopera alle
operazioni di salvataggio.
Airport ’77 è spettacolare. Teso. Ben diretto. Un film che evoca gli elementi naturali (aria, acqua, fuoco), e ne fa proprie le
dinamiche. Peccato, ancora una volta, per l’unidimensionalità di
alcuni personaggi. Ma fa parte delle regole del gioco.
Le
belle riprese subacquee costituiscono la variante di richiamo di
questo terzo capitolo dell’epopea aereoportuale, rispetto alla
reiterazione delle costanti generali.
L'operazione
di salvataggio è di quelle ad alto rischio e ad elevato tasso di
implausibilità (la carlinga dell'aereo agganciata a dei robusti
simil-palloni aerostatici). Però toglie il fiato.
Nel
cast Jack Lemmon, Cristopher Lee, James Stewart, Lee Grant, Joseph
Cotten, George Kennedy, giusto per gradire.
Angoscioso
con giudizio.
New York-Parigi Air sabotage 1979, diretto da David Lowell Rich, si inserisce a pieno titolo nel filone delle
tragedie aeree, e al probabile disastro provocato da un sabotaggio,
si aggiunge, questa volta, il rischio di un contagio a bordo. Al
peggio non c’è mai fine: paghi uno, prendi due.
I
flani, dal canto loro, gufeggiano: “Doveva
essere un volo inaugurale! Divenne la più grande tragedia della
storia dell’aviazione civile mondiale!”.
Niente
di nuovo sotto il sole. Volare fa davvero paura.
L'ultimo
episodio - ufficiale -
della serie è del 1980.
Un Concorde
decolla dall'aeroporto di Washington diretto a Mosca, dove si
svolgono le Olimpiadi. Il ricchissimo Kevin Harrison vuole abbattere
ad ogni costo l'aereo sul quale viaggiano anche documenti che
potrebbero rovinarlo.
Una
pellicola che è quasi uno spot
propagandistico per il nuovo (per allora) modello di aereo francese.
Lo spettacolo funziona, i divi ci sono tutti (compreso Alain Delon
sul viale del tramonto) ma non c’è molta differenza tra un film
di questi tipo e un comune telefilm.
Al
botteghino è andato male.
Forse per il senso diffuso di dejà
vu che investe personaggi e situazioni. Andrebbe sforbiciato di
una buona mezz’ora.
Dopo
il cielo, il mare. Per un trittico di catastrofi acquatiche di tutto
rispetto.
L'avventura del Poseidon, diretto dallo specialista
Ronald Neame, è il racconto della drammatica odissea
dei soliti malcapitati passeggeri rimasti intrappolati
all'interno di un transatlantico di lusso in odor di naufragio.
Il “Poseidon”, un vecchio transatlantico destinato alla demolizione,
sta compiendo la sua ultima crociera nel Mediterraneo. Costretta
dall' avidità dei suoi compratori, che vogliono risparmiare tempo e
denaro, a muoversi a tutta forza, la nave incappa nella gigantesca
ondata provocata da un terremoto sottomarino e si rovescia.
Il disastro
uccide quasi tutti i passeggeri, colti mentre festeggiano l'ultima
notte dell'anno. Si salvano soltanto poche persone, divise sul da
farsi: alcuni, fidandosi dell'autorità rappresentata dal
commissario di bordo, decidono di restare nel salone non ancora
raggiunto dalle acque; altri preferiscono seguire il reverendo
Scott, un energico sacerdote che, fedele al principio «aiutati, che
Dio ti aiuta», si propone di raggiungere, risalendo i vari ponti e
la sala macchine, la chiglia della nave. Lo seguono una decina di
passeggeri: un ottuso poliziotto e sua moglie, una mite coppia di
coniugi, una ragazza e il suo fratellino, un negoziante scapolo, una
canzonettista e un cameriere di bordo.
Alcuni di
loro, compreso padre Scott, periranno nel drammatico cammino verso
la salvezza; gli altri, e saranno i soli in tutta la nave,
riusciranno a mettersi in salvo.
Timore
e tremore in alto mare, come da copione. La tensione monta col
montare delle onde e dei minuti. Belle le scenografie capavolte.
Puntuali le interpretazioni di Gene Hackman, nel ruolo del prete
temerario, e di Ernest Borgnine, in quello di un poliziotto burbero
ma simpatico: facce opposte di una stessa medaglia. Ci si commuove
per il sacrificio - annunciato - di Shelley Winters, grassona con un
cuore grande così.
L’avventura del Poseidon si aggiudica l’Oscar per gli effetti speciali e
per la miglior canzone (The
Morning After).
Un
film riuscito, nel suo complesso. A rivederlo oggi appena un
po’datato
Il
sequel esce nel 1979, con il titolo programmatico de L'inferno
sommerso. Dirige Irwin Allen (già produttore e coregista de L'
inferno di cristallo e
Swarm).
Il capitano Mike Turner, padrone dell'ipotecatissimo rimorchiatore
“Jenny”, con l'aiuto dell'anziano mozzo Wilbur e con la forzata
compagnia della giovane naufraga Celeste Whitman, raggiunge il
relitto capovolto e non ancora sommerso del “Poseidon”, la nave
da crociera misteriosamente naufragata nella notte di capodanno.
Quando Mike si appresta a scendere nel relitto, viene raggiunto dallo
yacht del dottor Stefan Svevo che si immerge, a sua volta, con
alcuni uomini.
Mentre scoppi premonitori
si succedono a bordo del transatlantico semisommerso, minacciando di
farlo colare a picco da un momento all'altro, Mike e i suoi compagni
trovano vivi e conducono con loro l'infermiera Gina Rowe, l'ambigua
Suzanne, il signor Harold Meredith e la moglie Hannah, il signor
Frank Masetti e in figlia Teresa, il vicecambusiere Tex e
l'ascensorista Larry.
Nel frattempo, però, la spedizione viene complicata dalle losche
manovre di Stefan Svevo il quale, dopo essere stato la causa
dell'avaria del “Poseidon”, ora tenta di recuperare le casse di
plutonio che vi sono nascoste. Alcune persone muoiono e Mike, salvo
grazie al sacrificio dell'amico Wilbur, si trova costretto ad usare
le armi da fuoco, spalleggiato da Celeste e da Larry.
Il “Jenny” può così allontanarsi. Senza il carico di preziosi
sperato, ma con delle persone che nel pericolo si sono trovate
affratellate.
Adrenalinico.
Spettacolare. Fracassone. Il cinema secondo Irwin Allen, autentico
maestro del disaster movie.
L’inferno sommero ripropone - a cominciare dal titolo - personaggi e situazioni già
sfruttate nel suo Inferno di
cristallo mutandone (quasi) esclusivamente il contesto.
Un
“arrivano i buoni”, tra flutti e sciabordii acquafobici ed un
relitto pre-Titanic, costantemente in bilico sull’abisso. Ci sono
luci e ombre, ma il film non annoia.
Il
capitolo più convincente sulle sciagure marine porta la firma, nel
1974, di Richard Lester.
Ancora
un transatlantico e uno psicopatico dinamitardo sono al centro della
vicenda di Juggernaut.
Un artificiere lotta contro il tempo nel tentativo di disinnescare gli
ordigni esplosivi che un folle terrorista ha collocato a bordo di un
transatlantico di lusso.
Centinaia di passeggeri sono in pericolo, un uomo solo può salvarli.
Il
pregio più evidente di Juggernaut
è che riesce làddove altri films del filone hanno fallito: nel
mantenere costantemente alto, cioè, il livello di attenzione dello
spettatore. Le cadute di tono - se ci sono - sono davvero minime. E
l’esito finale della vicenda non è scontato come altrove.
Sorretto
dall'ottima vena di Richard Harris, nei panni del glaciale
artificiere - che a pochi secondi dalla detonazione deve decidersi
tra il cavo rosso e quello blu - e da una regia saggiamente
funzionale alla storia, il film è uno di quei thriller mozzafiato
che lasciano il segno. E si ricordano nel tempo.
I convegni di
persone sono il bersaglio privilegiato degli attentatori.
Gli
stadi diventano, per questo, teatro di altri due thrillers
catastrofici firmati rispettivamente da Larry Pearce e Robert
Aldrich.
Panico nello stadio
(1976)
è la cronistoria di un’ennesima partita sul filo di lana, che
vede impegnati - stavolta - i servizi di sicurezza
americani, sulle tracce di un killer che, nello stadio di Los
Angeles, vuole attentare alla vita del Presidente degli Stati Uniti
durante un'importante partita di football.
Presso il “Memorial Coliseum” di Los Angeles stanno per incontrarsi
le squadre della città ospitante e del “Baltimora” per
l’attesissima finale del campionato nazionale di football. E' una
splendida giornata domenicale e allo stadio accorrono centomila
spettatori.
Il servizio d'ordine viene curato dal direttore stesso dell'impianto,
Samuel McKeeler, fortemente preoccupato perchè, oltre due
governatori di Stato e il sindaco di Los Angeles, sta per arrivare
anche il Presidente degli Stati Uniti. A partita già iniziata,
dalla cabina di regia televisiva viene segnalata la presenza di un
ignoto, armato di fucile di precisione a ripetizione, appostato
sulla torre più alta dell'impianto.
Il capitano Peter Holly, capo della Polizia del dipartimento, fa subito
dirottare il corteo presidenziale e chiama sul
posto il sergente Button con la sua Squadra Speciale che si dispone
ad attaccare lo sconosciuto killer.
L'impresa si dimostra assai difficile perché il cecchino si trova
protetto da una sorta di fortino di cemento e perchè si cerca di
evitare il più possibile che si diffonda il panico tra la folla.
Ma a due minuti dalla fine della partita, il pazzo omicida inizia a
sparare, gli spettatori impazziscono e le vittime aumentano.
