IL CINEMA DELL'APOCALISSE

ANATOMIA DEI DISASTER MOVIES

di Mario Bonanno


1.  AVVISAGLIE 

Lo squalo ha  marchiato, col sangue  e nel sangue, la mia passione cinefila. Le ha impresso cicatrici nero abisso. Tracce di un'attrazione pericolosa: quella per il thriller e il piacere della paura.

Bisogna che ne prenda atto: i miei gusti cinematografici non sono stati più gli stessi dal giorno in cui ho assistito alla proiezione de Lo squalo. E a dire il vero nemmeno le mie nuotate in mare aperto sono più quelle di una volta.

Il mostro veniva fuori dallo schermo. E dalla baia di Amity a qualche zona oscura del mio inconscio il balzo è stato dannatamente breve. Il film di Spielberg mi ha indicato la strada: scimmie giganti, valanghe, inarrestabili lingue di fuoco, costituiscono - da allora - le mie private madeleines dello spirito.

Mi piace il cinema delle masse atterrite. E l'immanenza del pericolo che incombe sul pianeta.

L’ansiogena epifania - al ritmo incalzante ed ipnotico dei tamburi indigeni - del King Kong delaurentiisiano.

L’implacabile vendetta consumata tra le isole di ghiaccio dell’Orca assassina.

La tensione attanagliante di Black Sunday - il dirigibile dirottato che sorvola minaccioso lo stadio gremito.

Le avvisaglie telluriche in sensurround di Terremoto.

Retaggi di visioni precoci e seducenti

Volete mettere il piacere, tutto visivo, di un totale con grattacielo in fiamme? Di una moltitudine in fuga da uno sciame di api assassine? Di un Boeing inabissato nella fossa delle Bermuda?

Niente (o quasi) a che vedere con l'arte. Piuttosto un abbandono catartico. Un ritorno alla meraviglia dello sguardo infantile. E  alla sensualità  della visione.

Un rito baracconesco e collettivo. Lo stesso per il quale sediamo urlanti di piacere-paura dentro al carrello lanciato in corsa nell'otto delle Montagne russe.

Il cinema dei disastri va assunto per ciò che è. Le sue valenze sono labili e sottese come in certe storie di fumetti dal sapore vagamente reazionario.

Le emozioni (nei casi migliori) di grana grossa. E risiedono, suppergiù, dalle parti dello stomaco. 

 

Questo lavoro è dedicato al catastrofico cinematografico in genere. 

Un filone - segnatamente holliwoodiano - riesumato. in questo transito di millennio sulla scorta di immancabili suggestioni apocalittiche.  

Perchè succede che a volte ritornino. La furia dei venti in digital sound targata Crichton (Twister). Il fulgore sinistro della fiamma in un interno metropolitano (Dayligh - Trappola nel tunnel). Il terrore ad alta quota (Turbulence), come da stereotipo aereoportuale. Il disastro in mare aperto (Titanic). E quello pedemontano (Dante's Peaks e Vulcano) .

Il catastrofico cinematografico rinasce dunque dalle sue ceneri. E richiama dal rimosso paure ancestrali. Terrori che ci sembrava (si sperava?) esserci lasciati per sempre alle spalle. Invece aspettavano soltanto di essere (ri)evocati.

Perchè c'è stato un tempo in cui l'orrore ha abitato il cielo, la terra  e sotto i mari.

Il decennio cinematografico '70/'80 è stato il tempo della  distruzione. E il cinema dei disastri ha fragorosamente investito di sè le sale di tutto il mondo.

Imperversando col suo ibrido immagginario di tematiche e suggestioni B-movie ipertrofizzate in chiave mainstream dall’industria holliwoodiana. 

Un microcosmo di genere - affollato da buoni-buoni e cattivi-cattivi, vigliacchi ed eroi, da belle troppo belle e bestie troppo bestie per passare per veri - che rimanda a una visione ontologica unidimensionale. Didascalica. Manichea. Ma - forse anche suo malgrado - terribilmente affascinante. E con qualche valenza sottesa su cui vale la pena soffermarsi. Se non altro per tentare di farne memento storico. Da mandare in archivio di costume. Insieme con le camice a fiori e i pantaloni a zampa d’elefante dell’epoca.

Quella che segue è dunque una breve introduzione al disastroso filmico di quel fantastico decennio. Con qualche straripamento - per vicinanza ideologica o in caso di sequel - nella prima metà degli anni Ottanta; e l’inclusione - obbligatoria - del (sotto)genere faunistico, làddove gli animali - preistorici, terrestri e marini - diventano gli artefici del rovinare degli eventi verso coordinate cinematogtrafiche di tipo apocalittico, o comunque di panico collettivo.

La scelta dei film riportati nel testo è stata operata muovendo - dunque - da un comune denominatore: quello della Minaccia indiscriminata (qualunque essa sia, da qualunque soggetto provenga) perpetrata ai danni di un nucleo indifeso di  persone. Di una città, di una folla.

