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1. AVVISAGLIE
Lo squalo ha marchiato, col sangue
e nel sangue, la mia passione cinefila. Le ha impresso
cicatrici nero abisso. Tracce di un'attrazione pericolosa: quella
per il thriller e il
piacere della paura.
Bisogna
che ne prenda atto: i miei gusti cinematografici non sono stati più
gli stessi dal giorno in cui ho assistito alla proiezione de Lo
squalo. E a dire il vero nemmeno le mie nuotate in mare aperto
sono più quelle di una volta.
Il
mostro veniva fuori dallo
schermo. E dalla baia di Amity a qualche zona oscura del mio
inconscio il balzo è stato dannatamente breve. Il film di Spielberg
mi ha indicato la strada: scimmie giganti, valanghe, inarrestabili
lingue di fuoco, costituiscono - da allora - le mie private madeleines
dello spirito.
Mi
piace il cinema delle masse atterrite. E l'immanenza del pericolo
che incombe sul pianeta.
L’ansiogena
epifania - al ritmo
incalzante ed ipnotico dei tamburi indigeni - del King
Kong delaurentiisiano.
L’implacabile
vendetta consumata tra le isole di ghiaccio dell’Orca
assassina.
La
tensione attanagliante di Black
Sunday - il dirigibile dirottato che sorvola minaccioso lo
stadio gremito.
Le
avvisaglie telluriche in sensurround
di Terremoto.
Retaggi
di visioni precoci e seducenti
Volete
mettere il piacere, tutto visivo, di un totale
con grattacielo in fiamme? Di una moltitudine in fuga da uno sciame
di api assassine? Di un Boeing inabissato nella fossa delle Bermuda?
Niente
(o quasi) a che vedere con l'arte. Piuttosto un abbandono catartico.
Un ritorno alla meraviglia dello sguardo infantile. E
alla sensualità della visione.
Un
rito baracconesco e collettivo. Lo stesso per il quale sediamo
urlanti di piacere-paura dentro al carrello lanciato in corsa
nell'otto delle Montagne russe.
Il
cinema dei disastri va assunto per ciò che è. Le sue valenze sono
labili e sottese come in certe storie di fumetti dal sapore
vagamente reazionario.
Le
emozioni (nei casi migliori) di grana grossa. E risiedono, suppergiù,
dalle parti dello stomaco.
Questo
lavoro è dedicato al catastrofico cinematografico in genere.
Un
filone - segnatamente holliwoodiano - riesumato.
in questo transito di millennio sulla scorta di immancabili
suggestioni apocalittiche.
Perchè
succede che a volte ritornino. La furia dei venti in digital
sound targata Crichton (Twister).
Il fulgore sinistro della fiamma in un interno metropolitano (Dayligh
- Trappola nel tunnel). Il terrore ad alta quota (Turbulence), come da stereotipo aereoportuale. Il disastro in mare
aperto (Titanic). E quello
pedemontano (Dante's Peaks
e Vulcano) .
Il
catastrofico cinematografico rinasce dunque dalle sue ceneri. E
richiama dal rimosso paure ancestrali. Terrori che ci sembrava (si sperava?)
esserci lasciati per sempre alle spalle. Invece aspettavano soltanto
di essere (ri)evocati.
Perchè
c'è stato un tempo in cui l'orrore ha abitato il cielo, la terra
e sotto i mari.
Il
decennio cinematografico '70/'80 è stato il tempo della
distruzione. E il cinema dei disastri ha fragorosamente
investito di sè le sale di tutto il mondo.
Imperversando
col suo ibrido immagginario di tematiche e suggestioni B-movie
ipertrofizzate in chiave mainstream
dall’industria holliwoodiana.
Un
microcosmo di genere -
affollato da buoni-buoni e cattivi-cattivi, vigliacchi ed eroi, da
belle troppo belle e bestie troppo bestie per passare per veri - che
rimanda a una visione ontologica unidimensionale. Didascalica.
Manichea. Ma - forse anche suo malgrado - terribilmente affascinante.
E con qualche valenza sottesa su cui vale la pena soffermarsi. Se
non altro per tentare di farne memento
storico. Da mandare in archivio di costume. Insieme con le camice a
fiori e i pantaloni a zampa d’elefante dell’epoca.
Quella
che segue è dunque una breve introduzione al disastroso filmico di
quel fantastico decennio. Con qualche straripamento - per
vicinanza ideologica o in caso di sequel
- nella prima metà degli anni Ottanta; e l’inclusione -
obbligatoria - del (sotto)genere faunistico, làddove gli animali - preistorici, terrestri e marini -
diventano gli artefici del rovinare degli eventi verso coordinate
cinematogtrafiche di tipo apocalittico, o comunque di panico
collettivo.
La
scelta dei film riportati nel testo è stata operata muovendo -
dunque - da un comune denominatore: quello della Minaccia
indiscriminata (qualunque
essa sia, da qualunque
soggetto provenga) perpetrata ai danni di un nucleo indifeso di
persone. Di una città, di una folla.