Il
pregio principale di Panico
nello stadio sta nel tentativo di inquadrare i risvolti
psicologici che un evento drammatico imprevisto sollecita in una
folla di persone.
Le
vicende campione che
affastellano il plot
servono ad esaltare, infatti, tempi e modi di reazione tanto dei
singoli cittadini, quanto delle forze di polizia mobilitate nel
tentativo di sventare la minaccia.
Il
regista conosce bene il proprio mestiere e Chalton Heston, fra gli
interpreti - ancora una volta - non si discute.
Corale
con terrore.
Da un romanzo di
fanta-poltica di Walter Wager, Robert Aldrich dirige, nel 1976, Ultimi bagliori di un
crepuscolo, film nerissimo e senza vie d’uscita, in cui la
catastrofe nucleare minacciata dai terroristi costituisce soltanto
la versione spettacolare - e collettiva - delle tante
micro-catastrofi interiori che affliggono le psicologie dei
personaggi della storia.
Nell'ottobre
1981, il generale Lawrence Dell occupa la base missilistica n. 3
insieme al negro Powell e a Garvas.
Messosi in
contatto con David T. Stevens, Presidente degli Stati Uniti
successore di Jimmy Carter, l'ex generale impone di rendere di
dominio pubblico il contenuto del documento segreto 9759 dove è
spiegato come gli U.S.A. abbiano compiuta l'avventura del Vietnam e
il conseguente «bagno di sangue» per dimostrare a Russi e Cinesi
di non temere le soluzioni rischiose.
Mentre il
Presidente, presa cognizione del documento, interpella febbrilmente
i suoi stretti collaboratori, Martin Mac Kenzie, Comandante di Stato
Maggiore privo di scrupoli, tenta la soluzione di forza.
Dell,
accortosi del tentativo, mette in azione il dispositivo atomico
della base 3 che consiste in nove missili “Titan” con testata
atomica diretti verso altrettante città sovietiche.
Stevens,
onde evitare lo scoppio di una guerra nucleare, si reca
personalmente alla base 3 ove Dell ha fermato il conto alla rovescia
a meno 8 secondi.
I ribelli si
arrendono; ma verranno uccisi ugualmente, insieme al Presidente, dai
cecchini di Mac Kenzie.
Apologo
fantapoltico in puro stile aldrichiano, Ultimi
bagliori di un crepuscolo è un fulgido esempio di cinema
militante, sostenuto da una doppia dose di verve
autoriale e di suspence,
motivata dall’ethos di
un regista sensibile all’incubo del pericolo atomico e dal senso
di colpa per il coinvolgimento USA nella gurrra del Vietnam.
Burt
Lancaster e Richard Widmark rappresentano, rispettivamente, la
faccia e la coscienza sporche di un sogno americano al suo
crepuscolo.
Quando
il disaster movie diventa
pensoso e d’autore.
La
costante del gruppo terroristico (siamo in un decennio di piombo,
non va dimenticato) ritorna ancora nel 1977, come pretesto in un
riuscito disaster movie di produzione italiana, firmato da George Pan
Cosmatos: Cassandra Crossing
.
Nel
tentativo di fare esplodere una bomba nel palazzo ginevrino
dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, due giovani svedesi,
penetrati in un laboratorio segreto degli Stati Uniti in cui si
studiano armi batteriologiche, contraggono una gravissima infezione
causata da un virus sconosciuto.
Uno
dei due attentatori, scoperto e ferito, muore, ma a causa del virus.
L'altro fugge e si nasconde sul treno Ginevra-Stoccolma, sul quale
viaggiano un migliaio di passeggeri. Accertata la sua presenza sul
convoglio, il colonnello Mackenzie, dei servizi segreti americani,
ordina che esso venga piombato e deviato verso la Polonia, in una
zona attraversata da un ponte in disuso, il Cassandra Crossing.
Apparentemente
l’intento di Mackenzie sembrerebbe quello di isolare il contagio:
in realtà la sua reale intenzione, giacchè il ponte è
pericolante, è quella di far scomparire il treno e con esso ogni
prova a carico degli Stati Uniti.
Sul
convoglio, però, viaggia anche un celebre medico, il dottor
Jonathan Chamberlain, che dopo avere assistito i passeggeri (ne
muoiono soltanto due, attentatore compreso; gli altri guariscono,
perché il virus regredisce in fretta) intuisce il piano di
Mackenzie.
Coadiuvato
dalla moglie e da alcuni compagni di viaggio Chamberlain fa si che,
spezzato il treno in due tronconi, almeno una parte dei passeggeri
si salvi, mentre l'altra muore, come previsto dal colonnello, nel
crollo del ponte.
Richard
Harris, Sophia Loren, Burt Lancaster, Ava Gardner, Martin Sheen, fra
gli altri, fanno parte del cast all-stars
ingaggiato dall’italiana Champion
per questo buon thriller dal ritmo serratissimo che coniuga -
felicemente - insieme i generi catastrofico e spionistico.
Il
film è stato liquidato dalla critica forse con eccessiva
frettolosità. Non è un capolavoro ma il crescendo di tensione è
costante.
Inoltre
si simpatizza (quasi malgrè
nous) con molti dei caratteri
che popolano il film (il vecchietto che vende orologi, il tossico in
cerca di riscatto, l'impavido Richard Harris, eroe-dottore e le sue
gustosissime schermaglie con l’ex moglie Sophia Loren).
Anche
il cattivo colonnello
Richard Burton e la sua ottusa sottomissione alle ferree leggi della
ragion di stato, non si dimenticano facilmente.
Uno dei disastrosi più
hard -
e sottovalutati - del decennio. Da rivedere senza pregiudizi.
Rollercoaster - Il grande brivido (1977), di James Goldstone, sposta il terreno del disastro all'interno di
un parco giochi americano dove un folle ha sabotato i binari delle
montagne russe e un ispettore di polizia (George Segal) cerca di
evitare la strage.
I
flani di lancio del film, nel solito tono roboante promettono:“Un’emozionante
e spettacolare caccia all’uomo che vi terrà col fiato sospeso
fino all’ultimo minuto. Gli strordinari effetti del sensurround vi
faranno sentire al centro delle scene del film come se voi ne foste
gli autentici protagonisti”.
Rollercoaster - effettivamente - è un tour de
force, lungo novanta minuti, tra i binari delle montagne russe
più alte d’America. Il sistema sensurround
- combinato alle vertiginose riprese in soggettiva dal carrello in
corsa nell'otto volante - garantiscono allo spettatore adrenalina
pura e la sensazione di vivere in prima persona le velocissime
discese del Rollercoaster.
La
corsa è anche contro il tempo, che gioca contro George Segal,
poliziotto con baffo biondo alla Maurizio Merli, impegnato in una
estenuante caccia all’uomo tra l’oceano di folla dei parco
giochi USA.
Quando
si dice cercare un ago in un pagliaio. Mozzafiato.
Black Sunday esce l'anno successivo, diretto da John Frankenheimer, da un bestseller
di Thomas-Il Silenzio degli
innocenti-Harris.
Un
gruppo palestinese progetta una strage allo stadio di Miami in
occasione della finale del campionato di football americano.
Strumento di questo disegno criminoso è un ex pilota della marina
americana, risoluto a vendicarsi di un terribile trauma subito in
Vietnam.
Accanto
a lui, nel clima saturo di tensione dei preparativi, c’è una
donna la cui sensualità è pari soltanto al suo fanatismo politico.
Alla
partita assiste anche il presidente degli Stati Uniti. FBI e servizi
segreti israeliani sono in allarme.
Se
il romanzo cui si ispira è avvincente, il film, certo, non lo è di
meno.
I
ritmi serrati imposti dal regista e i riferimenti politici
all'attualità di allora (il conflitto israeliano-palestinese, fra
tutti) contribuisco all’impronta di inquietante realismo di Black
Sunday; quasi un documovie
teso e ben diretto.
E del resto
Frankenheimer (Il braccio
violento della legge, L’esorcista)
conosce il suo mestiere. I primi venti minuti - di introduzione alla
vicenda - sono da antologia. Il finale è autenticamente mozzafiato:
il dirigibile aereostatico grava sullo stadio come una sorta di
squalo volante, deciso a vomitare sulla folla
il suo carico di morte.
Nota a margine:
le sequenze degli inseguimenti automobilistici dirette da John
Frankenheimer - fra cui quelle di questo film - hanno fatto scuola,
diventando modello di riferimento di gran parte dei poliziotteschi
all’italiana (e non solo).
Impegnato,
d’autore.
Nel
1977 navigare è ancora sinonimo di affondare, nel fiacco disaster
sottomarino diretto da David Greene, Salvate
il Gray Lady.
Il sommergibile atomico “Neptune” della classe “Gray lady” sta
tornandio alla base dopo un’uscita di esercitazioni, felicemente
conclusa. L’equipaggio festeggia l’ufficiale in seconda che sta
per rilevare il comando dal capitano Samuelson. Ma un mercantile
norvegese sperona il “Neptune” che precipita a 450 metri di
profondità. Un valoroso ingegnere cerca di portare in salvo
l’equipaggio.
Gli
effetti speciali da soli non bastano a sostenere una trama asfittica
di colpi di scena. Dopo l’affondamento - spettacolare - del Neptune
la noia comincia infatti a fare capolino e non va più via per il
resto del film. Nemmeno l’eroico Charlton Heston, stavolta, riesce
a tenere a galla la baracca.
Vedi
alla voce Airport, 450
metri sotto il mare. Soporifero nonostante i marosi.
Il tocco della medusa
(1977)
si colloca tra il giallo parapsicologico e il catastrofico.