Per questo motivo sarà dunque possibile trovare inseriti tra i catastrofici titoli come il già citato Black Sunday, Il branco, o lo stesso Squalo, comunemente ascritti all'interno di altri generi.

Il cinema ha molte anime e diverse maschere. Quella spettacolare sic et simpliciter crediamo sia la più vecchia.

Ma,  in fondo in fondo, ancora gli si addice.

 

2.  GLI ELEMENTI DEL DISASTRO

 

I disaster movies mettono in scena la forza primeva di una Natura poderosa e ancestrale. Violenta e - per questo - seducente. Rispondendo a un'idea di cinema - e di racconto cinematografico - come  prova ontologica: il pianeta - o la sua rappresentazione traslata di villaggio, di città  -  assunto come teatro biblico; il territorio esistenziale predisposto al cimento per conseguire la dannazione  estrema o invece il riscatto.

Il confronto/scontro con un’immanenza di origine metafisica viene a costituire così - in prima analisi - il filo rosso di larga parte dei catastrofici del decennio preso in esame.

 

Il cinema delle catastrofi è un genere nato impuro. Contaminato. Contiene topoi del mèlo, dell'action movie, del cinema avventuroso e di fantascienza. Arduo tracciarne coordinate rigorose. A rigido compartimento stagno.

Quello che emerge con evidenza maggiore è piuttosto la sua estrazione corale. Il disastroso filmico è un cinema di moltitudini atterrite. Di crolli e di effetti speciali. Cinema di vetusti (e in fondo nobili) antesignani: il treno in corsa dei fratelli Lumière che investe dallo schermo spauriti e ingenui spettatori d’inizio Novecento, costituisce in traslato, il primo esperimento di rappresentazione simbolica di un diffuso timor vacui, collettivo e irrazionale

Quello stesso terrore che, verso la metà degli anni Settanta, troverà terrificante incarnazione negli squali e nelle orche assassine tracimanti dallo schermo.

La paura dell'ignoto (che è paura metafisica della morte, del nulla) è nata con l'uomo.

Il cinema, da sempre, ne ha mostrato la visione paradigmatico-evocativa, dando volto ai mostri dell’ inconscio comune.

La prima versione di King  Kong, da un soggetto originale di Edgar Wallace, è firmata da M. C. Cooper nel 1933.  Uragano resta un capolavoro inarrivabile di John Ford, datato 1937. San Francisco, di W.S. Van Dyke, inscenava il terremoto, già nel 1936.

Così come La grande pioggia, di Clarence Brown, nel 1939, restituiva la visione di un’India devastata dal monsone. E gli esempi potrebbero continuare.

 

Sulla funzione catartico-liberatrice della visione cinematografica si è indagato diffusamente. 

 Rispondendo al  bisogno ancestrale dell'uomo di confrontarsi con la paura, i disaster movies  mettono, artificialmente, in scena il terrore e le inquietudini risalenti all'infanzia  del genere umano.

Proponendosi nell'insieme (in quanto filone cinematografico) come sorta di corale memento mori, fragoroso e male educato, che (ri)conduce lo spettatore alla precarietà dell'esistere.

E' questa l'altra faccia - quella nascosta e più inquietante - del cinema-Luna Park dei crolli e delle devastazioni al plastico.

Se  gli  zombies della trilogia romeriana (La notte dei morti viventi, Zombi, Il giorno degli zombi) vanno assunti come la rappresentazione simbolica di un’umanità reificata a merce, i catastrofici del filone faunistico, i mostri - animali di tutte le specie - che distruggono, inarrestabili, le megalopoli del mondo (i Godzilla, i Gorgo, i King Kong, per citarne soltanto alcuni) diventano piuttosto gli eroi solitari di una Natura in rivolta  antindustriale.

Quasi sempre parti frankensteiniani di esperimenti fisico-nucleari falliti o degenerati. Oppure creature coatte, degradate a mostruosi fenomeni da baraccone dalla cinica macchina affaristico-capitalista.

Esiste, nei disasters, una vocazione inquisaitoria, sottesa alla patina apparente degli effetti speciali.

La disaffezione umana alla causa ecosistemica è un congegno autodistruttivo a tempo e il cataclisma ne rappresenta l'effetto devastante.

Per cui il disastro, la catastrofe,  diventa anche flagello divino. La punizione che spetta a un genere umano sempre più sordo alla rettitudine morale.

La risposta del cielo alla cattiva coscienza di un uomo-Icaro e privo di scrupoli, che ambisce di piegare lo spirito primevo di Madre Natura alle leggi meccanicistiche e di profitto.

Il genere dei disastri è reazionario e moralistico e lo dà, scopertamente,  a vedere.

 

Il catastrofico è  un cinema di “caratteri” a dimensione unica. Affollato da integerrimi e corrotti. Santi e peccatori. Innocenti  e colpevoli. Ritratti-stereotipo di un'umanità varia e fumettisticamente schematizzata: chi da una parte chi dall'altra sui fronti  opposti del Bene e del Male, a  fronteggiare un evento che ne mette  a repentaglio l'esistenza.