Per
questo motivo sarà dunque possibile trovare inseriti tra i
catastrofici titoli come il già citato Black
Sunday, Il branco, o lo stesso Squalo,
comunemente ascritti all'interno di altri generi.
Il
cinema ha molte anime e diverse maschere. Quella spettacolare sic
et simpliciter crediamo sia la più vecchia.
Ma,
in fondo in fondo, ancora gli si addice.
2. GLI ELEMENTI DEL
DISASTRO
I
disaster movies mettono in scena la forza primeva di una Natura
poderosa e ancestrale. Violenta e - per questo - seducente.
Rispondendo a un'idea di cinema - e di racconto cinematografico -
come prova ontologica:
il pianeta - o la sua rappresentazione traslata di villaggio, di
città - assunto come
teatro biblico; il territorio esistenziale predisposto al cimento
per conseguire la dannazione estrema
o invece il riscatto.
Il
confronto/scontro con un’immanenza di origine metafisica viene a
costituire così - in prima analisi - il
filo rosso di larga parte dei catastrofici
del decennio preso in esame.
Il
cinema delle catastrofi è un genere nato impuro. Contaminato.
Contiene topoi del mèlo, dell'action
movie, del cinema avventuroso e di fantascienza. Arduo
tracciarne coordinate rigorose. A rigido compartimento stagno.
Quello
che emerge con evidenza maggiore è piuttosto la sua estrazione
corale. Il disastroso filmico è un cinema di moltitudini atterrite. Di crolli
e di effetti speciali. Cinema di vetusti (e in fondo nobili)
antesignani: il treno in corsa dei fratelli Lumière che investe
dallo schermo spauriti e ingenui spettatori d’inizio
Novecento, costituisce in traslato, il primo esperimento di
rappresentazione simbolica di un diffuso timor
vacui, collettivo e irrazionale
Quello
stesso terrore che, verso la metà degli anni Settanta, troverà
terrificante incarnazione negli squali e nelle orche assassine
tracimanti dallo schermo.
La
paura dell'ignoto (che è paura metafisica della morte, del nulla)
è nata con l'uomo.
Il
cinema, da sempre, ne ha mostrato la visione
paradigmatico-evocativa, dando volto ai mostri dell’ inconscio
comune.
La
prima versione di King
Kong, da un soggetto originale di Edgar Wallace, è
firmata da M. C. Cooper nel 1933.
Uragano resta un capolavoro inarrivabile di John Ford, datato 1937. San
Francisco, di W.S. Van Dyke, inscenava il terremoto, già nel
1936.
Così
come La grande pioggia, di
Clarence Brown, nel 1939, restituiva la visione di un’India
devastata dal monsone. E gli esempi potrebbero continuare.
Sulla
funzione catartico-liberatrice della visione cinematografica si è
indagato diffusamente.
Rispondendo al bisogno
ancestrale dell'uomo di confrontarsi con la paura, i disaster movies mettono,
artificialmente, in scena il terrore e le inquietudini risalenti
all'infanzia del genere
umano.
Proponendosi
nell'insieme (in quanto filone
cinematografico) come sorta di
corale memento mori,
fragoroso e male educato, che (ri)conduce lo spettatore alla
precarietà dell'esistere.
E'
questa l'altra faccia - quella nascosta e più inquietante - del
cinema-Luna Park dei crolli e delle devastazioni al plastico.
Se gli zombies della trilogia romeriana (La notte dei morti viventi, Zombi, Il giorno degli zombi) vanno
assunti come la rappresentazione simbolica di un’umanità
reificata a merce, i catastrofici del filone faunistico,
i mostri - animali di tutte le specie - che distruggono,
inarrestabili, le megalopoli del mondo (i Godzilla, i Gorgo, i King
Kong, per citarne soltanto alcuni) diventano piuttosto gli eroi
solitari di una Natura in rivolta
antindustriale.
Quasi
sempre parti frankensteiniani di esperimenti fisico-nucleari falliti
o degenerati. Oppure creature coatte, degradate a mostruosi fenomeni
da baraccone dalla cinica macchina affaristico-capitalista.
Esiste,
nei disasters, una
vocazione inquisaitoria, sottesa alla patina apparente
degli effetti speciali.
La
disaffezione umana alla causa ecosistemica è un congegno
autodistruttivo a tempo e il cataclisma ne rappresenta l'effetto
devastante.
Per
cui il disastro, la catastrofe,
diventa anche flagello divino.
La punizione che spetta a un genere umano sempre più sordo alla
rettitudine morale.
La
risposta del cielo alla cattiva coscienza di un uomo-Icaro e privo
di scrupoli, che ambisce di piegare lo spirito primevo di Madre
Natura alle leggi meccanicistiche e di profitto.
Il
genere dei disastri è reazionario e moralistico e lo dà,
scopertamente, a
vedere.
Il
catastrofico è un
cinema di “caratteri” a dimensione unica. Affollato da
integerrimi e corrotti. Santi e peccatori. Innocenti
e colpevoli. Ritratti-stereotipo di un'umanità varia e
fumettisticamente schematizzata: chi da una parte chi dall'altra sui
fronti opposti del Bene
e del Male, a fronteggiare
un evento che ne mette a
repentaglio l'esistenza.