Burt
Lancaster è lo scrittore cui è stato dato il dono
di prevedere e causare disastri. Lino Ventura il poliziotto che -
convinto di trovarsi di fronte all’ennesimo caso da risolvere in
fretta - si imbatte, suo malgrado, nel soprannaturale.
Lo scrittore
John Morlar, autore di opere imperniate sul potere delle forze del
male, colpito da uno sconosciuto nella propria abitazione, è stato
trasportato moribondo all'ospedale dove, con grande meraviglia dei
medici, il suo cervello continua a dare segni di attività
nonostante versi in una situazione di morte clinica in tutto il
resto dell'organismo.
L'ispettore
francese Brunel, a Londra per un periodo di scambio tra le polizie
britannica e francese, incaricato del caso, con l'aiuto del sergente
Duff, scarta ben presto l'ipotesi di una vendetta da parte di
qualche nemico di
Morlar; quindi concentra la sua attenzione sul diario dello strano personaggio e chiede
informazioni alla psichiatra Zonfeld. Dapprima incredulo, un poco
alla volta si convince che Morlar, in forza di poteri telecinetici,
ha provocato catastrofi e si appresta a far crollare la Minster
Cathedral sulla testa di fedeli e autorità, presenti in numero
impressionante.
Brunel
scopre anche che la Zonfeld, giunta alle sue stesse conclusioni, ha
cercato di uccidere lo scrittore, suicidandosi subito dopo.
Mentre la
cattedrale comincia irreparabilmente a crollare sulla folla, Brunel
accorre all'ospedale per completare l'opera della dottoressa; ma
anche se privo di ossigeno e di sangue, il cervello dell’uomo
“preconizza” ulteriori catastrofi connesse, stavolta, alla
centrale atomica di Windscale.
Quello
dei poteri telecinetici, utilizzati per recar danno al prossimo,
costituisce una delle tematiche più ricorrenti nella cinematografia
- e nella letteratura - horror (Carrie,
Fury, Patrick, La
zona morta, L’incendiaria, ecc.).
Il
regista britannico Jack Gold ne ha tratto spunto per questo film
costruito più come un giallo paranormale che un
disaster movie, ma che in alcune situazioni di fondo (l’aereo che
si schianta contro un grattacielo, il crollo della chiesa stipata di
fedeli) si appella al genere, nobilitandolo di una trama
stratificata e - finalmente - originale.
.Il
finale aperto, inoltre,
inquieta e non lascia
presagire nulla di buono. Il Male si appresta a colpire ancora.
Il
tema - e la paura - della catastrofe nucleare fanno da motore, in
chiusura e apertura di decennio a due disasters
di tutto rispetto: Sindrome
Cinese (1979), di James Bridges, e The
Day After (1983), di Nicolas Mayer.
Una troupe
di giornalisti televisivi sta preparando un servizio su una centrale
nucleare. All'improvviso avviene un incidente che il personale
addetto riesce a mantenere sotto controllo con molta difficoltà ed
evidente preoccupazione. Un reporter riesce a filmare l'accaduto ma
il direttore di rete si rifiuta di mandarlo in onda per paura delle
possibili conseguenze giudiziarie.
Il
giornalista decide, allora, di prendere contatto con l’ingegnere
che ha diretto le operazioni di emergenza durante l'accaduto.
Si scopre in
questo modo che la centrale non è più sicura e il disastro
nucleare non è un’eventualità tanto lontana.
Di
estrazione ideologica scopertamente antinuclearista, Sindrome
cinese - prodotto e fortemente voluto da Michael Duglas - si
avvale di una regia ben calibrata e della convinta interpretazione
di due stars di conclamata
fede democratica come Jane Fonda - nei panni di una coraggiosa
giornalista - e Jack Lemmon - Palma d'oro a Cannes quale migliore
attore - in quelli dell'attempato ingegnere-eroe.
Questa
volta si fa il tifo per i buoni
senza che affiorino, per questo, (buonisti) sensi di colpa.
I
veri reazionari stanno tutti dalla parte del nucleare.
Un
film di denuncia che - per una volta - non rinnega lo spettacolo.
Emozionante.
The day after (Il giorno dopo) - film tv, solo in un secondo tempo adattato per il
grande schermo – è pensato con intenti ammonitori e pedagogici,
ma non disdegna il maquillage
di effettistica holliwoodiana, risultando un prodotto di sufficiente
presa, visiva e spettacolare.
Nella prima parte del film viene presentata la vita quotidiana di una
tranquilla cittadina del Kansas, Lawrence, attraverso alcuni
personaggi della middle-class. Vediamo il chirurgo infaticabile,
padre e marito affettuoso, la casalinga intenta alle faccende di
tutti i giorni, la ragazza che litiga con la sorella per il possesso
di una scatola di pillole anticoncezionali, il contadino intento a
sorvegliare il proprio bestiame, il militare di colore alle prese
con problemi familiari, i soldati impegnati in ricognizioni di
semplice controllo. Intanto la televisione dalle comuni avvertenze
iniziali, trasmette, in un crescendo angoscioso, notizie sempre più
allarmanti: l'equilibrio tra le grandi potenze sembra essere
arrivato ad un punto di rottura, la crisi mondiale appare
irreversibile. L'Urss ha attaccato l'Occidente invadendo la
Germania.
Le notizie si fanno sempre più incalzanti: il governo di Washington
dirama alla popolazione disposizioni di sicurezza, il tono dello
speaker assume inflessioni concitate. Inizia la fuga disordinata
della folla. Il panico colpisce l'uomo della strada, le domande si
affollano senza possibilità di ottenere risposta.
Scatta l'ora X: dall'Urss e dall'America vengono emanati ordini di morte
e dalle rampe sotterranee partono i missili a testata nucleare.
Nella quiete di un giorno d'estate le sagome slanciate delle bombe
atomiche si stagliano in un cielo azzurro e fermo, ultima visione
d'incontaminata bellezza. Poi il terrificante boato ed i funghi
atomici riempiono lo schermo.
Gli esseri umani restano dapprima paralizzati, come fermati per sempre
in quell'attimo, poi svaniscono di colpo, dissolti in cenere, mentre
tutto intorno è distruzione e rovina.
La seconda parte del film, il vero "giorno dopo", mostra
quello che accadrebbe a Lawrence e al mondo nell'ipotesi di una
guerra atomica: il ritorno di un Medioevo nucleare, con saccheggi,
processioni di morti-viventi, appestati, assassini.
Il dottore, sopravvissuto alla strage, organizza un centro di assistenza
nel suo ospedale e si prodiga per portare qualche aiuto a creature
morenti o orrendamente deturpate. Tra tanti orrori viene al mondo un
bambino, simbolo di una speranza che, nonostante tutto, rinasce nel
cuore dell'uomo.
Un
catastrofico doc. Con i
pregi e i difetti dei catastrofici doc.
Gli stereotipi del genere ci sono tutti e fanno - tutti - bella
mostra di sé.
Sicuramente
più riuscita la parte preparatoria
all’esplosione atomica (di grande impatto visivo l’abbacinìo
radioattivo delle testate nucleari di sfondo a una natura rappresa
in una fissità mortale). Dopo si scivola nel già visto:
sentimentalismi e ardimento a iosa tra le macerie.
Il
film atterrisce - e sensibilizza al contempo - gli spettatori di
tutto il mondo. Questo, forse, il suo merito maggiore.
5. KING
KONG E I SUOI FRATELLI
Scimmioni
giganti e vendicativi. Pesci, uccelli, insetti, cani: non esiste
sulla faccia della Terra specie animale che non sia stata sfruttata
in senso mostruoso dal cinema catastofico del decennio 70/80. Non
esiste mammifero, rettile o invertebrato del pianeta che non si sia
preso, con larghi (e onerosi) interessi, la sua giusta rivincita sul
genere umano.
Belve
che invadono le città seminando morte e distruzione (King
Kong e sequel).
Mostri marini che uccidono inermi bagnanti (Lo
squalo, L'orca assassina). Cani trasformati in killers
feroci assetati di sangue (Il
branco, Dogs). Micetti domestici pericolosi come fiere assassine
(Artigli).
Per
non dire dei serpenti (Kobra
), degli insetti (Bees, Swarm),
dei topi (Rats), degli
alligatori (Alligator),
rane (Frogs) e delle belve feroci in genere (Wild Beast).
Animali
cattivissimi e inclini allo sterminio indiscriminato, spesso però
non senza una qualche ragione. Da ricercarsi - una volta di più -
nella miope crudeltà di gran parte della razza umana.
L'istinto
naturale di sopravvivenza sommato all'orrore di essere oggetto di
reificazione circense (ancora King
Kong, Yeti Il gigante del
XX secolo), di abbandono sistematico (Il
branco), di immorale sperimentazione genetica (Tentacoli,
Pirana), non può che generare mostri.
Le
belve in questione puniscono, infatti, un'umanità colpevole e/o
distratta. Che ha sacrificato alle leggi del profitto le regole e l'eticità
naturali.
Non
a caso il sindaco di Amity, la cittadina balneare infestata dallo
squalo, andando contro ogni logica di buon senso, si oppone
fermamente al divieto di balneazione proposto dal capo della
polizia. Ci sono in gioco i cospicui proventi di una stagione
turistica appena cominciata.
Richard
Harris ne L'Orca assassina
uccide una femmina di Orca incinta nel maldestro tentativo di
catturarla e
venderla a un circo acquatico.
E
l'avido petroliere, in King
Kong, imprigiona la bestia per farne fenomeno da baraccone per
il divertimento - solo momentaneo
- degli spettatori paganti.
I
film del filone faunistico (ri)mettono in discussione un’etica (?)
capitalista molto spesso edificata sui poveri
resti di un ecosistema violentato
e impazzito.
Nel
1972 Frogs, di George Mc
Cowan, si presenta con in sé già la summa
dei capisaldi del
filone animali killer, inscenando una sorta di vendetta della natura contro le
coercizioni del genere umano.
