IL CINEMA DELL'APOCALISSE

ANATOMIA DEI DISASTER MOVIES

di Mario Bonanno


1.  AVVISAGLIE 

Lo squalo ha  marchiato, col sangue  e nel sangue, la mia passione cinefila. Le ha impresso cicatrici nero abisso. Tracce di un'attrazione pericolosa: quella per il thriller e il piacere della paura.

Bisogna che ne prenda atto: i miei gusti cinematografici non sono stati più gli stessi dal giorno in cui ho assistito alla proiezione de Lo squalo. E a dire il vero nemmeno le mie nuotate in mare aperto sono più quelle di una volta.

Il mostro veniva fuori dallo schermo. E dalla baia di Amity a qualche zona oscura del mio inconscio il balzo è stato dannatamente breve. Il film di Spielberg mi ha indicato la strada: scimmie giganti, valanghe, inarrestabili lingue di fuoco, costituiscono - da allora - le mie private madeleines dello spirito.

Mi piace il cinema delle masse atterrite. E l'immanenza del pericolo che incombe sul pianeta.

L’ansiogena epifania - al ritmo incalzante ed ipnotico dei tamburi indigeni - del King Kong delaurentiisiano.

L’implacabile vendetta consumata tra le isole di ghiaccio dell’Orca assassina.

La tensione attanagliante di Black Sunday - il dirigibile dirottato che sorvola minaccioso lo stadio gremito.

Le avvisaglie telluriche in sensurround di Terremoto.

Retaggi di visioni precoci e seducenti

Volete mettere il piacere, tutto visivo, di un totale con grattacielo in fiamme? Di una moltitudine in fuga da uno sciame di api assassine? Di un Boeing inabissato nella fossa delle Bermuda?

Niente (o quasi) a che vedere con l'arte. Piuttosto un abbandono catartico. Un ritorno alla meraviglia dello sguardo infantile. E  alla sensualità  della visione.

Un rito baracconesco e collettivo. Lo stesso per il quale sediamo urlanti di piacere-paura dentro al carrello lanciato in corsa nell'otto delle Montagne russe.

Il cinema dei disastri va assunto per ciò che è. Le sue valenze sono labili e sottese come in certe storie di fumetti dal sapore vagamente reazionario.

Le emozioni (nei casi migliori) di grana grossa. E risiedono, suppergiù, dalle parti dello stomaco. 

 

Questo lavoro è dedicato al catastrofico cinematografico in genere. 

Un filone - segnatamente holliwoodiano - riesumato. in questo transito di millennio sulla scorta di immancabili suggestioni apocalittiche.  

Perchè succede che a volte ritornino. La furia dei venti in digital sound targata Crichton (Twister). Il fulgore sinistro della fiamma in un interno metropolitano (Dayligh - Trappola nel tunnel). Il terrore ad alta quota (Turbulence), come da stereotipo aereoportuale. Il disastro in mare aperto (Titanic). E quello pedemontano (Dante's Peaks e Vulcano) .

Il catastrofico cinematografico rinasce dunque dalle sue ceneri. E richiama dal rimosso paure ancestrali. Terrori che ci sembrava (si sperava?) esserci lasciati per sempre alle spalle. Invece aspettavano soltanto di essere (ri)evocati.

Perchè c'è stato un tempo in cui l'orrore ha abitato il cielo, la terra  e sotto i mari.

Il decennio cinematografico '70/'80 è stato il tempo della  distruzione. E il cinema dei disastri ha fragorosamente investito di sè le sale di tutto il mondo.

Imperversando col suo ibrido immagginario di tematiche e suggestioni B-movie ipertrofizzate in chiave mainstream dall’industria holliwoodiana. 

Un microcosmo di genere - affollato da buoni-buoni e cattivi-cattivi, vigliacchi ed eroi, da belle troppo belle e bestie troppo bestie per passare per veri - che rimanda a una visione ontologica unidimensionale. Didascalica. Manichea. Ma - forse anche suo malgrado - terribilmente affascinante. E con qualche valenza sottesa su cui vale la pena soffermarsi. Se non altro per tentare di farne memento storico. Da mandare in archivio di costume. Insieme con le camice a fiori e i pantaloni a zampa d’elefante dell’epoca.

Quella che segue è dunque una breve introduzione al disastroso filmico di quel fantastico decennio. Con qualche straripamento - per vicinanza ideologica o in caso di sequel - nella prima metà degli anni Ottanta; e l’inclusione - obbligatoria - del (sotto)genere faunistico, làddove gli animali - preistorici, terrestri e marini - diventano gli artefici del rovinare degli eventi verso coordinate cinematogtrafiche di tipo apocalittico, o comunque di panico collettivo.

La scelta dei film riportati nel testo è stata operata muovendo - dunque - da un comune denominatore: quello della Minaccia indiscriminata (qualunque essa sia, da qualunque soggetto provenga) perpetrata ai danni di un nucleo indifeso di  persone. Di una città, di una folla.

Per questo motivo sarà dunque possibile trovare inseriti tra i catastrofici titoli come il già citato Black Sunday, Il branco, o lo stesso Squalo, comunemente ascritti all'interno di altri generi.