Per le sue caratteristiche di reiterazione tematica e - assai spesso - contestuale, il genere è governato da regole fisse e ripetitive. Denominatori comuni che ne sanciscono le coordinate:

-         L’ introduzione didascalica ai principali characters e alla loro sfera psicologico-affettiva;

-         La funzione simpatetica dei ruoli secondari (attempati signori/e predestinati  all'immolazione, uomini senza scrupoli dai molti scheletri negli armadi, bambini immancabilmente curiosi o piantagrane, ecc.);

-         La caratterizzazione schematica dell'eroe di turno (poliziotto, scienziato, pilota di jumbo, ecc.);

-         La (com)presenza nel cast di stars di grande richiamo (Paul Newman, Charlton Heston, Henry Fonda,  Richard Harris, Richard Widmark, per citarne soltanto alcuni, si sono tutti cimentati col disastroso  in genere);

-         Il climax mozzafiato della vicenda, anticipato dal crescendo degenerativo di micro segnali drammatici (scosse di terremoto, scintille, comandi difettosi, prime manifestazioni del mostro ecc.) ;

-         La costante situazionale del plot (condizione di normalità alterata da un                          accadimento imprevisto e disastroso);

-         Il lieto fine obbligatorio (funzionale all’esorcismo collettivo della paura);

-         Il largo impiego di trucchi ed effetti speciali (grande curiosità suscita, nel 1975, il sistema sensurround  che in Terremoto consente allo spettatore di trovarsi, acusticamente, al centro dell'azione del film).

Sulla scorta di varianti di carattere esclusivamente tematico è possibile suddividere il catastrofico in tre ampi sotto-filoni:

-         Filone catastrofico in senso stretto

-         Filone dei disastri

-         Filone degli animali-killers

 

3. Catastrofi più o meno naturali

 

La natura - umiliata e offesa - si ribella. Liberando il suo potenziale primigenio e distruttivo.

Il mare e la terra si rivoltano all'uomo. La montagna lo investe. Soffiano venti dalla forza devastante. Dall'universo piovono meteore vaste quanto un continente.

Le grandi aree urbane, degenerate in Gomorre capitalistiche, sono il bersaglio prediletto di una Grande Madre vendicatrice. Longa manu  di un Dio biblico implacabile. Che non perdona.

Il denaro di tutto il mondo non basta a garantirsi l'immunità. La morte non sa leggere. E non fa distinzioni. Anzi, se costretta a scegliere, quantomeno nei catastrofici, predilige i cinici e i potenti della Terra.

Muore da vigliacco, l'avido e pressapochista costruttore de L'inferno di cristallo.

Muore, in Valanga, l'affarista senza scrupoli che ha costruito l'impianto sciistico in barba alle leggi e all'ecosistema naturale.

Annega, ucciso dal cataclisma, l'ingiusto governatore americano in Urgano.

 

E' una Natura ristabilizzatrice di equilibri etici quella che imperversa nei disaster movies anni '70.

Una Natura giustiziera che fa sì che i conti tornino sempre. E' impossibile che un cattivo - a meno che si sia redento nel corso della vicenda - possa farla franca. Dopo mille fughe, crolli e distruzioni, le gerarchie morali vengono ristabilite: gli eroi (e le eroine) hanno superato la prova e conseguito la salvezza. I malvagi hanno avuto quel che meritavano.

Il lieto fine - per quanto improbabile possa apparire - è compreso nel prezzo del biglietto. In ogni caso.

Le sequenze conclusive di molti catastrofici sono panoramiche ruffiane fra stremati sopravvissuti. Corali affollatissime di barellieri e vigili del fuoco, in uno scenario apocalittico di macerie e rovine. Campi e controcampi di volti estenuati con lacrima in punta di ciglio.

Il senso ultimo dei disaster movies risiede nel solidarismo. Nell’afflato umanitario che corre tra gente “per bene” scampata alla catastrofe.

Il messaggio è rassicurante. Strizza l'occhio allo spettatore. Sollecita l’applauso liberatorio, che arriva - quasi sempre - con l’happy end. Si tira il fiato. L'esorcismo collettivo è compiuto.

 

L'inferno di cristallo, di John Guilliermin, nel 1974, inaugura, immaginificamente il filone.

 

La “Casa di cristallo” è un capolavoro di architettura e tecnologia moderne. Un edificio di sessantasei piani in vetro e cemento che domina la città. Il clima natalizio, la neve che comincia  a cadere, conferiscono un ulteriore tocco di magia all’imponente costruzione.

Ma la sera dell’inaugurazione una scintilla scoppiata per caso provoca un incendio che trasforma il grattacielo in un inferno. Per oltre trecento persone, ospiti della festa, la vita diventa la posta in gioco.