Jason
Crockett, un vecchio patriarca testardo e dispotico, ha invitato la
sua famiglia nella villa della propria isola nei mari del Sud per il
suo compleanno e per la festa del 4 luglio.
Ma la
tradizionale riunione è turbata da una strana aria premonitrice. La
mostruosa uccisione del custode della villa è solo l’ inizio di
una devastante e sanguinosa rivolta della natura.
Rane,
tarantole, ragni, scorpioni, diventano spietati predatori
dell’isola. Si scatena la caccia all’uomo, tutto sembrerebbe
essere contro la sua sopravvivenza. Il giorno della vendetta della
natura è arrivato.
Il film -
alquanto datato e scialbo nel suo insieme - va menzionato, se non
altro, in quanto indicatore topico del faunistico
a seguire: l’immagine del paradiso incontaminato opposta a quella
esemplare dei rappresentanti corrotti del genere umano, il
padre-padrone - cattivo che più cattivo non si può - che paga con
la vita, il terrore che cresce in maniera esponenziale allo sviluppo
della trama.
Le buone
intenzioni ci sono ma la suspence
latita qua e là. E nemmeno le scene più cruente riescono a
risollevare la situazione. Da seconda serata televisiva nei
palinsesti d’estate.
Insolito
e decisamente più suggestivo - soprattutto per le straordinarie
riprese documentarie di Ken Middleton - è Fase
IV: distruzione Terra, diretto, nel 1974, da Saul Bass.
In un’Arizona invasa dalle formiche, uno scienziato cerca invano di
contrastare la loro avanzata e finisce divorato. Si salvano soltanto
uno studioso di linguaggi animali e una ragazza.
Perché agli insetti interessa farli prigionieri, per “studiare”
organismo e reazioni di una coppia di giovani esseri umani.
Ipnotico,
inquietante, con possibilità di lettura plurime. Il film trova
senz’altro spazio all’interno del filone fantascientifico della
natura in rivolta anti-umana, ma la metafora sottesa delle formiche
come massa prevaricante
sull’individuo affascina e - ci pare - rappresenti qualcosa di più
che un’ipotesi forzata.
Ancora
gli insetti - nella fattispece una razza speciale frutto di
radiazioni - sono protagonisti di Bug
insetto di fuoco che, nel 1975, coniuga ancora insieme
fantascienza entomologa e
polemica ecologista.
In Georgia
da una crepa del terreno prodotta da una scossa di terremoto,
fuoriescono migliaia di grossi coleotteri neri che seminano incendi,
terrore e devastazione lungo tutta la costa orientale degli Stati
Uniti.
Che cosa
sono e che cos’hanno questi coleotteri di così terribilmente
pericoloso? Come si possono distruggere? Con quali mezzi si può
arginare questa spaventosa ondata devastatrice? Gli scienziati si
perdono in un labirinto di ipotesi e in sterili discussioni
accademiche.
Soltanto
James Lamg Parmiter, professore di entomologia di una piccola
università, riesce a capire che l’umanità si trova davanti a una
forma di vita mai conosciuta prima.
Tratto da un romanzo di Thomas Page, La piaga Efesto, Bug
è un film di fantascienza animale che omaggia il genere -
soprattutto alcuni fra i B-Movie anni ’50 - con qualche buon
momento spettacolare e una discreta regia al servizio della storia.
Gli strani coleotteri che sputano vampe di fuoco dalla bocca
costituiscono la versione formato ridotto dei cari, vecchi,
godzilloni a raggi radioattivi di tanta cinematografia orientale di
largo consumo.
Un classico. Da vedere e rivedere; tenendo, se possibile, un estintore a
portata di mano.
Il
1975 è l’anno de Lo squalo, padre crudele di tutti i film catastrofico-faunistici.
Il
terrore viene su dal mare e ha le fauci spalancate e possenti di un
enorme predatore bianco assetato di carne e sangue umani.
Amity
è una ridente cittadina americana che vive di turismo balneare,
posta com’è su di un'isola californiana bagnata dal Pacifico.
Una
sera, nel corso di una festa di ragazzi sulla spiaggia, la giovane
Christine, avventuratasi in mare, viene dilaniata da un enorme
squalo.
Lo
sceriffo locale Martin Brody vorrebbe immediatamente chiudere le
spiagge, ma il sindaco, preoccupato per gli affari della sua comunità,
tergiversa. Quando il mostro marino miete una seconda vittima e
quando le spiagge sono ormai invase da una folla attratta
dall’evento straordinario, Brody ingaggia l'anziano pescatore
Quint, il quale con la sua “Orca” e si mette alla caccia del
pescecane.
Il
terzetto viene completato da Matt Hooper, un esperto di squali
inviato dall'Istituto Oceanografico, l'unico ad avere compreso che
si tratta di un «solitario» che, allettato dalle prime prede, ha
stabilito nella baia la sua “territorialità”.
La
lunga e drammatica lotta si conclude con la morte di Quint, la
sconfitta “tecnica” di Hooper e la vittoria di Martin,
improvvisato e timoroso uomo di mare.
Steven
Spielberg - qui al suo primo centro
al box office -
comincia con Lo squalo la
propria esplorazione fra i miti (e le paure) dell’immagginario
collettivo americano
Il
film è un catastrofico marino
sostenuto - sin dalla bellissima sequenza d’apertura - da un
formidabile senso della suspence
e della narrazione che crescono, progressivamente all’incalzare
della vicenda.
L’eccezionale
prova registica e l’omaggio dichiarato al Moby
Dick di Melville
dimostrano come un prodotto cinematografico in apparenza soltanto spettacolare, possa ambire legittimamente a significati e valenze
alte.
Jaws -
come incarnazione del Male assoluto - costituisce, a ben guardare,
uno dei mostri più paurosi che il cinema fantastico abbia mai
conosciuto.
Il
film consegue ben presto un successo formidabile, proiettando il suo
regista nell’Olimpo delle stars.
Nelle
spiagge di tutto il mondo scoppia la psicosi da squalo. Potenza del
(buon) cinema.
Passeranno
quattro anni prima che, nel 1979, Jeannot Szwarc firmi la regia del
secondo (dei quattro complessivi) capitoli-fotocopia della saga.
L'intreccio
si snoda intorno alla figura del poliziotto sopravvissuto al primo
squalo, e alla sua ossessione vagamente achabiana.
Ma il senso di già visto
condiziona fortemente il giudizio complessivo sul film.
Sono
trascorsi quattro anni da quando un grande squalo bianco aveva
portato il terrore nel piccolo villaggio di Amity. Il pericolo
sembrava definitivamente allontanato, quando un altro gigantesco
squalo assale un gruppo di ragazzi nel corso di una gara in barca a
vela.
Il capo
della polizia Brody deve, di nuovo, lottare contro il tempo - e
l’incredulità delle istituzioni –per cercare di salvare se
stesso e molti bagnanti
Il
terzo capitolo della serie de Lo
squalo è del 1983. Esce in 3D e porta la firma di Joe Alves. La
trama basta e avanza - da sola - a illustrare senso e contenuto ideologico
del film.
Al
“Florida’s Sea World” - nuovissimo
parco acquatico e di divertimento dove ogni spettatore ha la
possibilità di avvicinarsi al regno marino come mai - grande è
l’affluenza di pubblico il giorno dell’inaugurazione.
Alla
cerimonia partecipano molti invitati. Tra questi un piccolo squalo
sfuggito al controllo della madre e accidentalmente finito nella
laguna del parco attraverso una barriera difettosa. Il piccolo paga
con la vita questa sua esuberanza scatenando però l’aggressività
della madre impazzita i cui 12 metri di lunghezza creano il più
agghiacciante clima di panico proprio mentre nelle acque del parco
si svolgono le spettacolari evoluzioni previste dal copione.
Gli effetti subacquei tridimensionali immergono lo spettatore nel clima
della storia. Personaggi e situazioni, però, risultano già
ampiamente sfruttati.
Sono trascorsi dodici anni da quando il primo
squalo ha fatto la sua terrificante apparizione sugli schermi di
tutto il mondo, nel 1987 Joseph Sergent si avventura
nell’ultimo - e speriamo definitivo - sequel
(dei sequels) della serie,
dirigendo Lo squalo 4 - La
vendetta. Protagonista ancora un membro della famiglia Brody, il
figlio minore, diventato a sua volta capo della polizia con
vocazione di cacciatore di pescecani.
Sulla
scia del successo planetario ottenuto dal mostro spielberghiano - ci
siamo rituffati, a nostro
rischio e pericolo, nel vortice cinematografico dei Settanta
- esplode dappertutto la squalo-mania. Nel corso del biennio 1975
-1977 i temibili predatori del mare diventano - con gli Ufo - gli
assoluti protagonisti degli avvistamenti
(?) estivi (in Italia anche nei luoghi balneari più improbabili,
come la Plaja di Catania); argomento di dotte conferenze da bar e
documentari (Uomini
e squali,
Mare
blu
morte bianca),
film a basso costo provenienti da cinematografie minori (Tintorera, del messicano Renè Cardona jr.,
frase di lancio: “Su un
panfilo nasce un violento morboso amore a tre. Arriva lo squalo
Tigre Tintorera…la morte!!! ”; Shark
rosso nell’oceano, dell’italianissimo John Old jr., alias Lamberto Bava) e
altri, come Mako
lo squalo della morte che sfruttano l’onda lunga del capostipite
acquatico per strombazzare - pro
domo sua - immagini e
situazioni mirabolanti, mai viste prima in nessun film: “Finora avete visto squali di gomma e pescecani dietro le sbarre. Se
volete conoscere il vero assassino del mare, colui che mangia ogni
essere vivente a portata delle sue mascelle, venite a vedere il
Mako, lo squalo più feroce del mondo che purtroppo circola anche
nel Mediterraneo. Non è grande 20 metri ma l’esemplare che
potrete vederere nel film Mako lo squalo della morte è vivo e vero”.