Per
le sue caratteristiche di reiterazione tematica e - assai spesso -
contestuale, il genere è governato da regole fisse e ripetitive.
Denominatori comuni che ne sanciscono le coordinate:
-
L’ introduzione didascalica ai principali characters
e alla loro sfera psicologico-affettiva;
-
La funzione simpatetica dei ruoli secondari (attempati
signori/e predestinati all'immolazione,
uomini senza scrupoli dai molti scheletri negli armadi, bambini
immancabilmente curiosi o piantagrane, ecc.);
-
La caratterizzazione schematica dell'eroe di turno
(poliziotto, scienziato, pilota di jumbo, ecc.);
-
La (com)presenza nel cast di stars
di grande richiamo (Paul Newman, Charlton Heston, Henry Fonda,
Richard Harris, Richard Widmark, per citarne soltanto alcuni,
si sono tutti cimentati col disastroso in genere);
-
Il climax
mozzafiato della vicenda, anticipato dal crescendo degenerativo di
micro segnali drammatici (scosse di terremoto, scintille, comandi
difettosi, prime manifestazioni del mostro ecc.) ;
-
La costante situazionale del plot
(condizione di normalità alterata da un
accadimento imprevisto e disastroso);
-
Il lieto fine obbligatorio
(funzionale all’esorcismo collettivo della paura);
-
Il largo impiego di trucchi ed effetti speciali (grande
curiosità suscita, nel 1975, il sistema sensurround
che in Terremoto
consente allo spettatore di trovarsi, acusticamente, al centro
dell'azione del film).
Sulla
scorta di varianti di carattere esclusivamente tematico è possibile
suddividere il catastrofico
in tre ampi sotto-filoni:
-
Filone catastrofico in senso
stretto
-
Filone dei disastri
-
Filone degli animali-killers
3. Catastrofi più
o meno naturali
La
natura - umiliata e offesa - si ribella. Liberando il suo potenziale
primigenio e distruttivo.
Il
mare e la terra si rivoltano all'uomo. La montagna lo investe.
Soffiano venti dalla forza devastante. Dall'universo piovono meteore
vaste quanto un continente.
Le
grandi aree urbane, degenerate in Gomorre capitalistiche, sono il
bersaglio prediletto di una Grande Madre vendicatrice. Longa
manu di un Dio
biblico implacabile. Che non perdona.
Il
denaro di tutto il mondo non basta a garantirsi l'immunità. La
morte non sa leggere. E non fa distinzioni. Anzi, se costretta a
scegliere, quantomeno nei catastrofici,
predilige i cinici e i potenti della Terra.
Muore
da vigliacco, l'avido e pressapochista costruttore de L'inferno
di cristallo.
Muore,
in Valanga, l'affarista
senza scrupoli che ha costruito l'impianto sciistico in barba alle
leggi e all'ecosistema naturale.
Annega,
ucciso dal cataclisma, l'ingiusto governatore americano in Urgano.
E'
una Natura ristabilizzatrice di equilibri etici quella che
imperversa nei disaster movies
anni '70.
Una
Natura giustiziera che fa sì
che i conti tornino sempre. E' impossibile che un cattivo
- a meno che si sia redento
nel corso della vicenda - possa farla franca. Dopo mille fughe,
crolli e distruzioni, le gerarchie morali vengono ristabilite: gli
eroi (e le eroine) hanno superato la prova e conseguito la salvezza.
I malvagi hanno avuto quel che meritavano.
Il
lieto fine - per quanto improbabile possa apparire - è compreso nel
prezzo del biglietto. In ogni caso.
Le
sequenze conclusive di
molti catastrofici sono panoramiche ruffiane fra stremati sopravvissuti.
Corali affollatissime di barellieri e vigili del fuoco, in uno
scenario apocalittico di macerie e rovine. Campi e controcampi di
volti estenuati con lacrima in punta di ciglio.
Il
senso ultimo dei disaster
movies risiede nel solidarismo. Nell’afflato umanitario che
corre tra gente “per bene” scampata alla catastrofe.
Il
messaggio è rassicurante. Strizza l'occhio allo spettatore.
Sollecita l’applauso liberatorio, che arriva - quasi sempre - con
l’happy end. Si tira il
fiato. L'esorcismo collettivo è compiuto.
L'inferno di cristallo,
di
John Guilliermin, nel 1974, inaugura, immaginificamente il filone.
La
“Casa di cristallo” è un capolavoro di architettura e
tecnologia moderne. Un edificio di sessantasei piani in vetro e
cemento che domina la città. Il clima natalizio, la neve che
comincia a cadere,
conferiscono un ulteriore tocco di magia all’imponente
costruzione.
Ma
la sera dell’inaugurazione una scintilla scoppiata per caso
provoca un incendio che trasforma il grattacielo in un inferno. Per
oltre trecento persone, ospiti della festa, la vita diventa la posta
in gioco.
Il
pericolo, si sa, cambia gli uomini, così l’impiegato modello
diventa ladro, l’anziana zitella si prodiga, a rischio della vita,
per salvare tre bambini, l’omosessuale si comporta da eroe.