Il pericolo, si sa, cambia gli uomini, così l’impiegato modello diventa ladro, l’anziana zitella si prodiga, a rischio della vita, per salvare tre bambini, l’omosessuale si comporta da eroe. L’architetto che ha visto il suo progetto iniziale manipolato e trasformato in una “trappola per topi” assiste all’agonia dell’edificio e contribuisce in parte a distruggerlo. Il costruttore privo di scrupoli è posto di fronte alle estreme conseguenze.

Il film segue le vicende dei singoli, delle famiglie, delle coppie irregolari, delle molte persone coinvolte nell’incendio o nel salvataggio. Eroismi e vigliaccherie, amori in tutte le salse - filiali, coniugali, in crisi e finanche senili - si susseguono  in un crescendo di passioni e di fuoco.

 

Il film - da buon capostipite di genere - detta i topoi che, nel bene e nel male, caratterizzeranno a seguire tutto il cinema delle catastrofi: la spettacolarizzazione degli eventi disastrosi, il bozzettismo psicologico dei vari characters, la pretestuosità di certe situazioni, il cast affollato di attori di grande richiamo, il sensazionalismo dei flani pubblicitari che annunciano: “L’avventura più spettacolare del secolo”.

Autentica seduzione per lo sguardo, lo spettacolo delle fiamme che avviluppano nella notte il colosso di ferro e cemento. La regia è robusta. La recitazione pure.

L’inferno di cristallo è stato uno dei maggiori successi del decennio. Ha vinto tre Oscar (montaggio, fotografia e canzone), diventando sinonimo di films sulle catastrofi.

 

Terremoto, di  Mark Robson, - lo stesso anno - sceglie ancora una metropoli (Los Angeles) come teatro del disastro. Le vicende personali di un nutrito gruppo di protagonisti si intrecciano e si confrontano, stavolta, con la tragedia tellurica.

Non c’è molto altro da aggiungere: sullo sfondo del cataclisma annunciato gesti eroici e viltà piccole e grandi si succedono con gran dispendio emotivo (quantomeno nelle intenzioni degli autori).

Squarci di humor a buon mercato alleggeriscono - in parte - la tensione scaturita dall’incalzare drammatico degli eventi, contribuendo, altresì, alla caratterizzazione di alcuni personaggi. Comparsata di Jack Lemmon in veste di mosca da bar. Brillo e - per questo - del tutto indifferente alla catastrofe che gli si scatena attorno.

Il nuovo sensurround - l'effetto "vibrazione" che consente allo spettatore di entrare sensorialmente nel climax della vicenda - promette emozioni senza precedenti: “Vi sembrerà di trovarvi in mezzo ad un vero terremoto, con tutti i suoi effetti”, minacciano i flani italiani.

Per cui la direzione del cinema spesso e volentieri “non si assume alcuna responsabilità per eventuali reazioni fisiche e emotive che gli spettatori dovessero avere assistendo a questo spettacolo“.

L’intreccio - esilissimo - è quindi allestito ad hoc, proprio in funzione dello spettacolo straordinario della devastazione, che l’innovativo sistema sonoro restituisce quasi “dal vivo”.

L'Oscar per gli effetti speciali è più che meritato. Pochi altri pregi.

 

Ancora fuoco a volontà, stavolta sulla Grande Mela, nel programmatico 1975: fiamme su New York che Jerry Jameson dirige cavalcando l’onda del successo clamoroso de L’inferno di cristallo.

Reiterati dejà vù e un’effettistica non all’altezza del predecessore contribuiscono all’oblio quasi immediato della pellicola. Anche se i soliti flani si producono negli allarmismi canonici, che hanno segnato un’epoca cinematografica.

Il nuovo effetto stereofonico “Supervideo round” a sei piste vi farà seguire con estremo verismo le sequenze più drammatiche di questo film. Vivrete ciò che vedrete”, strombazzano.

Ma il film resta un onesto - e costoso - B-movie stelle e strisce. Niente di più.

 

Al genere fiamme & suspence appartiene, ancora, Il colosso di fuoco, diretto nel 1976 da Earl Bellamy, che segue pedissequamente il canovaccio drammatico inaugurato con esiti molto più soddisfacenti da The towering inferno di Guillermin. La pellicola mantiene quello che il titolo promette: un colossale incendio la fa da protagonista per i due terzi della durata del film.

L’unico spettacolo degno di menzione resta, così, quello delle fiamme che travolgono ogni cosa. Ardimenti e paura come da copione, e il crepitare fragoroso del fuoco su tutto

Gli incendi, al cinema, sono fotogenici. Hanno un fascino luciferino che ne costituisce il punto di forza.

 

Nel 1977 L' ultima onda, di Peter Weir, opera uno slittamento del filone verso anomale coordinate magico-apocalittiche.

 

David Burton è un tranquillo avvocato di Sidney, tutto dedito al lavoro e alla bella famigliola - la moglie Annie e le figliolette Susan e Grace.

Quando la polizia accusa alcuni aborigeni di avere ucciso uno di loro, certo Billy Corman, il reverendo Burton, padre di David, lo convince ad  assumerne la difesa; nonostante il legale non sia solito accettare cause penali.