Il cinema ha molte anime e diverse maschere. Quella spettacolare sic et simpliciter crediamo sia la più vecchia.

Ma,  in fondo in fondo, ancora gli si addice.

 

2.  GLI ELEMENTI DEL DISASTRO

 

I disaster movies mettono in scena la forza primeva di una Natura poderosa e ancestrale. Violenta e - per questo - seducente. Rispondendo a un'idea di cinema - e di racconto cinematografico - come  prova ontologica: il pianeta - o la sua rappresentazione traslata di villaggio, di città  -  assunto come teatro biblico; il territorio esistenziale predisposto al cimento per conseguire la dannazione  estrema o invece il riscatto.

Il confronto/scontro con un’immanenza di origine metafisica viene a costituire così - in prima analisi - il filo rosso di larga parte dei catastrofici del decennio preso in esame.

 

Il cinema delle catastrofi è un genere nato impuro. Contaminato. Contiene topoi del mèlo, dell'action movie, del cinema avventuroso e di fantascienza. Arduo tracciarne coordinate rigorose. A rigido compartimento stagno.

Quello che emerge con evidenza maggiore è piuttosto la sua estrazione corale. Il disastroso filmico è un cinema di moltitudini atterrite. Di crolli e di effetti speciali. Cinema di vetusti (e in fondo nobili) antesignani: il treno in corsa dei fratelli Lumière che investe dallo schermo spauriti e ingenui spettatori d’inizio Novecento, costituisce in traslato, il primo esperimento di rappresentazione simbolica di un diffuso timor vacui, collettivo e irrazionale

Quello stesso terrore che, verso la metà degli anni Settanta, troverà terrificante incarnazione negli squali e nelle orche assassine tracimanti dallo schermo.

La paura dell'ignoto (che è paura metafisica della morte, del nulla) è nata con l'uomo.

Il cinema, da sempre, ne ha mostrato la visione paradigmatico-evocativa, dando volto ai mostri dell’ inconscio comune.

La prima versione di King  Kong, da un soggetto originale di Edgar Wallace, è firmata da M. C. Cooper nel 1933.  Uragano resta un capolavoro inarrivabile di John Ford, datato 1937. San Francisco, di W.S. Van Dyke, inscenava il terremoto, già nel 1936.

Così come La grande pioggia, di Clarence Brown, nel 1939, restituiva la visione di un’India devastata dal monsone. E gli esempi potrebbero continuare.

 

Sulla funzione catartico-liberatrice della visione cinematografica si è indagato diffusamente. 

 Rispondendo al  bisogno ancestrale dell'uomo di confrontarsi con la paura, i disaster movies  mettono, artificialmente, in scena il terrore e le inquietudini risalenti all'infanzia  del genere umano.

Proponendosi nell'insieme (in quanto filone cinematografico) come sorta di corale memento mori, fragoroso e male educato, che (ri)conduce lo spettatore alla precarietà dell'esistere.

E' questa l'altra faccia - quella nascosta e più inquietante - del cinema-Luna Park dei crolli e delle devastazioni al plastico.

Se  gli  zombies della trilogia romeriana (La notte dei morti viventi, Zombi, Il giorno degli zombi) vanno assunti come la rappresentazione simbolica di un’umanità reificata a merce, i catastrofici del filone faunistico, i mostri - animali di tutte le specie - che distruggono, inarrestabili, le megalopoli del mondo (i Godzilla, i Gorgo, i King Kong, per citarne soltanto alcuni) diventano piuttosto gli eroi solitari di una Natura in rivolta  antindustriale.

Quasi sempre parti frankensteiniani di esperimenti fisico-nucleari falliti o degenerati. Oppure creature coatte, degradate a mostruosi fenomeni da baraccone dalla cinica macchina affaristico-capitalista.

Esiste, nei disasters, una vocazione inquisaitoria, sottesa alla patina apparente degli effetti speciali.

La disaffezione umana alla causa ecosistemica è un congegno autodistruttivo a tempo e il cataclisma ne rappresenta l'effetto devastante.

Per cui il disastro, la catastrofe,  diventa anche flagello divino. La punizione che spetta a un genere umano sempre più sordo alla rettitudine morale.

La risposta del cielo alla cattiva coscienza di un uomo-Icaro e privo di scrupoli, che ambisce di piegare lo spirito primevo di Madre Natura alle leggi meccanicistiche e di profitto.

Il genere dei disastri è reazionario e moralistico e lo dà, scopertamente,  a vedere.

 

Il catastrofico è  un cinema di “caratteri” a dimensione unica. Affollato da integerrimi e corrotti. Santi e peccatori. Innocenti  e colpevoli. Ritratti-stereotipo di un'umanità varia e fumettisticamente schematizzata: chi da una parte chi dall'altra sui fronti  opposti del Bene e del Male, a  fronteggiare un evento che ne mette  a repentaglio l'esistenza.