L’architetto che ha visto il suo progetto iniziale manipolato e
trasformato in una “trappola per topi” assiste all’agonia
dell’edificio e contribuisce in parte a distruggerlo. Il
costruttore privo di scrupoli è posto di fronte alle estreme
conseguenze.
Il
film segue le vicende dei singoli, delle famiglie, delle coppie
irregolari, delle molte persone coinvolte nell’incendio o nel
salvataggio. Eroismi e vigliaccherie, amori in tutte le salse -
filiali, coniugali, in crisi e finanche senili - si susseguono in un crescendo di passioni e di fuoco.
Il
film - da buon capostipite di genere - detta i topoi
che, nel bene e nel male, caratterizzeranno a
seguire tutto il cinema delle catastrofi: la
spettacolarizzazione degli eventi disastrosi, il bozzettismo
psicologico dei vari characters, la pretestuosità di certe situazioni, il cast
affollato di attori di grande richiamo, il sensazionalismo dei
flani pubblicitari che annunciano: “L’avventura
più spettacolare del secolo”.
Autentica
seduzione per lo sguardo, lo spettacolo delle fiamme che avviluppano
nella notte il colosso di ferro e cemento. La regia è robusta. La
recitazione pure.
L’inferno di cristallo è stato uno dei maggiori successi del decennio. Ha
vinto tre Oscar (montaggio, fotografia e canzone), diventando
sinonimo di films sulle
catastrofi.
Terremoto, di Mark Robson, - lo
stesso anno - sceglie ancora una metropoli (Los Angeles) come teatro
del disastro. Le vicende personali di un nutrito gruppo di
protagonisti si intrecciano e si confrontano, stavolta, con la
tragedia tellurica.
Non
c’è molto altro da aggiungere: sullo sfondo del cataclisma
annunciato gesti eroici e viltà piccole e grandi si succedono con
gran dispendio emotivo (quantomeno nelle intenzioni degli autori).
Squarci di humor a buon mercato
alleggeriscono - in parte - la tensione scaturita dall’incalzare
drammatico degli eventi, contribuendo, altresì, alla
caratterizzazione di alcuni personaggi. Comparsata di Jack Lemmon in
veste di mosca da bar. Brillo
e - per questo - del tutto indifferente alla catastrofe che gli si
scatena attorno.
Il
nuovo sensurround -
l'effetto "vibrazione" che consente allo spettatore di
entrare sensorialmente nel climax
della vicenda - promette emozioni senza precedenti: “Vi
sembrerà di trovarvi in mezzo ad un vero terremoto, con tutti i
suoi effetti”, minacciano i flani italiani.
Per
cui la direzione del cinema spesso
e volentieri “non si assume
alcuna responsabilità per eventuali reazioni fisiche e emotive che
gli spettatori dovessero avere assistendo a questo spettacolo“.
L’intreccio -
esilissimo - è quindi allestito ad
hoc, proprio in funzione dello spettacolo straordinario della
devastazione, che l’innovativo sistema sonoro restituisce quasi
“dal vivo”.
L'Oscar per gli
effetti speciali è più che meritato. Pochi altri pregi.
Ancora
fuoco a volontà, stavolta sulla Grande Mela, nel programmatico 1975: fiamme su New York che Jerry Jameson dirige cavalcando
l’onda del successo clamoroso de L’inferno
di cristallo.
Reiterati
dejà vù e
un’effettistica non all’altezza del predecessore contribuiscono
all’oblio quasi immediato della pellicola. Anche se i soliti flani
si producono negli allarmismi canonici, che hanno segnato un’epoca
cinematografica.
“Il nuovo effetto stereofonico “Supervideo round” a sei piste vi farà
seguire con estremo verismo le sequenze più drammatiche di questo
film. Vivrete ciò che vedrete”, strombazzano.
Ma
il film resta un onesto - e costoso - B-movie
stelle e strisce. Niente di più.
Al
genere fiamme & suspence appartiene, ancora, Il
colosso di fuoco, diretto nel 1976 da Earl Bellamy, che segue
pedissequamente il canovaccio drammatico inaugurato con esiti molto
più soddisfacenti da The
towering inferno di Guillermin. La pellicola mantiene quello che
il titolo promette: un colossale incendio la fa da protagonista per
i due terzi della durata del film.
L’unico
spettacolo degno di menzione resta, così, quello delle fiamme che
travolgono ogni cosa. Ardimenti e paura come da copione, e il
crepitare fragoroso del fuoco su tutto
Gli
incendi, al cinema, sono fotogenici.
Hanno un fascino luciferino che ne costituisce il punto di forza.
Nel
1977 L' ultima onda, di
Peter Weir, opera uno slittamento del filone verso anomale
coordinate magico-apocalittiche.
David Burton
è un tranquillo avvocato di Sidney, tutto dedito al lavoro e alla
bella famigliola - la moglie Annie e le figliolette Susan e Grace.
Quando la
polizia accusa alcuni aborigeni di avere ucciso uno di loro, certo
Billy Corman, il reverendo Burton, padre di David, lo convince ad
assumerne la difesa; nonostante il legale non sia solito
accettare cause penali.