Per meglio difendere i suoi clienti, David chiede informazioni a Chris, un aborigeno che lo mette in contatto con l'anziano e misterioso Charlie.

Frattanto in Australia si succedono, con frequenza sempre maggiore, fenomeni naturali del tutto insoliti ed inquietanti: piove col sereno, grandinano chicchi colossali, dal cielo scendono petrolio e ranocchi; e il giovane avvocato fa dei sogni angosciosi che gli trasmettono come la sensazione di avere già vissuto in altra epoca.

Chris, dal canto suo, non contribuisce certo a renderlo più sereno, e assai spesso gli chiede se non sia un "mulkurull”, cioè uno di quegli esseri che compaiono ciclicamente sulla Terra per annunciare la fine di un'era e l'inizio di un'altra dopo una immane catastrofe.

David, frattanto, perde la causa e, dopo avere cercato di mettere in salvo la famiglia, penetra nei sotterranei, dove gli aborigeni metropolitani hanno conservato i segreti della loro ancestrale cultura, per scoprire quanto sta per accadere.

Uscito dalle fogne, assiste al sorgere di una enorme ondata che porrà fine alla vita attuale.

 

The last Wave completa il dittico weiriano sull’insolito, inaugurato l’anno prima con il magnetico Picknik ad Hanging Rock.

L’ultima onda è un film buio, piovoso. Ammaliante. Alte le suggestioni e i livelli di lettura. La metropoli australiana - grattacieli e strade ampie -  nasconde un’entità metafisica e tumorale in quei meandri segreti dove il tempo si è arrestato all’era delle tribù aborigene. Il viaggio in cui Richard Chamberlain viene inconsapevolmente precipitato è, così, un viaggio iniziatico e sapienziale all’interno dei misteri della Natura che nessuna civiltà industrializzata potrà mai fronteggiare e penetrare del tutto.

Claustrofobico ed inquietante. L’apocalisse verrà dal Continente Nuovissimo.

 

E’ nel 1978 che Valanga, di Corey Allen, riporta il genere entro i canoni più tradizionali della natura scatenata.

La storia ricalca fedelmente il canovaccio classico del catastrofismo cinematografico.

 

Superando ogni sorta di intralci, burocratici e non, e abbattendo un gran numero di abeti, il "duro" David Shelby ha costruito, in una zona di montagna, un grande albergo con annessi impianti per sciatori e pattinatori.

Un suo amico ecologo, il fotografo Nick Thorpe, è convinto che a causa del dissennato disboscamento la zona sia esposta al pericolo delle valanghe. Il giorno dopo l'inaugurazione, cui ha partecipato anche l'ex moglie di David, Caroline, lo schianto di un aereo contro una montagna provoca il disastro previsto da Nick.

Un'immensa valanga uccide sciatori e gitanti e si abbatte contro l'albergo, demolendone un'ala. Del disastro resta vittima anche la madre di David, che muore precipitando con l'autoambulanza in un burrone.

Caroline, che l'accompagnava, è soccorsa e salvata da Shelby. Costui, convinto ora che la colpa dell'accaduto sia sua, respinge l'offerta di Caroline di tornare accanto a lui.

 

Scontato e ripetitivo oltremisura, il film riflette in negativo tutti i limiti di un filone che comincia decisamente a mostrare la corda. I dialoghi sono abusati, le situazioni fiacche e banali. Anche gli effetti speciali non sono granchè.

La presenza di Roger Corman alla produzione non basta ad evitargli un meritato flop al botteghino. Il pubblico, sopravvissuto a terremoti e inferni di fiamme e di cristallo, sembra proprio non volerne sapere più.

Noioso, nonostante la neve

 

La stessa (ben misera) sorte - a dispetto del cast stellare -  tocca a Meteor, di Ronald Neame. Stesso anno, stesso, clamoroso, insuccesso.

 

Una  gigantesca meteora sta per schiantarsi sulla Terra. Un abile scienziato americano ha "inventato" missili  atti a  prevenire simili disastri. Peccato che invece che sullo spazio le armi siano puntate sull'URSS.

Occorre pervenire in fretta a un rapido disgelo fra le due superpotenze per il bene dell'umanità intera.

 

Meteor si apre con un proclama stentoreo, stile fantascienza di serie B anni ’50 (una voce fuori campo introduce lo spettatore all’argomento del film), prosegue fra fiumane di noia e finisce in gloria, con un happy end tanto edificante quanto fumettistico e zuccheroso.

Ronald Neame prova a mescolare insieme catastrofico e fantascientifico in un film a tesi buonista che - forse per questo - non riesce a mordere e a convincere del tutto: le divisioni politiche vanno abbandonate per il bene del pianeta. Alquanto improbabile (in quegli anni).

Nemmeno Sean Connery ci crede. E si vede.

 

E’ il 1979 quando il catastrofico offre decisamente del suo peggio con Uragano, di John Troell.