Per le sue caratteristiche di reiterazione tematica e - assai spesso - contestuale, il genere è governato da regole fisse e ripetitive. Denominatori comuni che ne sanciscono le coordinate:

-         L’ introduzione didascalica ai principali characters e alla loro sfera psicologico-affettiva;

-         La funzione simpatetica dei ruoli secondari (attempati signori/e predestinati  all'immolazione, uomini senza scrupoli dai molti scheletri negli armadi, bambini immancabilmente curiosi o piantagrane, ecc.);

-         La caratterizzazione schematica dell'eroe di turno (poliziotto, scienziato, pilota di jumbo, ecc.);

-         La (com)presenza nel cast di stars di grande richiamo (Paul Newman, Charlton Heston, Henry Fonda,  Richard Harris, Richard Widmark, per citarne soltanto alcuni, si sono tutti cimentati col disastroso  in genere);

-         Il climax mozzafiato della vicenda, anticipato dal crescendo degenerativo di micro segnali drammatici (scosse di terremoto, scintille, comandi difettosi, prime manifestazioni del mostro ecc.) ;

-         La costante situazionale del plot (condizione di normalità alterata da un                          accadimento imprevisto e disastroso);

-         Il lieto fine obbligatorio (funzionale all’esorcismo collettivo della paura);

-         Il largo impiego di trucchi ed effetti speciali (grande curiosità suscita, nel 1975, il sistema sensurround  che in Terremoto consente allo spettatore di trovarsi, acusticamente, al centro dell'azione del film).

Sulla scorta di varianti di carattere esclusivamente tematico è possibile suddividere il catastrofico in tre ampi sotto-filoni:

-         Filone catastrofico in senso stretto

-         Filone dei disastri

-         Filone degli animali-killers

 

3. Catastrofi più o meno naturali

 

La natura - umiliata e offesa - si ribella. Liberando il suo potenziale primigenio e distruttivo.

Il mare e la terra si rivoltano all'uomo. La montagna lo investe. Soffiano venti dalla forza devastante. Dall'universo piovono meteore vaste quanto un continente.

Le grandi aree urbane, degenerate in Gomorre capitalistiche, sono il bersaglio prediletto di una Grande Madre vendicatrice. Longa manu  di un Dio biblico implacabile. Che non perdona.

Il denaro di tutto il mondo non basta a garantirsi l'immunità. La morte non sa leggere. E non fa distinzioni. Anzi, se costretta a scegliere, quantomeno nei catastrofici, predilige i cinici e i potenti della Terra.

Muore da vigliacco, l'avido e pressapochista costruttore de L'inferno di cristallo.

Muore, in Valanga, l'affarista senza scrupoli che ha costruito l'impianto sciistico in barba alle leggi e all'ecosistema naturale.

Annega, ucciso dal cataclisma, l'ingiusto governatore americano in Urgano.

 

E' una Natura ristabilizzatrice di equilibri etici quella che imperversa nei disaster movies anni '70.

Una Natura giustiziera che fa sì che i conti tornino sempre. E' impossibile che un cattivo - a meno che si sia redento nel corso della vicenda - possa farla franca. Dopo mille fughe, crolli e distruzioni, le gerarchie morali vengono ristabilite: gli eroi (e le eroine) hanno superato la prova e conseguito la salvezza. I malvagi hanno avuto quel che meritavano.

Il lieto fine - per quanto improbabile possa apparire - è compreso nel prezzo del biglietto. In ogni caso.

Le sequenze conclusive di molti catastrofici sono panoramiche ruffiane fra stremati sopravvissuti. Corali affollatissime di barellieri e vigili del fuoco, in uno scenario apocalittico di macerie e rovine. Campi e controcampi di volti estenuati con lacrima in punta di ciglio.

Il senso ultimo dei disaster movies risiede nel solidarismo. Nell’afflato umanitario che corre tra gente “per bene” scampata alla catastrofe.

Il messaggio è rassicurante. Strizza l'occhio allo spettatore. Sollecita l’applauso liberatorio, che arriva - quasi sempre - con l’happy end. Si tira il fiato. L'esorcismo collettivo è compiuto.

 

L'inferno di cristallo, di John Guilliermin, nel 1974, inaugura, immaginificamente il filone.

 

La “Casa di cristallo” è un capolavoro di architettura e tecnologia moderne. Un edificio di sessantasei piani in vetro e cemento che domina la città. Il clima natalizio, la neve che comincia  a cadere, conferiscono un ulteriore tocco di magia all’imponente costruzione.

Ma la sera dell’inaugurazione una scintilla scoppiata per caso provoca un incendio che trasforma il grattacielo in un inferno. Per oltre trecento persone, ospiti della festa, la vita diventa la posta in gioco.

Il pericolo, si sa, cambia gli uomini, così l’impiegato modello diventa ladro, l’anziana zitella si prodiga, a rischio della vita, per salvare tre bambini, l’omosessuale si comporta da eroe. L’architetto che ha visto il suo progetto iniziale manipolato e trasformato in una “trappola per topi” assiste all’agonia dell’edificio e contribuisce in parte a distruggerlo. Il costruttore privo di scrupoli è posto di fronte alle estreme conseguenze.

Il film segue le vicende dei singoli, delle famiglie, delle coppie irregolari, delle molte persone coinvolte nell’incendio o nel salvataggio. Eroismi e vigliaccherie, amori in tutte le salse - filiali, coniugali, in crisi e finanche senili - si susseguono  in un crescendo di passioni e di fuoco.