Per meglio
difendere i suoi clienti, David chiede informazioni a Chris, un
aborigeno che lo mette in contatto con l'anziano e misterioso
Charlie.
Frattanto in
Australia si succedono, con frequenza sempre maggiore, fenomeni
naturali del tutto insoliti ed inquietanti: piove col sereno,
grandinano chicchi colossali, dal cielo scendono petrolio e
ranocchi; e il giovane avvocato fa dei sogni angosciosi che gli
trasmettono come la sensazione di avere già vissuto in altra epoca.
Chris, dal
canto suo, non contribuisce certo a renderlo più sereno, e assai
spesso gli chiede se non sia un "mulkurull”, cioè uno di
quegli esseri che compaiono ciclicamente sulla Terra per annunciare
la fine di un'era e l'inizio di un'altra dopo una immane catastrofe.
David,
frattanto, perde la causa e, dopo avere cercato di mettere in salvo
la famiglia, penetra nei sotterranei, dove gli aborigeni
metropolitani hanno conservato i segreti della loro ancestrale
cultura, per scoprire quanto sta per accadere.
Uscito dalle
fogne, assiste al sorgere di una enorme ondata che porrà fine alla
vita attuale.
The last Wave completa il dittico weiriano sull’insolito, inaugurato l’anno prima
con il magnetico Picknik ad
Hanging Rock.
L’ultima onda è un film buio, piovoso. Ammaliante. Alte le suggestioni e i livelli
di lettura. La metropoli australiana - grattacieli e strade ampie -
nasconde un’entità metafisica e tumorale in quei meandri
segreti dove il tempo si è arrestato all’era delle tribù
aborigene. Il viaggio in cui Richard Chamberlain viene
inconsapevolmente precipitato è, così, un viaggio iniziatico e
sapienziale all’interno dei misteri della Natura che nessuna
civiltà industrializzata potrà mai fronteggiare e penetrare del
tutto.
Claustrofobico
ed inquietante. L’apocalisse verrà dal Continente Nuovissimo.
E’
nel 1978 che Valanga, di Corey Allen, riporta il genere entro i canoni più tradizionali
della natura scatenata.
La
storia ricalca fedelmente il canovaccio classico del catastrofismo
cinematografico.
Superando
ogni sorta di intralci, burocratici e non, e abbattendo un gran
numero di abeti, il "duro" David Shelby ha costruito, in
una zona di montagna, un grande albergo con annessi impianti per
sciatori e pattinatori.
Un suo amico
ecologo, il fotografo Nick Thorpe, è convinto che a causa del
dissennato disboscamento la zona sia esposta al pericolo delle
valanghe. Il giorno dopo l'inaugurazione, cui ha partecipato anche
l'ex moglie di David, Caroline, lo schianto di un aereo contro una
montagna provoca il disastro previsto da Nick.
Un'immensa
valanga uccide sciatori e gitanti e si abbatte contro l'albergo,
demolendone un'ala. Del disastro resta vittima anche la madre di
David, che muore precipitando con l'autoambulanza in un burrone.
Caroline,
che l'accompagnava, è soccorsa e salvata da Shelby. Costui,
convinto ora che la colpa dell'accaduto sia sua, respinge l'offerta
di Caroline di tornare accanto a lui.
Scontato
e ripetitivo oltremisura, il film riflette in negativo tutti i
limiti di un filone che comincia decisamente a mostrare la corda. I
dialoghi sono abusati, le situazioni fiacche e banali. Anche gli
effetti speciali non sono granchè.
La
presenza di Roger Corman alla produzione non basta ad evitargli un
meritato flop al botteghino. Il pubblico, sopravvissuto a terremoti e inferni
di fiamme e di cristallo, sembra proprio non volerne sapere più.
Noioso,
nonostante la neve
La
stessa (ben misera) sorte - a dispetto del cast
stellare - tocca a Meteor,
di Ronald Neame. Stesso anno, stesso, clamoroso, insuccesso.
Una
gigantesca meteora sta per schiantarsi sulla Terra. Un abile
scienziato americano ha "inventato" missili
atti a prevenire
simili disastri. Peccato che invece che sullo spazio le armi siano
puntate sull'URSS.
Occorre
pervenire in fretta a un rapido disgelo fra le due superpotenze per
il bene dell'umanità intera.
Meteor
si apre con un proclama
stentoreo, stile fantascienza di serie B anni ’50 (una voce fuori
campo introduce lo spettatore all’argomento del film), prosegue
fra fiumane di noia e finisce in gloria, con un happy
end tanto edificante quanto
fumettistico e zuccheroso.
Ronald Neame prova a mescolare insieme catastrofico e fantascientifico
in un film a tesi buonista che - forse per questo - non riesce a
mordere e a convincere del tutto: le divisioni politiche vanno
abbandonate per il bene del pianeta. Alquanto improbabile (in quegli
anni).
Nemmeno Sean Connery ci crede. E si vede.
E’
il 1979 quando il catastrofico
offre decisamente del suo peggio con Uragano,
di John Troell.