Dino De Laurentiis prova a (ri)dar fiato a un genere ormai logoro, confezionando un remake di cui, onestamente, non si avvertiva alcun bisogno.

L'originale, del resto, era da cineteca: Uragano, di John Ford, anno di grazia 1937.

 

Nell’isola di Pao Pao (Polinesia), il governatore americano contrasta in tutti i modi l’amore sbocciato tra sua figlia e un giovane principe indigeno; arrivando persino a farlo imprigionare.

Riuscito ad evadere dal carcere - grazie anche all’aiuto della bella fidanzata - l’aitante nativo fa appena in tempo a ricongiungersi con l’amata che deve fare i conti con un terribile uragano che spazzerà via ogni cosa sull’isola, governatore compreso, risparmiando - bontà sua - soltanto i due giovani innamorati.

 

Prendete l’esotismo melenso di Laguna blu, aggiungete un tocco dell’algida “captatio benevolentia”dei depliants turistici, scekerate il tutto con venti minuti fracassoni di effettistica speciale, ed avrete questo film, manierato e soporifero che più soporifero non si può.

Si salva Henry Fonda nei panni (insoliti) del cattivo papà.

Con la figlia che si ritrova - una Mia Farrow bella e impassibile - del resto, non è che abbia tutti i torti.

 

Città in fiamme, diretto da Alvin Rakoff, esce lo stesso anno riproponendo il rosso - fuoco - come colore dominante del film. La trama è poco più che un pretesto, ma la pellicola si lascia comunque vedere.

 

Un dipendente di una raffineria di grezzo, ingiustamente licenziato, vuole vendicarsi e appicca un incendio che si propaga fino all’abitato di una città canadese. Seguono esempi di abnegazione, eroismo e viltà, opportunismi, drammi e passioni. L’incendio sarà infine domato.

 

Henry Fonda, Shelley Winters, Ava Gardner, Leslie Nielsen contribuiscono - con mestiere - a sostenere una storia piccola e fragile, perdipiù massicciamente inflazionata.

Rakoff dirige in funzione quasi esclusiva dello spettacolo e degli effetti speciali. E riesce nello scopo. Elegiaco con fiamme.

 

E' la montagna che, nel 1980, torna a far paura con Ormai non c' è più scampo, kolossal sprecato a firma James Goldstone.

 

Katalen, uno degli ultimi paradisi ancora intatti che punteggiano l’oceano Pacifico, è divenuto il rifugio preferito di ricchi magnati e belle donne al loro seguito.

E’ in quest’oasi di quiete ed esotismo che Shelby Gilmore decide di costruire un altro albergo della sua famosa catena, proprio alle pendici del vulcano Mona Nui, inattivo da secoli.

Accompagnato da alcuni amici si reca, quindi, sul posto per controllare i lavori di costruzione dell’albergo.

Hank Anderson, un ingegnere minerario, impegnato in una serie di ricerche petrolifere sull’isola, frattanto, ha scoperto un’anormale attività dei sismografi e preme per un’immediata evacuzione della zona.

Come al solito nessuno gli dà ascolto. Gilmore e il suo socio Spangler perchè temono di vedere sfumare il loro affare, gli stessi uomini di Hank perché non vogliono rinunciare al premio assicurato loro per ogni perforazione.

A parte Anderson nessuno dà l’allarme. Il vulcano può agire indisturbato e tra intrighi personali e spietati interessi si consuma l’inevitabile tragedia.

 

La denuncia ecologista è diretta, in questo caso, contro le trivellazioni petrolifere che risvegliano l'attività di un vulcano addormentato da secoli.

La manfrina è la solita, quella sull’umanità cinica e corrotta e sull’ecosistema violentato. Lava e tremori investono ogni cosa, compreso il lussuoso albergo per vip.

Paul Newman, specializzato nei ruoli di buono, è l’ingegnere senza macchia e senza paura che si prodiga per salvare il salvabile. Che in questo film è davvero molto poco.

Profluvio di fuoco assassino a parte.

 

4. DISASTRI IN CIELO, PER MARE E PER TERRA

 

Si tratta del sottogruppo più impuro  e contaminato del filone.

Confinante (ma in maniera anche intrinseca) col thriller, la fantascienza, l'horror (addirittura!), come nel caso de Il tocco della medusa.

Il Male (il cataclisma) che nei catastrofici in senso stretto, diventa, per lo più, la risposta-punizione  divina  a  certo superomismo di matrice capitalistico-borghese, è qui, invece, frutto consapevole di scelta umana deliberata e delirante.

Risultato perverso di una volontà di potenza  degenerata in catastrofe collettiva.

Psicopatici in cerca di consacrazione, terroristi, scienziati e militari accecati da sogni prometeici e pericolosi. sono qui gli artefici dello scatenarsi del dramma collettivo.

Basti il riferimento a films quali Cassandra Crossing, Panico nello Stadio, Black Sunday, Sindrome Cinese. E ancora Rollercoaster, Airport 77, Juggernaut.