 

Il film - da buon capostipite di genere - detta i topoi che, nel bene e nel male, caratterizzeranno a seguire tutto il cinema delle catastrofi: la spettacolarizzazione degli eventi disastrosi, il bozzettismo psicologico dei vari characters, la pretestuosità di certe situazioni, il cast affollato di attori di grande richiamo, il sensazionalismo dei flani pubblicitari che annunciano: “L’avventura più spettacolare del secolo”.

Autentica seduzione per lo sguardo, lo spettacolo delle fiamme che avviluppano nella notte il colosso di ferro e cemento. La regia è robusta. La recitazione pure.

L’inferno di cristallo è stato uno dei maggiori successi del decennio. Ha vinto tre Oscar (montaggio, fotografia e canzone), diventando sinonimo di films sulle catastrofi.

 

Terremoto, di  Mark Robson, - lo stesso anno - sceglie ancora una metropoli (Los Angeles) come teatro del disastro. Le vicende personali di un nutrito gruppo di protagonisti si intrecciano e si confrontano, stavolta, con la tragedia tellurica.

Non c’è molto altro da aggiungere: sullo sfondo del cataclisma annunciato gesti eroici e viltà piccole e grandi si succedono con gran dispendio emotivo (quantomeno nelle intenzioni degli autori).

Squarci di humor a buon mercato alleggeriscono - in parte - la tensione scaturita dall’incalzare drammatico degli eventi, contribuendo, altresì, alla caratterizzazione di alcuni personaggi. Comparsata di Jack Lemmon in veste di mosca da bar. Brillo e - per questo - del tutto indifferente alla catastrofe che gli si scatena attorno.

Il nuovo sensurround - l'effetto "vibrazione" che consente allo spettatore di entrare sensorialmente nel climax della vicenda - promette emozioni senza precedenti: “Vi sembrerà di trovarvi in mezzo ad un vero terremoto, con tutti i suoi effetti”, minacciano i flani italiani.

Per cui la direzione del cinema spesso e volentieri “non si assume alcuna responsabilità per eventuali reazioni fisiche e emotive che gli spettatori dovessero avere assistendo a questo spettacolo“.

L’intreccio - esilissimo - è quindi allestito ad hoc, proprio in funzione dello spettacolo straordinario della devastazione, che l’innovativo sistema sonoro restituisce quasi “dal vivo”.

L'Oscar per gli effetti speciali è più che meritato. Pochi altri pregi.

 

Ancora fuoco a volontà, stavolta sulla Grande Mela, nel programmatico 1975: fiamme su New York che Jerry Jameson dirige cavalcando l’onda del successo clamoroso de L’inferno di cristallo.

Reiterati dejà vù e un’effettistica non all’altezza del predecessore contribuiscono all’oblio quasi immediato della pellicola. Anche se i soliti flani si producono negli allarmismi canonici, che hanno segnato un’epoca cinematografica.

Il nuovo effetto stereofonico “Supervideo round” a sei piste vi farà seguire con estremo verismo le sequenze più drammatiche di questo film. Vivrete ciò che vedrete”, strombazzano.

Ma il film resta un onesto - e costoso - B-movie stelle e strisce. Niente di più.

 

Al genere fiamme & suspence appartiene, ancora, Il colosso di fuoco, diretto nel 1976 da Earl Bellamy, che segue pedissequamente il canovaccio drammatico inaugurato con esiti molto più soddisfacenti da The towering inferno di Guillermin. La pellicola mantiene quello che il titolo promette: un colossale incendio la fa da protagonista per i due terzi della durata del film.

L’unico spettacolo degno di menzione resta, così, quello delle fiamme che travolgono ogni cosa. Ardimenti e paura come da copione, e il crepitare fragoroso del fuoco su tutto

Gli incendi, al cinema, sono fotogenici. Hanno un fascino luciferino che ne costituisce il punto di forza.

 

Nel 1977 L' ultima onda, di Peter Weir, opera uno slittamento del filone verso anomale coordinate magico-apocalittiche.

 

David Burton è un tranquillo avvocato di Sidney, tutto dedito al lavoro e alla bella famigliola - la moglie Annie e le figliolette Susan e Grace.

Quando la polizia accusa alcuni aborigeni di avere ucciso uno di loro, certo Billy Corman, il reverendo Burton, padre di David, lo convince ad  assumerne la difesa; nonostante il legale non sia solito accettare cause penali.

Per meglio difendere i suoi clienti, David chiede informazioni a Chris, un aborigeno che lo mette in contatto con l'anziano e misterioso Charlie.

Frattanto in Australia si succedono, con frequenza sempre maggiore, fenomeni naturali del tutto insoliti ed inquietanti: piove col sereno, grandinano chicchi colossali, dal cielo scendono petrolio e ranocchi; e il giovane avvocato fa dei sogni angosciosi che gli trasmettono come la sensazione di avere già vissuto in altra epoca.

Chris, dal canto suo, non contribuisce certo a renderlo più sereno, e assai spesso gli chiede se non sia un "mulkurull”, cioè uno di quegli esseri che compaiono ciclicamente sulla Terra per annunciare la fine di un'era e l'inizio di un'altra dopo una immane catastrofe.