Dino
De Laurentiis prova a (ri)dar fiato a un genere ormai logoro,
confezionando un remake di cui, onestamente, non si avvertiva alcun bisogno.
L'originale,
del resto, era da cineteca: Uragano,
di John Ford, anno di grazia 1937.
Nell’isola
di Pao Pao (Polinesia), il governatore americano contrasta in tutti
i modi l’amore sbocciato tra sua figlia e un giovane principe
indigeno; arrivando persino a farlo imprigionare.
Riuscito ad
evadere dal carcere - grazie anche all’aiuto della bella fidanzata
- l’aitante nativo fa appena in tempo a ricongiungersi con
l’amata che deve fare i conti con un terribile uragano che spazzerà
via ogni cosa sull’isola, governatore compreso, risparmiando -
bontà sua - soltanto i due giovani innamorati.
Prendete
l’esotismo melenso di Laguna
blu, aggiungete un tocco dell’algida “captatio
benevolentia”dei depliants
turistici, scekerate il tutto con venti minuti fracassoni di
effettistica speciale, ed avrete questo film, manierato e soporifero
che più soporifero non si può.
Si
salva Henry Fonda nei panni (insoliti) del cattivo
papà.
Con
la figlia che si ritrova - una Mia Farrow bella e impassibile - del
resto, non è che abbia tutti i torti.
Città in fiamme, diretto da Alvin Rakoff, esce lo stesso anno riproponendo il rosso -
fuoco - come colore dominante del film. La trama è poco più che un
pretesto, ma la pellicola si lascia comunque vedere.
Un
dipendente di una raffineria di grezzo, ingiustamente licenziato,
vuole vendicarsi e appicca un incendio che si propaga fino
all’abitato di una città canadese. Seguono esempi di abnegazione,
eroismo e viltà, opportunismi, drammi e passioni. L’incendio sarà
infine domato.
Henry Fonda,
Shelley Winters, Ava Gardner, Leslie Nielsen contribuiscono - con
mestiere - a sostenere una storia piccola e fragile, perdipiù
massicciamente inflazionata.
Rakoff dirige in
funzione quasi esclusiva dello spettacolo e degli effetti speciali.
E riesce nello scopo. Elegiaco con fiamme.
E' la montagna che, nel 1980, torna a far paura con Ormai non c' è più scampo,
kolossal
sprecato a firma James Goldstone.
Katalen, uno
degli ultimi paradisi ancora intatti che punteggiano l’oceano
Pacifico, è divenuto il rifugio preferito di ricchi magnati e belle
donne al loro seguito.
E’ in quest’oasi di quiete ed esotismo che Shelby Gilmore decide di
costruire un altro albergo della sua famosa catena, proprio alle
pendici del vulcano Mona Nui, inattivo da secoli.
Accompagnato da alcuni amici si reca, quindi, sul posto per controllare
i lavori di costruzione dell’albergo.
Hank Anderson, un ingegnere minerario, impegnato in una serie di
ricerche petrolifere sull’isola, frattanto, ha scoperto
un’anormale attività dei sismografi e preme per un’immediata
evacuzione della zona.
Come al solito nessuno gli dà ascolto. Gilmore e il suo socio Spangler
perchè temono di vedere sfumare il loro affare, gli stessi uomini
di Hank perché non vogliono rinunciare al premio assicurato loro
per ogni perforazione.
A parte Anderson nessuno dà l’allarme. Il vulcano può agire
indisturbato e tra intrighi personali e spietati interessi si
consuma l’inevitabile tragedia.
La
denuncia ecologista è diretta, in questo caso, contro le
trivellazioni petrolifere che risvegliano l'attività di un vulcano
addormentato da secoli.
La
manfrina è la solita, quella sull’umanità cinica e corrotta e
sull’ecosistema violentato. Lava e tremori investono ogni cosa,
compreso il lussuoso albergo per vip.
Paul
Newman, specializzato nei ruoli di buono,
è l’ingegnere senza macchia e senza paura che si prodiga per
salvare il salvabile. Che in questo film è davvero molto poco.
Profluvio
di fuoco assassino a parte.
4. DISASTRI IN CIELO, PER MARE E PER TERRA
Si
tratta del sottogruppo più impuro e contaminato del filone.
Confinante
(ma in maniera anche intrinseca) col thriller,
la fantascienza, l'horror (addirittura!), come nel caso de Il tocco della medusa.
Il
Male (il cataclisma) che nei catastrofici
in senso stretto, diventa, per lo più, la risposta-punizione
divina a
certo superomismo di matrice capitalistico-borghese, è qui,
invece, frutto consapevole di scelta umana deliberata e delirante.
Risultato
perverso di una volontà di
potenza degenerata in catastrofe collettiva.
Psicopatici
in cerca di consacrazione, terroristi, scienziati e militari
accecati da sogni prometeici e pericolosi. sono qui gli artefici
dello scatenarsi del dramma collettivo.
Basti
il riferimento a films
quali Cassandra Crossing, Panico nello Stadio, Black Sunday, Sindrome Cinese. E
ancora Rollercoaster, Airport
77, Juggernaut.