La vita dell'innocuo cittadino (il tifoso, il passeggero di treni e arei, l'avventore di Luna Park), talvolta la sopravvivenza dell'umanità intera, sono poste in gioco dall'assoluto delirio di onnipotenza di soggetti privi di scrupoli, implacabili e spietati.

In fondo moderne varianti dei tanti scienziati luciferini di tradizione orrorifica.

In questi film il Male è mostrato allo stato puro. Senza giustificazioni di natura metafisica. Sostenuto da un substrato concettuale di origine pessimisticamente hobbesiana: l'uomo lupo azzanna e divora l'altro uomo.

Quando e come meglio può. 

Non c'è un Dio-castigatore a dispensare cataclismatiche e paradigmatiche punizioni. Le radici del peccato risiedono nell'uomo, nel suo sfrenato desiderio di auto-affermazione. Nella sua connaturata ed egotistica brama di potere, che un genere conservatore e moralistico come quello dei disasters  non poteva comunque non stigmatizzare.

 

La saga dei disastri aerei (quattro capitoli ufficiali) si apre con Airport di George Seaton, nel 1970.

 

Mentre al “Lincoin Airport” di Chicago i tecnici cercano di sbloccare un aereo incagliatosi, in seguito ad un'abbondante nevicata, su una delle poche piste agibili, un Boeing della Trans Global Airlines si leva in volo per Roma.

Proprio quando il velivolo è già in vista dell'oceano, a terra si scopre che a bordo viaggia un dinamitardo deciso a far saltare l'aereo perchè la moglie possa riscuotere un'assicurazione sulla vita.

Ricevuta via radio la tremenda notizia, il comandante Vernon cerca dapprima di disarmare l'uomo, poi di convincerlo a rinunciare al suo folle proposito.

A complicare di molto la situazione è l' isterismo incontrollato di un passeggero che provoca una parziale tragedia: la bomba, fatta esplodere, uccide il dinamitardo e ferisce gravemente una delle hostess.

Ma pur se danneggiato l' aereo è ancora in grado di volare e la perizia del pilota riesce a farlo atterrare all' aeroporto di partenza, sulla pista che i tecnici sono intanto riusciti a liberare.

Le condizioni della hostess, dalla quale Vernon aspetta un figlio, non sono tali da metterne in pericolo la vita. Tutto è bene quel che finisce bene.

 

Il fortunato canovaccio (inflazionisticamente ripreso, con varianti davvero minime, nei tre episodi successivi della serie aeroportuale, ma non solo) del folle che a bordo di un Boeing  fa scoppiare un ordigno esplosivo, suscitando l’ovvio terrore tra i passeggeri,  appare qui nella sua prima stesura.

Il film di Seaton si colloca all'interno del filone disastroso per i caratteri tematico-formali che possiede: il contesto  fortemente drammatico come terreno di scontro-confronto fra caratterialità diverse; l'ottimo cast (Burt Lancaster, Dean Martin, George Kennedy, Jacqueline Bisset); i notevoli effetti speciali, il ritmo serrato.

La storia è tratta da un mediocre romanzo di Arthur Hailey, specialista in thriller corali ad alta tensione (Black Out, Hotel).

Quasi un film manifesto. Emblematico.

 

Airport 75  nasce dal tentativo di rinverdire i fasti del film precedente.

 

Il jumbo-jet “Columbia 409”, con 120 persone a bordo, partito da Washington per Los Angeles, a causa delle cattive condizioni atmosferiche viene dirottato verso l'aeroporto di Salt Lake.

Mentre sono già iniziate le operazioni di avvicinamento, un aereo privato da turismo, il “232 Zulu”, viene a sua volta indirizzato verso lo stesso scalo.

Il solitario pilota di questo aereo, vittima di una crisi cardiaca, ne perde il controllo e va a disintegrarsi contro la cabina di comando del Boeing 747 provocandone un largo squarcio sulla fronte sinistra.

Morti per l'incidente il secondo pilota e il marconista, gravemente ferito il capitano, la guida passa nelle mani della capo-hostess Nancy.

Il direttore della compagnia “Columbia”, Alan Murdoc, che è il fidanzato di Nancy, e un altro dirigente, Mr. Patroni, che ha sull'aereo la moglie Helen e il figlioletto Joseph, si prodigano per aiutare via radio l'improvvisata pilota e poi, per mezzo di un elicottero militare superveloce, riescono a immettere Murdoc nell'avariato gigante dell'aria.

 

Alcuni buoni momenti (l'incipit quasi in sordina - come in ogni buon thriller che si rispetti -, la collisione tra i due aerei, il tentativo volante di Charlton Heston di penetrare nella cabina di pilotaggio del Boeing) si succedono ad altri di ordinaria amministrazione catastrofica.

Indimenticabile Karen Black, eroina di turno nei panni improvvisati di pilota del colosso dell’aria ferito a morte. Charlton Heston è un Ben Hur in divisa da pilota: bello, forte e coraggioso. Siamo, come si vede, dalle parti del fumettone animato. Ma di quelli che piacciono al grande pubblico. Senza infamia e senza lodi. Si è visto senz’altro di peggio.