David, frattanto, perde la causa e, dopo avere cercato di mettere in salvo la famiglia, penetra nei sotterranei, dove gli aborigeni metropolitani hanno conservato i segreti della loro ancestrale cultura, per scoprire quanto sta per accadere.

Uscito dalle fogne, assiste al sorgere di una enorme ondata che porrà fine alla vita attuale.

 

The last Wave completa il dittico weiriano sull’insolito, inaugurato l’anno prima con il magnetico Picknik ad Hanging Rock.

L’ultima onda è un film buio, piovoso. Ammaliante. Alte le suggestioni e i livelli di lettura. La metropoli australiana - grattacieli e strade ampie -  nasconde un’entità metafisica e tumorale in quei meandri segreti dove il tempo si è arrestato all’era delle tribù aborigene. Il viaggio in cui Richard Chamberlain viene inconsapevolmente precipitato è, così, un viaggio iniziatico e sapienziale all’interno dei misteri della Natura che nessuna civiltà industrializzata potrà mai fronteggiare e penetrare del tutto.

Claustrofobico ed inquietante. L’apocalisse verrà dal Continente Nuovissimo.

 

E’ nel 1978 che Valanga, di Corey Allen, riporta il genere entro i canoni più tradizionali della natura scatenata.

La storia ricalca fedelmente il canovaccio classico del catastrofismo cinematografico.

 

Superando ogni sorta di intralci, burocratici e non, e abbattendo un gran numero di abeti, il "duro" David Shelby ha costruito, in una zona di montagna, un grande albergo con annessi impianti per sciatori e pattinatori.

Un suo amico ecologo, il fotografo Nick Thorpe, è convinto che a causa del dissennato disboscamento la zona sia esposta al pericolo delle valanghe. Il giorno dopo l'inaugurazione, cui ha partecipato anche l'ex moglie di David, Caroline, lo schianto di un aereo contro una montagna provoca il disastro previsto da Nick.

Un'immensa valanga uccide sciatori e gitanti e si abbatte contro l'albergo, demolendone un'ala. Del disastro resta vittima anche la madre di David, che muore precipitando con l'autoambulanza in un burrone.

Caroline, che l'accompagnava, è soccorsa e salvata da Shelby. Costui, convinto ora che la colpa dell'accaduto sia sua, respinge l'offerta di Caroline di tornare accanto a lui.

 

Scontato e ripetitivo oltremisura, il film riflette in negativo tutti i limiti di un filone che comincia decisamente a mostrare la corda. I dialoghi sono abusati, le situazioni fiacche e banali. Anche gli effetti speciali non sono granchè.

La presenza di Roger Corman alla produzione non basta ad evitargli un meritato flop al botteghino. Il pubblico, sopravvissuto a terremoti e inferni di fiamme e di cristallo, sembra proprio non volerne sapere più.

Noioso, nonostante la neve

 

La stessa (ben misera) sorte - a dispetto del cast stellare -  tocca a Meteor, di Ronald Neame. Stesso anno, stesso, clamoroso, insuccesso.

 

Una  gigantesca meteora sta per schiantarsi sulla Terra. Un abile scienziato americano ha "inventato" missili  atti a  prevenire simili disastri. Peccato che invece che sullo spazio le armi siano puntate sull'URSS.

Occorre pervenire in fretta a un rapido disgelo fra le due superpotenze per il bene dell'umanità intera.

 

Meteor si apre con un proclama stentoreo, stile fantascienza di serie B anni ’50 (una voce fuori campo introduce lo spettatore all’argomento del film), prosegue fra fiumane di noia e finisce in gloria, con un happy end tanto edificante quanto fumettistico e zuccheroso.

Ronald Neame prova a mescolare insieme catastrofico e fantascientifico in un film a tesi buonista che - forse per questo - non riesce a mordere e a convincere del tutto: le divisioni politiche vanno abbandonate per il bene del pianeta. Alquanto improbabile (in quegli anni).

Nemmeno Sean Connery ci crede. E si vede.

 

E’ il 1979 quando il catastrofico offre decisamente del suo peggio con Uragano, di John Troell.

Dino De Laurentiis prova a (ri)dar fiato a un genere ormai logoro, confezionando un remake di cui, onestamente, non si avvertiva alcun bisogno.

L'originale, del resto, era da cineteca: Uragano, di John Ford, anno di grazia 1937.

 

Nell’isola di Pao Pao (Polinesia), il governatore americano contrasta in tutti i modi l’amore sbocciato tra sua figlia e un giovane principe indigeno; arrivando persino a farlo imprigionare.

Riuscito ad evadere dal carcere - grazie anche all’aiuto della bella fidanzata - l’aitante nativo fa appena in tempo a ricongiungersi con l’amata che deve fare i conti con un terribile uragano che spazzerà via ogni cosa sull’isola, governatore compreso, risparmiando - bontà sua - soltanto i due giovani innamorati.

 

Prendete l’esotismo melenso di Laguna blu, aggiungete un tocco dell’algida “captatio benevolentia”dei depliants turistici, scekerate il tutto con venti minuti fracassoni di effettistica speciale, ed avrete questo film, manierato e soporifero che più soporifero non si può.

Si salva Henry Fonda nei panni (insoliti) del cattivo papà.