I risultati sono
tutti alquanto modesti. Esotismo, belle donne, effettacci al grand-guignol non bastano a coprire voragini di sceneggiatura e
regie alquanto approssimative. E’ solo sangue. Sangue su sangue
soltanto.
E’
il 1976 quando il produttore Dino De Laurentiis azzarda il remake
in versione kolossal di King
Kong, il capolavoro fantastico
diretto da Merian C. Cooper nel 33. Per riuscire nell'impresa si
affida ai trucchi - notevoli per l'epoca - di Carlo Rambaldi (Oscar
per gli effetti speciali) e a un onesto specialista di film di
genere come John Guillermin per la regia.
Fred Wilson, della “Petrox”, comanda una spedizione che spera di
trovare un ricco giacimento petrolifero su di un'isola pressochè
sconosciuta. Nel corso della navigazione viene scoperto a bordo Jack
Prescott, giovane professore di Paleontologia che, avuto sentore
della spedizione, vi si è aggiunto clandestinamente per cercare
esemplari di fauna particolare.
A seguito di una tempesta, viene raccolta a bordo anche l'attricetta
Dwan. Giunti nell'isola che, contrariamente alle attese, è abitata,
gli indigeni rapiscono Dwan e la offrono a Kong, un gorilla
gigantesco, che venerano come divinità.
Jack, accorso con coraggio, riesce a salvare la ragazza, mentre Fred,
per compensarsi del mancato reperimento del petrolio, incatena Kong
e lo porta a New York.
Nel corso del pacchiano spettacolo che vorrebbe rievocare il mito de
“La bella e la bestia”, Kong si libera, afferra Dwan e si
rifugia sui grattacieli di Manhattan, seminando terrore e
distruzioni. Gli elicotteri dell'esercito mitragliano il mostro che,
messa in salvo la ragazza, muore sotto gli occhi disperati e
impotenti di Prescott e Dwan.
Il
pubblico accorre in massa e si commuove a questa versione della Bella
e la Bestia in chiave faunistico-metropolitana; con il mostro
dal cuore d'oro che nell'ultima scena si immola e sospinge la sua
amata lontano dal pericolo. E proprio l’umanizzazione
in chiave positiva dello scimpanzè costituisce - a ben guardare
- la trovata vincente del film, che diventa ben presto un successo
mondiale, segnando sotto i migliori auspici il debutto
cinematografico di Jessica Lange.
Antropomorfo
e strappalacrime. Con effetti speciali, il che non guasta.
L'inevitabile
sequel, per la regia dello
stesso Guillermin, si fa attendere dieci anni. Gli esiti - ma
c’era da spettarselo - sono alquanto deludenti.
Dopo dieci
anni si scopre che King Kong non è morto. Si trova, invece, in un
ospedale della Georgia dove la dottoressa Amy Franklin gli sta
trapiantando un grosso cuore di plastica. Una femmina della stessa
razza, una gorilla trovata dall’esploratore Hank Mitchell,
fornisce il sangue necessario all’operazione.
Ad
intervento riuscito fra i due gorilla scoppia l’amore e insieme
fuggono sui monti. Tutti si mettono sulle loro tracce, anche
l’esercito che, catturata la femmina, la imprigiona.
King Kong,
dopo aver scatenato un’ecatombe, riuscirà infine a liberarla ma
verrà abbattuto dai i cannoni dell’esercito. Prima di morire vedrà
comunque il gorillino nato dalla loro unione.
Grazie al
premuroso intervento di Amy ed Hank, madre e figlio verranno quindi
rispediti nel Borneo.
Una
trama tanto pretestuosa quanto sconclusionata funge da esilissima
impalcatura a questo secondo capitolo della saga di Kong. Il
macchiettismo involontario di certe situazioni, unito a una certa
sciatteria nella scelta delle inquadrature sono - fra troppi - i
difetti più evidenti di un film improvvisato.
Senza
nemmeno il fascino romantico di uno Z-movie.
Un orso dalle
dimensioni spaventose semina il terrore fra i campeggiatori di un
parco nazionale americano. E’ questa la storia - trita e ritrita,
se si escludono le varianti di ambientazione - di Grizzly
l’orso che uccide, diretto da William Girdler nel 1976.
“E’ tutto talmente vero e terrificante che è quasi impensabile
definire questo solo un film”.
Infatti non lo è.
Il grizzly di oltre tre metri - che si credeva estinto e che invece
se ne va a spasso ad ingozzarsi di appetitose famigliole americane -
costituisce il rappresentante ennesimo del sindacato Natura
in rivolta contro gli
esseri umani. La morale della favola è scontata. La paura -
sceneggiatura a parte - non esiste.
Le api diventano
assassine in Bees lo sciame
che uccide. Regia, sempre nel 1976, di Bruce Geller.
Una nave, nei pressi di New Orleans, entra in collisione con un cargo
proveniente dal Brasile che trasporta un carico di frutta. Quando
cominciano a verificarsi delle morti inspiegabili si viene a
scoprire che una particolare e pericolosissima specie di api
brasiliane“viaggiava” a bordo della nave speronata, e che ad
esse sono da addebitarsi le strane morti.
Ogni tentativo di distruggere gli insetti risulta vano e persino
l’intervento di un esperto entomologo non sortisce l’effetto
sperato. Quando tutto sembra procedere per il peggio i due
protagonisti riescono a condurre le api in un luogo isolato e a
distruggerle mediante l’abbassamento della temperatura. Ma forse
non tutte. Forse qualcuna si è salvata.
Il finale
allarmistico è la cosa più inquietante di un film per il resto
alquanto impacciato.
Peccato. Il
titolo lasciava ben sperare.
Alla indipendente
BBC di Renato Barbieri e
Luigi Cozzi si deve, lo stesso anno, la diffusione in Italia di Sssnake, un piccolissimo film del terrore - protagonista un rettile
assassino - immesso sul mercato italiano con il titolo più
accattivante di Kobra.
Nel tentativo di ripercorrere, ancora una volta, le orme profonde
impresse da Lo squalo al filone faunistico.
E difatti il film
incassa bene. Anche aldilà del suo effettivo valore. Solito
sensazionalismo di rito per il lancio della pellicola: “ Più
emozionante de “Lo squalo”. Più terrificante de
“L’esorcista” ”. Ma i paragoni, francamente, ci sembrano
eccessivi.
Annunciato come
la risposta italiana al King
Kong delaurantiisiano Yeti,
il gigante del xx secolo esce sugli schermi nel Natale del 1977,
segnalandosi da subito come uno dei film più naif
e rabberciati della storia del cinema.
Un maremoto che ha sconvolto l'Artico riporta alla luce, ibernato in un
blocco di ghiaccio un sopravvissuto esemplare di Yeti, l'
abominevole uomo delle nevi.
L'industriale Morgan Hunnicut, che vorrebbe servirsene per far pubblicità
alle sue imprese, affida all'amico paleontologo Harry Wassermann il
compito di rianimare il gigante. Tornato a vivere, lo Yeti dimostra
di non gradire le folle che gli si assiepano intorno, mentre si
affeziona a Wassermann e soprattutto ai due giovani nipoti di
Morgan, Jane e Erwin.
Nell'ombra, intanto, misteriosi concorrenti di Hunnicut, tramano per
eliminare lo Yeti, presentandolo come un mostro sanguinario. L'uomo
delle nevi fa giustizia da solo dei suoi nemici, poi si lascia
convincere da Jane a tornarsene fra le originarie montagne
dell'Himalaya.
Lo
stop frame di Mimmo Crao con pelliccia scimmiesca, tra grattacieli
di evidente cartone, acconciato come Fantozzi in versione elettrizzata, restituisce, meglio di tante parole, l’assoluta
apoditticità del capolavoro trash
di Gianfranco Parolini.
Come
ridicolizzare un mito delle fole montanare.
Le
profondità oceaniche celano altre insidie.
Quelle
che Michael Anderson, nel 1977, mette in scena con L'Orca
assassina: sfida
spettacolare e senza esclusione di colpi tra un pescatore (Richard
Harris) e un'orca assetata di vendetta per la morte della femmina
incinta.
Il
gigantesco cetaceo distrugge tutto ciò che incontra e molto sangue
dovrà scorrere prima che il mostro marino venga ucciso. Produce,
ancora, Dino De Laurentiis.
Se
la trama - tratta da un romanzo di Arthur Herzog - è alquanto
semplicistica, l'apologo scoperto ed improbabile, lo spettacolo - di
contro - è notevole e si avvale di riprese marine di un certo
fascino. La tensione del finale - in mare aperto, fra i ghiacci -
peraltro è notevole.
Un
cult delle neonate reti commerciali dei primi anni Ottanta. Richard
Harris con papalina alla pescatora che urla al pescione: “Ti ucciderò brutto figlio di puttana!”. Meraviglioso.
Nostalgia,
nostalgia canaglia.
Tentacoli
(1977),
di Oliver Hellman (Ovidio Assonitis), segna il tentativo di
inaugurare una via italiana al filone acquatico-catastrofico.
A Solana
Beach, in California, dove l'impresa “Trojan” sta scavando un
tunnel sottomarino, un bambino e un pescatore scompaiono in mare:
quando le acque li restituiscono, i loro corpi appaiono orrendamente
sfigurati. Primi di una serie che nel giorni successivi si allungherà
paurosamente. I due sono stati vittime di una piovra gigantesca, che
gli ultrasuoni del sismografi impiegati dalla “Trojan” hanno
fatto impazzire.