 

Sull’onda del successo planetario dei primi due Airport, esce, nel 1976, Terrore a 12 mila metri: ennesimo thriller aereonautico, diretto da Robert Butler, che non aggiunge nulla di nuovo ai canoni soliti della saga.

 

Un aereo, in volo da Los Angeles a New York, è costretto a dirigersi su Chicago per il maltempo.

A bordo, oltre all'equipaggio, viaggia un detenuto il quale riesce ad impadronirsi della pistola del poliziotto che lo accompagna, seminando il terrore tra i passeggeri.

 

Quasi un tv movie che offre, in fondo, quello che lo spettatore si aspetta. Incidente ad alta quota e  conseguenziali situazioni drammatiche come pretesto di indagine varia (ed eventuale) sulle psicologie dei personaggi. More solitu.

 

Il terzo Airport viene girato e distribuito nel 1977.

Il plot (ri)propone - tanto per cambiare - in chiave altamente spettacolare le sfortunate vicissitudini di un lussuoso aereo privato che, causa  un sabotaggio, precipita in fondo all'oceano.

I flani pubblicitari sono ansiogeni, studiati ad hoc per sollecitare le corde emozionali dello spettatore: “Aereo scomparso nel Triangolo delle Bermude…passeggeri ancora vivi…intrappolati sott’acqua…”.

 

Il signor Philip Stevens, anziano miliardario, in occasione della inaugurazione di una sua villa-museo, ha convocato un gruppo di amici e familiari che viaggiano sul “23 Sierra”, un Jumbo elaborato in modo da farne una sorta di lussuosa nave del cielo.

Sull'aereo prendono posto tra i passeggeri Lisa, figlia di Stevens, e il piccolo Benji, nipote dello stesso, nonchè i coniugi Karen e Martin Wallace e molte altre personalità. Il comando dell’aereo è affidato a Don Gallagher la cui fidanzata, Eve Clayton, è a capo del personale d'assistenza.

Nell'intento di rubare i numerosi quadri di valore trasportati, il secondo pilota e alcuni suoi complici si impadroniscono del “Sierra” e lo dirottano verso l'isola S.Giorgio, dopo avere narcotizzato equipaggio e  passeggeri.

Presa una quota troppo bassa per evitare i radar, il dirottatore urta con un motore e perde il controllo del velivolo che cade in mare.

Mentre le autorità organizzano le difficili ricerche, Gallagher, neutralizzato il proprio secondo, con forza e perizia controlla la situazione e raggiunge la superficie marina da dove coopera alle operazioni di salvataggio.

 

Airport ’77 è spettacolare. Teso. Ben diretto. Un film che evoca gli elementi naturali (aria, acqua, fuoco), e ne fa proprie le dinamiche. Peccato, ancora una volta, per l’unidimensionalità di alcuni personaggi. Ma fa parte delle regole del gioco.

Le belle riprese subacquee costituiscono la variante di richiamo di questo terzo capitolo dell’epopea aereoportuale, rispetto alla reiterazione delle costanti generali.

L'operazione di salvataggio è di quelle ad alto rischio e ad elevato tasso di implausibilità (la carlinga dell'aereo agganciata a dei robusti simil-palloni aerostatici). Però toglie il fiato.

Nel cast Jack Lemmon, Cristopher Lee, James Stewart, Lee Grant, Joseph Cotten, George Kennedy, giusto per gradire.

Angoscioso con giudizio.

 

New York-Parigi Air sabotage 1979, diretto da David Lowell Rich, si inserisce a pieno titolo nel filone delle tragedie aeree, e al probabile disastro provocato da un sabotaggio, si aggiunge, questa volta, il rischio di un contagio a bordo. Al peggio non c’è mai fine: paghi uno, prendi due.

I flani, dal canto loro, gufeggiano: “Doveva essere un volo inaugurale! Divenne la più grande tragedia della storia dell’aviazione civile mondiale!”.

Niente di nuovo sotto il sole. Volare fa davvero paura.

 

L'ultimo episodio - ufficiale - della serie è del 1980.

 

Un Concorde decolla dall'aeroporto di Washington diretto a Mosca, dove si svolgono le Olimpiadi. Il ricchissimo Kevin Harrison vuole abbattere ad ogni costo l'aereo sul quale viaggiano anche documenti che potrebbero rovinarlo.

 

Una pellicola che è quasi uno spot propagandistico per il nuovo (per allora) modello di aereo francese. Lo spettacolo funziona, i divi ci sono tutti (compreso Alain Delon sul viale del tramonto) ma non c’è molta differenza tra un film di questi tipo e un comune telefilm.

Al botteghino è andato male. Forse per il senso diffuso di dejà vu che investe personaggi e situazioni. Andrebbe sforbiciato di una buona mezz’ora.

 

Dopo il cielo, il mare. Per un trittico di catastrofi acquatiche d