Con la figlia che si ritrova - una Mia Farrow bella e impassibile - del resto, non è che abbia tutti i torti.

 

Città in fiamme, diretto da Alvin Rakoff, esce lo stesso anno riproponendo il rosso - fuoco - come colore dominante del film. La trama è poco più che un pretesto, ma la pellicola si lascia comunque vedere.

 

Un dipendente di una raffineria di grezzo, ingiustamente licenziato, vuole vendicarsi e appicca un incendio che si propaga fino all’abitato di una città canadese. Seguono esempi di abnegazione, eroismo e viltà, opportunismi, drammi e passioni. L’incendio sarà infine domato.

 

Henry Fonda, Shelley Winters, Ava Gardner, Leslie Nielsen contribuiscono - con mestiere - a sostenere una storia piccola e fragile, perdipiù massicciamente inflazionata.

Rakoff dirige in funzione quasi esclusiva dello spettacolo e degli effetti speciali. E riesce nello scopo. Elegiaco con fiamme.

 

E' la montagna che, nel 1980, torna a far paura con Ormai non c' è più scampo, kolossal sprecato a firma James Goldstone.

 

Katalen, uno degli ultimi paradisi ancora intatti che punteggiano l’oceano Pacifico, è divenuto il rifugio preferito di ricchi magnati e belle donne al loro seguito.

E’ in quest’oasi di quiete ed esotismo che Shelby Gilmore decide di costruire un altro albergo della sua famosa catena, proprio alle pendici del vulcano Mona Nui, inattivo da secoli.

Accompagnato da alcuni amici si reca, quindi, sul posto per controllare i lavori di costruzione dell’albergo.

Hank Anderson, un ingegnere minerario, impegnato in una serie di ricerche petrolifere sull’isola, frattanto, ha scoperto un’anormale attività dei sismografi e preme per un’immediata evacuzione della zona.

Come al solito nessuno gli dà ascolto. Gilmore e il suo socio Spangler perchè temono di vedere sfumare il loro affare, gli stessi uomini di Hank perché non vogliono rinunciare al premio assicurato loro per ogni perforazione.

A parte Anderson nessuno dà l’allarme. Il vulcano può agire indisturbato e tra intrighi personali e spietati interessi si consuma l’inevitabile tragedia.

 

La denuncia ecologista è diretta, in questo caso, contro le trivellazioni petrolifere che risvegliano l'attività di un vulcano addormentato da secoli.

La manfrina è la solita, quella sull’umanità cinica e corrotta e sull’ecosistema violentato. Lava e tremori investono ogni cosa, compreso il lussuoso albergo per vip.

Paul Newman, specializzato nei ruoli di buono, è l’ingegnere senza macchia e senza paura che si prodiga per salvare il salvabile. Che in questo film è davvero molto poco.

Profluvio di fuoco assassino a parte.

 

4. DISASTRI IN CIELO, PER MARE E PER TERRA

 

Si tratta del sottogruppo più impuro  e contaminato del filone.

Confinante (ma in maniera anche intrinseca) col thriller, la fantascienza, l'horror (addirittura!), come nel caso de Il tocco della medusa.

Il Male (il cataclisma) che nei catastrofici in senso stretto, diventa, per lo più, la risposta-punizione  divina  a  certo superomismo di matrice capitalistico-borghese, è qui, invece, frutto consapevole di scelta umana deliberata e delirante.

Risultato perverso di una volontà di potenza  degenerata in catastrofe collettiva.

Psicopatici in cerca di consacrazione, terroristi, scienziati e militari accecati da sogni prometeici e pericolosi. sono qui gli artefici dello scatenarsi del dramma collettivo.

Basti il riferimento a films quali Cassandra Crossing, Panico nello Stadio, Black Sunday, Sindrome Cinese. E ancora Rollercoaster, Airport 77, Juggernaut.

La vita dell'innocuo cittadino (il tifoso, il passeggero di treni e arei, l'avventore di Luna Park), talvolta la sopravvivenza dell'umanità intera, sono poste in gioco dall'assoluto delirio di onnipotenza di soggetti privi di scrupoli, implacabili e spietati.

In fondo moderne varianti dei tanti scienziati luciferini di tradizione orrorifica.

In questi film il Male è mostrato allo stato puro. Senza giustificazioni di natura metafisica. Sostenuto da un substrato concettuale di origine pessimisticamente hobbesiana: l'uomo lupo azzanna e divora l'altro uomo.

Quando e come meglio può. 

Non c'è un Dio-castigatore a dispensare cataclismatiche e paradigmatiche punizioni. Le radici del peccato risiedono nell'uomo, nel suo sfrenato desiderio di auto-affermazione. Nella sua connaturata ed egotistica brama di potere, che un genere conservatore e moralistico come quello dei disasters  non poteva comunque non stigmatizzare.

 

La saga dei disastri aerei (quattro capitoli ufficiali) si apre con Airport di George Seaton, nel 1970.

 

Mentre al “Lincoin Airport” di Chicago i tecnici cercano di sbloccare un aereo incagliatosi, in seguito ad un'abbondante nevicata, su una delle poche piste agibili, un Boeing della Trans Global Airlines si leva in volo per Roma.