La vita
dell'innocuo cittadino (il tifoso, il passeggero di treni e arei,
l'avventore di Luna Park), talvolta la sopravvivenza dell'umanità
intera, sono poste in gioco dall'assoluto delirio di onnipotenza di
soggetti privi di scrupoli, implacabili e spietati.
In fondo moderne
varianti dei tanti scienziati luciferini di tradizione orrorifica.
In
questi film il Male è mostrato allo stato puro.
Senza giustificazioni di natura metafisica. Sostenuto da un
substrato concettuale di origine pessimisticamente hobbesiana:
l'uomo lupo azzanna e divora l'altro uomo.
Quando
e come meglio può.
Non
c'è un Dio-castigatore a dispensare cataclismatiche e
paradigmatiche punizioni. Le radici del peccato risiedono nell'uomo,
nel suo sfrenato desiderio di auto-affermazione. Nella sua
connaturata ed egotistica brama di potere, che un genere
conservatore e moralistico come quello dei disasters
non poteva comunque non stigmatizzare.
La
saga dei disastri aerei (quattro capitoli ufficiali) si apre con Airport
di George Seaton, nel 1970.
Mentre al “Lincoin Airport” di Chicago i tecnici cercano di
sbloccare un aereo incagliatosi, in seguito ad un'abbondante
nevicata, su una delle poche piste agibili, un Boeing della Trans
Global Airlines si leva in volo per Roma.
Proprio quando il velivolo è già in vista dell'oceano, a terra si
scopre che a bordo viaggia un dinamitardo deciso a far saltare
l'aereo perchè la moglie possa riscuotere un'assicurazione sulla
vita.
Ricevuta via radio la tremenda notizia, il comandante Vernon cerca
dapprima di disarmare l'uomo, poi di convincerlo a rinunciare al suo
folle proposito.
A complicare di molto la situazione è l' isterismo incontrollato di un
passeggero che provoca una parziale tragedia: la bomba, fatta
esplodere, uccide il dinamitardo e ferisce gravemente una delle
hostess.
Ma pur se danneggiato l' aereo è ancora in grado di volare e la perizia
del pilota riesce a farlo atterrare all' aeroporto di partenza,
sulla pista che i tecnici sono intanto riusciti a liberare.
Le condizioni della hostess, dalla quale Vernon aspetta un figlio, non
sono tali da metterne in pericolo la vita. Tutto è bene quel che
finisce bene.
Il
fortunato canovaccio (inflazionisticamente ripreso, con varianti
davvero minime, nei tre episodi successivi della serie aeroportuale,
ma non solo) del folle che a bordo di un Boeing
fa scoppiare un ordigno esplosivo, suscitando l’ovvio
terrore tra i passeggeri, appare
qui nella sua prima stesura.
Il
film di Seaton si colloca all'interno del filone disastroso
per i caratteri tematico-formali che possiede: il contesto
fortemente drammatico come terreno di scontro-confronto fra
caratterialità diverse; l'ottimo cast (Burt Lancaster, Dean Martin, George Kennedy, Jacqueline
Bisset); i notevoli effetti speciali, il ritmo serrato.
La
storia è tratta da un mediocre romanzo di Arthur Hailey,
specialista in thriller corali ad alta tensione (Black
Out, Hotel).
Quasi un film
manifesto. Emblematico.
Airport 75
nasce
dal tentativo di rinverdire i fasti del film precedente.
Il jumbo-jet
“Columbia 409”, con 120 persone a bordo, partito da Washington
per Los Angeles, a causa delle cattive condizioni atmosferiche viene
dirottato verso l'aeroporto di Salt Lake.
Mentre sono
già iniziate le operazioni di avvicinamento, un aereo privato da
turismo, il “232 Zulu”, viene a sua volta indirizzato verso lo
stesso scalo.
Il solitario
pilota di questo aereo, vittima di una crisi cardiaca, ne perde il
controllo e va a disintegrarsi contro la cabina di comando del
Boeing 747 provocandone un largo squarcio sulla fronte sinistra.
Morti per
l'incidente il secondo pilota e il marconista, gravemente ferito il
capitano, la guida passa nelle mani della capo-hostess Nancy.
Il direttore della compagnia “Columbia”, Alan Murdoc, che è il
fidanzato di Nancy, e un altro dirigente, Mr. Patroni, che ha
sull'aereo la moglie Helen e il figlioletto Joseph, si prodigano per
aiutare via radio l'improvvisata pilota e poi, per mezzo di un
elicottero militare superveloce, riescono a immettere Murdoc
nell'avariato gigante dell'aria.
Alcuni
buoni momenti (l'incipit quasi
in sordina - come in ogni buon thriller che si rispetti -, la
collisione tra i due aerei, il tentativo volante
di Charlton Heston di penetrare nella cabina di pilotaggio del
Boeing) si succedono ad altri di ordinaria amministrazione
catastrofica.
Indimenticabile
Karen Black, eroina di turno nei panni improvvisati di pilota del
colosso dell’aria ferito a morte. Charlton Heston è un Ben Hur in
divisa da pilota: bello, forte e coraggioso. Siamo, come si vede,
dalle parti del fumettone animato. Ma di quelli che piacciono al
grande pubblico. Senza infamia e senza lodi. Si è visto
senz’altro di peggio.