Chiamato dal
giornalista Ned Turner, il primo a intuire la verità, l'oceanografo
Willy Gleason, cui la piovra ucciderà la moglie, tenta di
affrontare il mostro, in compagnia dell'amico Mark, con potenti
fiocine.
Saranno,
invece, due orche addomesticate dallo stesso Gleason a fare a pezzi
la piovra.
“Per la prima volta nella storia del cinema tutto il fragore della
bestia infuriata, tutti i suoni della natura scatenata nella realtà
in Quadrifonia (10000 watt) del Sound - Assony Round”. Così i
flani. Ovidio Assonitis si picca di imitare in tutto per e per tutto
gli americani. Anche nell’effettistica spettacolare, inventandosi
un assai improbabile Sound-Assony
Round (da notare l’assonanza col cognome del regista) che
ottiene il risultato di stordire gli spettatori con il frastuono
acustico - e ingiustificato - dei watt
sparati ai massimo volumi. Un sensurround
all'italiana per un mostro di mare parente povero de Lo
squalo, con qualche tentacolo in più e molta tensione in meno.
Sprecate le
interpretazioni di John Huston ed Henry Fonda. Sceneggiatura da
paura, per un film ad alto rischio trash
che non aggiunge niente di nuovo al genere.
Dal
mare al fiume. Con un
nemico in scala ridotta ma non per questo meno temibile.
Pirana,
di
Joe Dante, esce nel 1978. Nonostante richiami scopertamente alcune
atmosfere di gore-acquatico de Lo
squalo, il film rimane, tutt'oggi, uno dei più riusciti della
serie “la morta viene dall'acqua”. A effetto
le sequenze sottomarine con i pesci carnivori in azione omicida.
Produce Roger Corman. Un nome, una garanzia.
Un enorme bacino in disuso è infestato dai terribili pirana, alterati
geneticamente dalla Cia per scopi bellici. Un ragazzo e una ragazza,
imprudentemente, ignorano i divieti della zona militare e si tuffano
in acqua trovando la morte. E’ soltanto l’inizio di un incubo
collettivo. Le autorità, infatti,
minimizzano mandandando a morire centinaia di ignari
bagnanti. La nuova specie di pirana raggiungerà le acque del mare.
L’incipit notturno, i due fidanzatini che decidono di fare un bagno al
crepuscolo, è soltanto una delle tante citazioni - evidenti e più
sottese - che il talentoso Joe Dante dissemina per il film in
omaggio al pescecane, antenato di tutti gli animali killers.
Come
ne Lo squalo gli sciabordii ansiogeni delle acque del bacino sono
annunciatori del pericolo imminente,
e le autorità si mostreranno insensibili ad ogni richiamo
ispirato dal buon senso. Come ne Lo
squalo il bagno di sangue sarà, dunque, inevitabile. E i
pericolosi piranas arriveranno addirittura al mare.
Sanguinolento
e vorace - anche nel sostenere una certa tesi antimilitarista - Pirana è uno di quei film che più li guardi e più ti convincono.
Non è tutt’oro quello che luccica però di pregi - soprattutto tecnici
- ne ha davvero tanti. Catastrofico al sangue.
I
voracissimi pesciolini piranas
(volanti stavolta!) torneranno a far parlar - ancora male - di sè
all’inizio del decennio successivo, nel 1981, anno in cui esce
sugli schermi di tutto il mondo Pirana paura. Dietro la macchina da presa, al suo esordio, il
giovane James Cameron, che molto dopo, tornerà al cinema delle
catastrofi con l’ipertrofico Titanic.
Pirana paura è un film low budget, che
strizza l’occhio alla serie B d’autore, coniugando thriller e
avventuroso. Sesso ed esotismo.
La
storia in pillole: nei mari tropicali una progenie di pesci
assassini dotati di ali, terrorizza i malcapitati bagnanti. Col
terror panico che ne consegue e la colpevole miopia di affaristi e
governanti. Visto e stravisto in tanti altri film del genere.
L’amplesso
subacqueo iniziale lascia(va) ben sperare. Invece il resto è quasi
soltanto noia. Nemmeno gli effetti speciali sono un granchè.
All’uscita del film davvero in pochi avrebbero scommesso
sull’avvenire registico del giovane James Cameron.
Mai
dire mai.
Mare
che vai pesce che trovi. Barracuda
esce nel 1978 per la regia di Harry Kerwin. Produzione
tedesco-americana.
In una zona
costiera della California, un giovane professore analizza la qualità
dell'acqua marina. I campioni prelevati confermano i sospetti
d'inquinamento, ma sotto c’è qualcosa di strano. Terribili pesci
barracuda incombono voracissimi. Il loro DNA è biologicamente
alterato.
Una
curiosa versione fantapolitica di thriller
acquatico - più sulla scia di Pirana
che de Lo squalo -
realizzatata in evidente
ristrettezza di mezzi, ma sostenuta da un buon ritmo narrativo e,
cosa più importante, da valide argomentazioni di denuncia
poltico-ecologica.
Il
racconto fantascientifico
- che pure strizza l’occhio ai numerosi catastrofici sulla natura
in rivolta - a ben guardare costituisce soltanto un pretesto per un
messaggio sociale di denuncia.
Teutonico,
a tesi.
Un gigantesco sciame di api assassine in Swarm Incombe!,
regia ancora di Irwin Allen, diffonde il terrore nel Sud-Ovest
degli Stati Uniti, assediando e distruggendo campagne e città.
Comincia con una base militare e una famiglia di campeggiatori
attaccata dalle api a Maryville, in un luogo isolato presso un
fiume, e finisce con l’Empire State Building che nereggia di api.
L’ultima
speranza per l’umanità è riposta nel coraggio di uno sparuto
gruppo di scienziati, rimasti da soli a combattere una disperatra
lotta contro il tempo e contro un nemico che riescono a comprendere
solo in parte.
Sul
finire di decennio il cinema delle catastrofi
- saccheggiato a man bassa - è costretto a mettere in scena
situazioni già copiosamente sfruttate, adattandole ad
hoc alla specie animale degenerata
di turno (le api erano già state protagoniste del fantascientifico Bees
lo sciame che uccide).
Tratto
da un romanzo di Arthur Herzog (lo stesso de L’orca
assassina) Swarm Incombe!
vanta un cast di attori
(fra gli altri Michael Caine, Enry Fonda, Richard Widmark) - ancora
una volta - ricco e sprecato.
Giocando
sul fatto che il regista è il medesimo, i flani promettono “Più
terrificante dell’ inferno di cristallo!”.
Ma
non è vero niente.
In
Dogs sono di scena, stavolta, gli ex migliori amici dell'uomo: i
cani. Trasformati, nella circostanza,
in scatenate belve feroci a caccia di vendetta. Diretto da Burt
Brinckerhoff nel 1976, il film viene distribuito in Italia soltanto
un anno dopo, sulla scia del successo ottenuto da Il
branco (1977), di
Robert Clouse. Stesso argomento ma di più vasto consumo
spettacolare: narra l'assedio di un gruppo di villeggianti da parte
di un branco famelico di cani randagi.
Il
film si apre con l’immagine struggente di un cucciolo abbandonato
in prossimità di un bosco, a causa della partenza per le vacanze
estive della famiglia che lo aveva in cura. E si chiude con un piano
ravvicinato di un uomo che accarezza amichevolmente un cane (lo
stesso dell’inizio). In queste due immagini è racchiuso lo
spirito del film: l’animale fedele, tradito dall’egoismo dal
padrone, si ribella ad esso con ferocia, ma soltanto perché spinto
dalle circostanze e dalla fame.
Tratto
da un romanzo di David Ficher, Il
branco è un catastrofico-faunistico ad alta tensione che non
delude lo spettatore amante del genere.
Alligator,
di
Louis Treague, chiude di fatto, nel 1980, un decennio di terrore, popolato da mostri e
progenie di belve scatenate e crudeli.
Ambientato in una Chicago notturna e terrorizzata, racconta le gesta
efferate di un coccodrillo di fogna (sic!) che divora non pochi,
malcapitati, cittadini. Sulla strada del pericoloso rettile anfibio,
solite vittime predestinate e soliti eroi senza macchia e senza
paura
L’implausibilità
del plot è notevole, ma
il film tiene, nel suo
complesso, grazie soprattutto ad alcune invenzioni
visive del regista, che consentono di ricreare un clima plumbeo
e soffocante. Un claustrofobismo di interni in certo qual modo
anticipatore dell’incubo extraterrestre di Alien.
Cave canem. Ma i coccodrilli - soprattutto se popolano le fogne di grosse
metropoli - non sono
davvero da prendere sottogamba.
Notturno,
con fauci.
9. CREDITS
AIRPORT (AIRPORT, USA 1970)
Regia George Seaton
Interpreti principali Burt Lancaster, Dean Martin, Jean Seberg, George Kennedy, Helen Hayes,
Jacqueline Bisset
Sceneggiatura
Alexander Golitzen e F. Preston Ames,
dal romanzo omonimo di Arthur Hailey
Musiche Alfred Newman
L'AVVENTURA DEL POSEIDON (THE POSEIDON ADVENTURE, USA 1972)
Regia Ronald Neame
Interpreti principali Gene Hackman, Erneste Borgnine, Red Buttons, Carol Lynley, Shelley
Winters, Roddy McDowall, Stella Stevens
Sceneggiatura Wendell Mayes e Stirling Silliphant
Musiche John Williams
FROGS (FROGS, USA 1972)
Regia George McCowan
Interpreti principali Lyon Borden, Nicholas Cortland, Sam Elliot, David Gilliam, Mae Mercer,
Ray Milland, Judy Pace, Adam Roalke, George Skaff, Lance Taylor sr.,
Joan Van Ark
Sceneggiatura
Robert
Blees e Robert Hutchison
Musiche
Les Baxter
KOBRA (SSSNAKE, USA 1973)
Regia William L. Kowalski
Interpreti principali Dirk Benedict, Reb Brown, Jack Ging, Kathleen King, Strother Martin,
Heather Menzies, Tim O'connor, Richard B. Shull
Sceneggiatura Hal
Dresner
Musiche Pat Williams
L'INFERNO DI CRISTALLO
(THE TOWERING INFERNO, USA 1974)
Regia John Guillermin.