Proprio quando il velivolo è già in vista dell'oceano, a terra si scopre che a bordo viaggia un dinamitardo deciso a far saltare l'aereo perchè la moglie possa riscuotere un'assicurazione sulla vita.

Ricevuta via radio la tremenda notizia, il comandante Vernon cerca dapprima di disarmare l'uomo, poi di convincerlo a rinunciare al suo folle proposito.

A complicare di molto la situazione è l' isterismo incontrollato di un passeggero che provoca una parziale tragedia: la bomba, fatta esplodere, uccide il dinamitardo e ferisce gravemente una delle hostess.

Ma pur se danneggiato l' aereo è ancora in grado di volare e la perizia del pilota riesce a farlo atterrare all' aeroporto di partenza, sulla pista che i tecnici sono intanto riusciti a liberare.

Le condizioni della hostess, dalla quale Vernon aspetta un figlio, non sono tali da metterne in pericolo la vita. Tutto è bene quel che finisce bene.

 

Il fortunato canovaccio (inflazionisticamente ripreso, con varianti davvero minime, nei tre episodi successivi della serie aeroportuale, ma non solo) del folle che a bordo di un Boeing  fa scoppiare un ordigno esplosivo, suscitando l’ovvio terrore tra i passeggeri,  appare qui nella sua prima stesura.

Il film di Seaton si colloca all'interno del filone disastroso per i caratteri tematico-formali che possiede: il contesto  fortemente drammatico come terreno di scontro-confronto fra caratterialità diverse; l'ottimo cast (Burt Lancaster, Dean Martin, George Kennedy, Jacqueline Bisset); i notevoli effetti speciali, il ritmo serrato.

La storia è tratta da un mediocre romanzo di Arthur Hailey, specialista in thriller corali ad alta tensione (Black Out, Hotel).

Quasi un film manifesto. Emblematico.

 

Airport 75  nasce dal tentativo di rinverdire i fasti del film precedente.

 

Il jumbo-jet “Columbia 409”, con 120 persone a bordo, partito da Washington per Los Angeles, a causa delle cattive condizioni atmosferiche viene dirottato verso l'aeroporto di Salt Lake.

Mentre sono già iniziate le operazioni di avvicinamento, un aereo privato da turismo, il “232 Zulu”, viene a sua volta indirizzato verso lo stesso scalo.

Il solitario pilota di questo aereo, vittima di una crisi cardiaca, ne perde il controllo e va a disintegrarsi contro la cabina di comando del Boeing 747 provocandone un largo squarcio sulla fronte sinistra.

Morti per l'incidente il secondo pilota e il marconista, gravemente ferito il capitano, la guida passa nelle mani della capo-hostess Nancy.

Il direttore della compagnia “Columbia”, Alan Murdoc, che è il fidanzato di Nancy, e un altro dirigente, Mr. Patroni, che ha sull'aereo la moglie Helen e il figlioletto Joseph, si prodigano per aiutare via radio l'improvvisata pilota e poi, per mezzo di un elicottero militare superveloce, riescono a immettere Murdoc nell'avariato gigante dell'aria.

 

Alcuni buoni momenti (l'incipit quasi in sordina - come in ogni buon thriller che si rispetti -, la collisione tra i due aerei, il tentativo volante di Charlton Heston di penetrare nella cabina di pilotaggio del Boeing) si succedono ad altri di ordinaria amministrazione catastrofica.

Indimenticabile Karen Black, eroina di turno nei panni improvvisati di pilota del colosso dell’aria ferito a morte. Charlton Heston è un Ben Hur in divisa da pilota: bello, forte e coraggioso. Siamo, come si vede, dalle parti del fumettone animato. Ma di quelli che piacciono al grande pubblico. Senza infamia e senza lodi. Si è visto senz’altro di peggio.

 

Sull’onda del successo planetario dei primi due Airport, esce, nel 1976, Terrore a 12 mila metri: ennesimo thriller aereonautico, diretto da Robert Butler, che non aggiunge nulla di nuovo ai canoni soliti della saga.

 

Un aereo, in volo da Los Angeles a New York, è costretto a dirigersi su Chicago per il maltempo.

A bordo, oltre all'equipaggio, viaggia un detenuto il quale riesce ad impadronirsi della pistola del poliziotto che lo accompagna, seminando il terrore tra i passeggeri.

 

Quasi un tv movie che offre, in fondo, quello che lo spettatore si aspetta. Incidente ad alta quota e  conseguenziali situazioni drammatiche come pretesto di indagine varia (ed eventuale) sulle psicologie dei personaggi. More solitu.

 

Il terzo Airport viene girato e distribuito nel 1977.

Il plot (ri)propone - tanto per cambiare - in chiave altamente spettacolare le sfortunate vicissitudini di un lussuoso aereo privato che, causa  un sabotaggio, precipita in fondo all'oceano.

I flani pubblicitari sono ansiogeni, studiati ad hoc per sollecitare le corde emozionali dello spettatore: “Aereo scomparso nel Triangolo delle Bermude…passeggeri ancora vivi…intrappolati sott’acqua…”.