Sull’onda del
successo planetario dei primi due Airport,
esce, nel 1976, Terrore a 12
mila metri: ennesimo thriller aereonautico, diretto da Robert
Butler, che non aggiunge nulla di nuovo ai canoni soliti della saga.
Un aereo, in
volo da Los Angeles a New York, è costretto a dirigersi su Chicago
per il maltempo.
A bordo,
oltre all'equipaggio, viaggia un detenuto il quale riesce ad
impadronirsi della pistola del poliziotto che lo accompagna,
seminando il terrore tra i passeggeri.
Quasi
un tv movie che offre, in
fondo, quello che lo spettatore si aspetta. Incidente ad alta quota
e conseguenziali situazioni drammatiche come pretesto di
indagine varia (ed eventuale) sulle psicologie dei personaggi. More solitu.
Il
terzo Airport viene girato
e distribuito nel 1977.
Il
plot (ri)propone - tanto per cambiare - in chiave altamente
spettacolare le sfortunate vicissitudini di
un lussuoso aereo privato che, causa
un sabotaggio, precipita in fondo all'oceano.
I
flani pubblicitari sono ansiogeni, studiati ad
hoc per sollecitare le corde emozionali dello spettatore: “Aereo scomparso nel Triangolo delle Bermude…passeggeri ancora
vivi…intrappolati sott’acqua…”.
Il signor Philip Stevens, anziano miliardario, in occasione della
inaugurazione di una sua villa-museo, ha convocato un gruppo di
amici e familiari che viaggiano sul “23 Sierra”, un Jumbo
elaborato in modo da farne una sorta di lussuosa nave del cielo.
Sull'aereo prendono posto tra i passeggeri Lisa, figlia di Stevens, e il
piccolo Benji, nipote dello stesso, nonchè i coniugi Karen e Martin
Wallace e molte altre personalità. Il comando dell’aereo è
affidato a Don Gallagher la cui fidanzata, Eve Clayton, è a capo
del personale d'assistenza.
Nell'intento di rubare i numerosi quadri di valore trasportati, il
secondo pilota e alcuni suoi complici si impadroniscono del
“Sierra” e lo dirottano verso l'isola S.Giorgio, dopo avere
narcotizzato equipaggio e passeggeri.
Presa una quota troppo bassa per evitare i radar, il dirottatore urta
con un motore e perde il controllo del velivolo che cade in mare.
Mentre le
autorità organizzano le difficili ricerche, Gallagher,
neutralizzato il proprio secondo, con forza e perizia controlla la
situazione e raggiunge la superficie marina da dove coopera alle
operazioni di salvataggio.
Airport ’77 è spettacolare. Teso. Ben diretto. Un film che evoca gli elementi naturali (aria, acqua, fuoco), e ne fa proprie le
dinamiche. Peccato, ancora una volta, per l’unidimensionalità di
alcuni personaggi. Ma fa parte delle regole del gioco.
Le
belle riprese subacquee costituiscono la variante di richiamo di
questo terzo capitolo dell’epopea aereoportuale, rispetto alla
reiterazione delle costanti generali.
L'operazione
di salvataggio è di quelle ad alto rischio e ad elevato tasso di
implausibilità (la carlinga dell'aereo agganciata a dei robusti
simil-palloni aerostatici). Però toglie il fiato.
Nel
cast Jack Lemmon, Cristopher Lee, James Stewart, Lee Grant, Joseph
Cotten, George Kennedy, giusto per gradire.
Angoscioso
con giudizio.
New York-Parigi Air sabotage 1979, diretto da David Lowell Rich, si inserisce a pieno titolo nel filone delle
tragedie aeree, e al probabile disastro provocato da un sabotaggio,
si aggiunge, questa volta, il rischio di un contagio a bordo. Al
peggio non c’è mai fine: paghi uno, prendi due.
I
flani, dal canto loro, gufeggiano: “Doveva
essere un volo inaugurale! Divenne la più grande tragedia della
storia dell’aviazione civile mondiale!”.
Niente
di nuovo sotto il sole. Volare fa davvero paura.
L'ultimo
episodio - ufficiale -
della serie è del 1980.
Un Concorde
decolla dall'aeroporto di Washington diretto a Mosca, dove si
svolgono le Olimpiadi. Il ricchissimo Kevin Harrison vuole abbattere
ad ogni costo l'aereo sul quale viaggiano anche documenti che
potrebbero rovinarlo.
Una
pellicola che è quasi uno spot
propagandistico per il nuovo (per allora) modello di aereo francese.
Lo spettacolo funziona, i divi ci sono tutti (compreso Alain Delon
sul viale del tramonto) ma non c’è molta differenza tra un film
di questi tipo e un comune telefilm.
Al
botteghino è andato male.
Forse per il senso diffuso di dejà
vu che investe personaggi e situazioni. Andrebbe sforbiciato di
una buona mezz’ora.
Dopo
il cielo, il mare. Per un trittico di catastrofi acquatiche d |