Interpreti principali Steve Mc Queen,
Paul Newman, William Holden, Faye Dunaway, Fred Astaire, Susan
Blakely, Richard Chamberlein, Jennifer Jones, Robert Wagner, Robert
Vaughin, Dabney Coleman
Sceneggiatura Stirling Silliphant, dal romanzo omonimo di T. N. Scortia e F. M.
Robinson e da La torre di
R. M. Stern
Musiche John Williams
TERREMOTO (EARTHQUAKE, USA 1974)
Regia Mark Robson
Interpreti principali Charlton Heston,
Ava Gardner, Geneviève Bujold, George Kennedy, Lorne Greene, Barry
Sullivan, Lloyd Nolan, Victoria Principal, Walter Mathau
Sceneggiatura George Fox e Mario Puzo
Musiche John Williams
AIRPORT 75 (AIRPORT 1975, USA 1974)
Regia Jack Smight.
Interpreti principali Charlton Heston,
Karen Black, George Kennedy, Efrem Zimbalist jr., Dana Andrews,
Myrna Loy, Sid Caesar, Helen Reddy, Linda Blair
Sceneggiatura
Don Ingalls, dal romanzo omonimo di
Arthur Hailey
Musiche John Cavacas
FASE IV:
DISTRUZIONE TERRA (PHASE IV, USA 1974)
Regia
Saul Bas
Interpreti principali Rigel Davenport,
Lynne Frederick, Michael Murphy, Helen Horton, Alan Gifford,, Robert
Henderson
Sceneggiatura Mayo Simon
Musiche Brian Gascoigne
24 DICEMBRE 1975 FIAMME SU
NEW YORK! (THE BLAZING TOWER, USA 1975)
Regia Jerry Jameson
Interpreti principali Joseph Bell, Lynn Carlin, Anjanette Comer, John Forsythe, Laurie
Heineman, Don Meredith, Kelly Jean Peters
Sceneggiatura Jack Turley
LO SQUALO
(JAWS, USA 1975)
Regia Steven Spielberg
Interpreti principali Roy Scheider,
Robert Shaw, Richard Dreyfuss, Lorraine Gary, Murray Hamilton, Carl
Gottlieb
Sceneggiatura
Peter Benchley e Carl
Gottlieb, dal romanzo omonimo di Peter Benckley
Musiche John Williams
MAKO LO
SQUALO DELLA MORTE (MAKO JAWS
OF DEATH, USA 1975)
Regia William Grefe
Interpreti principali
Jennifer Bishop, John Chandler, Buffy Dee, Richard Jaekel, Ben
Konen, Harold Sakata
Sceneggiatura Robert
Madaris
BUG
INSETTO DI FUOCO (BUG, USA 1975)
Regia Jeannot Szwarc
Interpreti principali
Badford Dillman, Alan Fudge, Richard Gillizand, Patti Ma Cormack,
Joanna Miles, Jamie Smith Jackson, Jesse Vint
Sceneggiatura
William Castle e Thomas Page, dal romanzo “La piaga Efesto” di
Thomas Page
Musiche Charles
Fox
KING KONG (KING
KONG, USA 1976)
Regia
John Guillermin.
Interpreti principali Jeff Bridges,
Jessica Lange, Charles Grodin, John Randolph, Rene Auberjonois,
Julius Harris, Ed Lauter, Mario Gallo.
Sceneggiatura Lorenzo Semple Jr., da un soggetto di Edgar Wallace
Musiche
John Barry
YETI: IL GIGANTE DEL XX SECOLO (YETI: IL GIGANTE DEL XX SECOLO, ITALIA 1976)
Regia
Gianfranco Parolini (Frank Kramer)
Interpreti principali Loris Bazoky, Mimmo Crao, Steve Elliot, Eddy Fay,
Phenix Grant, Tony Kendall, John Stacy, Jim Sullivan
Sceneggiatura Marcello Coscia, Gianfranco Parolini, M. Di Nardo
Musiche Sante Maria Romitelli
L'ORCA ASSASSINA (KILLER WHALE, USA/OLANDA1976)
Regia Michael Anderson
Interpreti principali Richard Harris, Charlotte Rampling, Will Sampson, Bo Derek, Robert
Carradine, Keenan Wynn.
Sceneggiatura Sergio Donati e Luciano Vincenzoni, da un romanzo di Arthur Herzog
Musiche
Ennio Morricone
GRIZZLY L'ORSO CHE UCCIDE (GRIZZLY,
USA 1976)
Regia William Girdler
Interpreti principali Christopher George, Gene Witham, Tom Arcuragi, Joan McCall, Joe Dorsey,
Sandra Dorsey, Amos Gillespie, Vicki Johnson, Charles Kissinger
Sceneggiatura Harvey Flaxman e David Sheldon
Musiche Robert O. Ragland
DOGS (DOGS, Germania 1976)
Regia Burt Brinckerhoff
Interpreti principali David McCallum, George Wyner, Linda Gray, Sandra McCabe, Eric Server,
Sterlin Swanson.
Sceneggiatura O'brian Tomalin
Musiche Elan Oldfield
BEES LO SCIAME CHE UCCIDE (THE SAVAGE BEES, USA 1976)
Regia Bruce Geller
Interpreti principali Dave Barker, James Best, David L. Gray, Don Hood, Ben Johnson, Michael
Parks, Paul Hecht, Horst Buchholz
Sceneggiatura Guerdon Truebloud
Musiche
Walter Murphy
PANICO NELLO STADIO (TWO MINUTE WARNING, USA 1976)
Regia
Larry Peerce
Interpreti principali Charlton Heston, John Cassavetes, Martin Balsam,
Beau Bridges, Gena Rowlands, Walter Pidgeon
Sceneggiatura Edward Hume, da un racconto di George La Fontaine
Musiche Charles Fox
IL COLOSSO DI FUOCO (FIRE, USA 1976)
Regia
Earl Bellamy
Interpreti principali Ernest Bornigne, Neville Brand, Alex Cord, Patty
Duke Stin, Gene Evans, Vera Miles, Donna Mills, Lloyd Nolan
Sceneggiatura Norman Katkoy.
TERRORE A 12 MILA METRI (MAYDAY 40000 FEET, USA 1976)
Regia Robert Butler
Interpreti principali Broderick Crawford, Linda Dey George, Christopher George, David Janssen,
Don Meredith, Ray Milland
Sceneggiatura Andrew J. Fenady, Harwey Ferguson, D. Nelson, dal romanzo di Austin
Ferguson
Musiche Richard Marcowitz
TINTORERA (TINTORERA, MESSICO 1977)
Regia
Renè Cardona
Interpreti principali Jennifer Ashley, Andres Garcia, Susan George, Fiona
Lewis, Hugo Stiglitz
Sceneggiatura R. Bravo
Musiche Basil Doleodouris
SALVATE IL “GRAY LADY” (“GRAY LADY” DOWN, USA 1977)
Regia david Greene
Interpreti principali Ned Beatty, David Carradine, Ronny Cox, Rosemery Forsyth, Charlton
Heston, William Jordan, Stacy Koach, Jack Rader
Sceneggiatura Howard Sackler e James Whittaker, dal romanzo Event 1000 di David Lavallee Musiche
Jerry Fielding
AIRPORT 77 (AIRPORT 77, USA 1977)
Regia Jerry Jameson
Interpreti principali Jack Lemmon, James Stewart, Lee Grant, Brenda Vaccaro, Olivia de
Havilland, Joseph Cotten, George Kennedy, Christopher Lee
Sceneggiatura
Michael Scheff e David Spector
Musiche John Cacavas
L'ULTIMA ONDA (THE LAST WAVE, AUSTRALIA 1977)
Regia
Peter Weir
Interpreti principali Richard Chamberlain, Olivia Hamnet, Frederick
Parslow, Vivean Gray, David
Gulpilil, Najwarra Amagula.
Sceneggiatura Tony Morphett, Petru Popescu, Peter Weir
Musiche Charles Wain
ULTIMI BAGLIORI DI UN CREPUSCOLO (TWILIGHT’S LAST GLEAMING, USA 1977)
Regia Robert Aldrich
Interpreti principali Burt Lancaster, Richard Widmark, Charles Durning, Melvyn Douglas, Paul
Winfield, Burt Young, Joseph Cotten, Vera Miles
Sceneggiatura
Ronald M. Cohen e Edward
Huebesch, dal romanzo “Viper Three” di Walter Wager
Musiche Jerry Goldsmith. La Canzone "My Country" (Tis of thee) è
eseguita da Billy Preston
BLACK SUNDAY (BLACK SUNDAY, USA 1977)
Regia John Frankenheime
Interpreti principali Robert Shaw, Bruce Dern, Martha Keller, Fritz Weaver, Steven Keatz,
Bekim Fehmiu
Sceneggiatura Ernest Lehman, Ivan Moffat, Kenneth Ross, da un romanzo di Thomas
Harris
Musiche John Williams
IL TOCCO DELLA MEDUSA (THE MEDUSA TOUCH, GB 1977)
Regia Jack Gold
Interpreti principali Richard Burton, Lee Remick, Lino Ventura,
Marie-Cristine Berrault, Derek Jacobi
Sceneggiatura John Briley, da un romanzo di Peter Van Greenaway
Musiche Michael J. Lewis
CASSANDRA CROSSING (CASSANDRA CROSSING, ITALIA 1977)
Regia
George Pan Cosmatos
Interpreti principali Richard Harris, Sophia Loren, Burt Lancaster, Ava
Gardner, Martin Sheen, Ingrid Thulin, Alida Valli, Lou Castel,
Lee Strasberg.
Sceneggiatura Robert Katz e George Pan Cosmatos
Musiche Jerry Goldsmith
ROLLERCOASTER - IL GRANDE BRIVIDO (ROLLERCOASTER, USA 1977)
Regia
James Goldstone
Interpreti principali George Segal, Richard Widmark, Timoty Bottoms, Henry
Fonda, Helen Hunt, Henry Guardino
Sceneggiatura Richard Levinson e William
Link
Musiche Lalo Schifrin
IL BRANCO (THE PACK, USA 1977)
Regia R.Clouse
Interpreti principali Hope Alexander Willis, R. G. Armstrong , Bibi Besch ,
Joe Don Baker, Sherry Knight, Richard O'brien, Richard B.
Shull, Delos V. Smith Jr., Ned Wertimer
Sceneggiatura Robert Clouse, dal romanzo omonumo di David Ficher
Musiche Lee Holdridge
ARTIGLI
(THE UNCANNY, CANADA/GRAN BRETAGNA 1977)
Regia Denis Heroux
Interpreti principali Peter Cushing, Donald Pleasence, Ray Milland, Joan Greenwood, Alexandra
Stewart, Samantha Eggar, John Vernon.
Sceneggiatura Michel Parry
Musiche Wilfred Josephs
TENTACOLI (TENTACOLI, ITALIA 1977)
Regia
Oliver Hellman (Ovidio Assonitis)
Interpreti principali John Huston, Shelley Winters, Henry Fonda, Bo
Hopkins, Delia Boccardo, Cesare Denova
Sceneggiatura
Steve Carabatsos e Tito Carpi
Musiche
Stelvio Cipriani
NEW YORK PARIGI AIR SABOTAGE
’78 (DEATH FLIGHT, USA 1977)
Regia David Lowell Rich
Interpreti principali Barbara Anderson, Bert Convy, Peter Graves, Lorne Greene, George
Maharis, Burgess Meredith, Brock Peters, Robert Reed, Susan
Strasberg
Sceneggiatura Heyer Dolinsk e Robert L. Joseph
Musiche
John Cacavas
VALANGA (AVALANCHE, USA 1978)
Regia
Corey Allen
Interpreti principali Rock Hudson, Mia Farrow, Robert Forster, Janette
Nolan, Rick Moses, Barry Primus
Sceneggiatura Corey Allen e Claude Pola, da una storia di Frances Soel
Musiche William Kraft
METEOR (METEOR, USA 1978)
Regia Ronald Neame
Interpreti principali Sean Connery, Natalie Wood, Henry Fonda, Trevor Howard, Martin Landau,
Brian Keith, Joseph Campanella, Richard Dysart
Sceneggiatura Stanley Mann e Edmund H. North
Musiche
Laurence Rosenthal
LO SQUALO 2 (JAWS 2, USA 1978)
Regia
Jeannot Szwanc
Interpreti principali Roy Scheider, Lorraine Gary, Murray Hamilton, Joseph
Mascolo, Jeffrey Kramer, Collin Wilcox.
Sceneggiatura Carl Gottlieb e Howard
Sackler, sui personaggi creati da Peter Benchley
Musiche John Williams
SWARM (INCOMBE!) (THE SWARM, USA 1978)
Regia Irwin Allen
Interpreti principali Michael Caine, Katharine Ross, Richard
Widmark, Henry Fonda, Richard Chamberlain, Olivia de
Havilland, Fred Mac Murray, Ben Johnson, Josè Ferrer, Slim Pickens,
Bradford Dillman.
Sceneggiatura Stirling Silliphant, dal
romanzo di Arthur Herzog
Musiche Jerry Goldsmith
PIRANA
(PIRANHA,
USA 1978)
Regia
Joe Dante
Interpreti principali Bradford Dillman, Heather Menzies, Barbara Steele,
Kevin Mc Carthy, Keenan Wynn, Dick Miller,
Paul Bartel
Sceneggiatura John Sayles
Musiche Pino Donaggio
BARRACUDA (BARRACUDA THE LUCIFER PROJECT, USA/GERMANIA OVEST 1978)
Regia Harry Kerwin
Interpreti principali Wayne David Crawford, Jason Evers, Roberta Leighton, Scott Avery, Cliff
Emmich, William Kerwin, Henry Kewin
Sceneggiatura
Wayne Crawford e Harry
Kewin
Musiche Klaus Schulze
URAGANO (HURRICANE, USA 1979)
Regia
John Troell
Interpreti principali Jason Robards, MiaFarrow, Max Von Sydow, Trevor Howard, Dayton Ka'ne,
Timothy Bottoms
Sceneggiatura Lorenzo Semple Jr.
Musiche Nino Rota
AIRPORT 80 (AIRPORT 80, USA 1979)
Regia David Lowell Rich
Interpreti principali Alain Delon, Robert Wagner, Sylvia Kristel, George Kennedy, Bibi
Anderson, Susan Blakely, Mercedes McCambridge
Sceneggiatura Erick Roth, basato sui
personaggi di Arthur Hailey
Musiche
Lalo Schifrin
CITTA' IN FIAMME (CITY ON FIRE, USA/CANADA 1979)
Regia Alvin Rakoff
Interpreti principali Susan Clark, Henry Fonda,.James Franciscus, Ava Gardner, Barry Newma,
Leslie Nilson Shelley
Winters
Sceneggiatura J. Hilla, Celine La
Freniere, David P. Lewis
Musiche Matthew Mccauley e William Mccauley
SINDROME CINESE (THE CINA SYNDROME, USA 1979)
Regia James Bridges
Interpreti principali Jeane Fonda, Michael Duglas, Jack Lemmon, Scott Brady, Wilford Brimley,
Stan Bohrman, Michael Alaimo
Sceneggiatura James Bridges, T.S. Cook, Mike Gray
Musiche Stephen Bishop
ORMAI NON C'E' PIU' SCAMPO (WHEN TIME RAN OUT, USA 1980)
Regia James Goldstone
Interpreti principali Paul Newman, Jacqueline Bisset,William Holden, Eddie Albert, Ernest
Borgnine, Valentina Cortese, Barbara Carrera, Burgess Meredith,
James Franciscus.
Sceneggiatura Carl Foreman e Stirling Silliphant, dal romanzo “The day the world
ended” di Gordon Thomas e Max Vitts Morgan
Musiche Lalo Schifrin
ALLIGATOR (ALLIGATOR, USA 1980)
Regia
Lewis Treague
Interpreti principali Robert Forstyer, Robin Riker, Michael Gazzo, Perry
Lang, Sue Lyon, Henry Silva
Sceneggiatura John Sayles
Musiche
Ronald Medico e Larry Rock
PIRANA PAURA (PIRANA 2, USA 1981)
Regia
James Cameron
Interpreti principali Tracy Berg, Carole Davis, Leslie Graves, Lance Henriksen, Connie Lynn
Hoden, Steve Marachuck, Tricia O’Neil, Ricky G. Paull, Ted
Richert, Arnie Ross
Sceneggiatura H. S. Milton
Musiche Steve Powder
LO SQUALO 3 (JAWS 3, USA 1983)
Regia
Joe Alves
Interpreti principali Dennis Quaid, Bess Armstrong, Simon McCorkindale, Louis Gosset jr., Lea
Thompson
Sceneggiatura Carol Gottlieb e Richard Mattheson
Musiche Alan Parker
THE DAY AFTER (THE DAY AFTER, USA 1983)
Regia Nicholas Mayer
Interpreti principali Jason Robards, JoBeth Williams, Steve Guttenberg, John Liothgow, Kyle
Aletter, Bibi Besch, Jeff East, Jobert Williams
Sceneggiatura Edward Hume
Musiche David Raksin e Virgil Thomas
WILD BEAST - BESTIE FEROCI (WILD BEAST, ITALIA 1984)
Regia Franco
Prosperi
Interpreti principali Lorraine De Selle, John Aldrich, Loisa Loyd, Ugo
Bologna
Sceneggiatura Franco Prosperi
Musiche
SHARK - ROSSO NELL’OCEANO (SHARK - ROSSO NELL’OCEANO, ITALIA, 1984)
Regia John Old jr. (Lamberto Bava)
Interpreti principali Michael Sopkiw, William Berger, Dagmar Lassander,
Valentine Monnier
Sceneggiatura
Gianfranco Cierili, Hervè
Piccini, Dardano Sacchetti, Frank Walker
Musiche Anthony Barrymore
RATS - NOTTE DI TERRORE (RATS, ITALIA/FRANCIA 1985)
Regia
Vincent Dawn
Interpreti principali Richard Rymond, Jan Ryann, R. Gross, Alex McBride
Sceneggiatura Claudio Fragasso e Hervè Piccini
Musiche Luigi Ceccarelli
KING KONG 2 (KING KONG LIVES, USA 1986)
Regia
John Guillermin
Interpreti
principali Brian Kerrwin, Linda Hamilton, John Ashton, Peter Michael
Goetz, Frank Maraden, Marc Clement
Sceneggiatura
Steven Pressfield e Ronald Shusett
Musiche
John
Scott
LO
SQUALO 4 - LA VENDETTA
(JAWS 4, USA 1987)
Regia
Joseph Sergent
Interpreti
principali
Lorraine Gary, Lance Guest, Mario Van Peebles, Karen Young, Michael
Caine, Judith Barsi
Sceneggiatura
Michael
De Guzman
Musiche
Michael
Small
Per PAGINE 70 - Mario Bonanno |