 

Il signor Philip Stevens, anziano miliardario, in occasione della inaugurazione di una sua villa-museo, ha convocato un gruppo di amici e familiari che viaggiano sul “23 Sierra”, un Jumbo elaborato in modo da farne una sorta di lussuosa nave del cielo.

Sull'aereo prendono posto tra i passeggeri Lisa, figlia di Stevens, e il piccolo Benji, nipote dello stesso, nonchè i coniugi Karen e Martin Wallace e molte altre personalità. Il comando dell’aereo è affidato a Don Gallagher la cui fidanzata, Eve Clayton, è a capo del personale d'assistenza.

Nell'intento di rubare i numerosi quadri di valore trasportati, il secondo pilota e alcuni suoi complici si impadroniscono del “Sierra” e lo dirottano verso l'isola S.Giorgio, dopo avere narcotizzato equipaggio e  passeggeri.

Presa una quota troppo bassa per evitare i radar, il dirottatore urta con un motore e perde il controllo del velivolo che cade in mare.

Mentre le autorità organizzano le difficili ricerche, Gallagher, neutralizzato il proprio secondo, con forza e perizia controlla la situazione e raggiunge la superficie marina da dove coopera alle operazioni di salvataggio.

 

Airport ’77 è spettacolare. Teso. Ben diretto. Un film che evoca gli elementi naturali (aria, acqua, fuoco), e ne fa proprie le dinamiche. Peccato, ancora una volta, per l’unidimensionalità di alcuni personaggi. Ma fa parte delle regole del gioco.

Le belle riprese subacquee costituiscono la variante di richiamo di questo terzo capitolo dell’epopea aereoportuale, rispetto alla reiterazione delle costanti generali.

L'operazione di salvataggio è di quelle ad alto rischio e ad elevato tasso di implausibilità (la carlinga dell'aereo agganciata a dei robusti simil-palloni aerostatici). Però toglie il fiato.

Nel cast Jack Lemmon, Cristopher Lee, James Stewart, Lee Grant, Joseph Cotten, George Kennedy, giusto per gradire.

Angoscioso con giudizio.

 

New York-Parigi Air sabotage 1979, diretto da David Lowell Rich, si inserisce a pieno titolo nel filone delle tragedie aeree, e al probabile disastro provocato da un sabotaggio, si aggiunge, questa volta, il rischio di un contagio a bordo. Al peggio non c’è mai fine: paghi uno, prendi due.

I flani, dal canto loro, gufeggiano: “Doveva essere un volo inaugurale! Divenne la più grande tragedia della storia dell’aviazione civile mondiale!”.

Niente di nuovo sotto il sole. Volare fa davvero paura.

 

L'ultimo episodio - ufficiale - della serie è del 1980.

 

Un Concorde decolla dall'aeroporto di Washington diretto a Mosca, dove si svolgono le Olimpiadi. Il ricchissimo Kevin Harrison vuole abbattere ad ogni costo l'aereo sul quale viaggiano anche documenti che potrebbero rovinarlo.

 

Una pellicola che è quasi uno spot propagandistico per il nuovo (per allora) modello di aereo francese. Lo spettacolo funziona, i divi ci sono tutti (compreso Alain Delon sul viale del tramonto) ma non c’è molta differenza tra un film di questi tipo e un comune telefilm.

Al botteghino è andato male. Forse per il senso diffuso di dejà vu che investe personaggi e situazioni. Andrebbe sforbiciato di una buona mezz’ora.

 

Dopo il cielo, il mare. Per un trittico di catastrofi acquatiche di tutto rispetto.

L'avventura del Poseidon, diretto dallo specialista  Ronald Neame, è il racconto della drammatica odissea  dei soliti malcapitati passeggeri rimasti intrappolati all'interno di un transatlantico di lusso in odor di naufragio.

 

Il “Poseidon”, un vecchio transatlantico destinato alla demolizione, sta compiendo la sua ultima crociera nel Mediterraneo. Costretta dall' avidità dei suoi compratori, che vogliono risparmiare tempo e denaro, a muoversi a tutta forza, la nave incappa nella gigantesca ondata provocata da un terremoto sottomarino e si rovescia.

Il disastro uccide quasi tutti i passeggeri, colti mentre festeggiano l'ultima notte dell'anno. Si salvano soltanto poche persone, divise sul da farsi: alcuni, fidandosi dell'autorità rappresentata dal commissario di bordo, decidono di restare nel salone non ancora raggiunto dalle acque; altri preferiscono seguire il reverendo Scott, un energico sacerdote che, fedele al principio «aiutati, che Dio ti aiuta», si propone di raggiungere, risalendo i vari ponti e la sala macchine, la chiglia della nave. Lo seguono una decina di passeggeri: un ottuso poliziotto e sua moglie, una mite coppia di coniugi, una ragazza e il suo fratellino, un negoziante scapolo, una canzonettista e un cameriere di bordo.

Alcuni di loro, compreso padre Scott, periranno nel drammatico cammino verso la salvezza; gli altri, e saranno i soli in tutta la nave, riusciranno a mettersi in salvo.

 

Timore e tremore in alto mare, come da copione. La tensione monta col montare delle onde e dei minuti. Belle le scenografie capavolte. Puntuali le interpretazioni di Gene Hackman, nel ruolo del prete temerario, e di Ernest Borgnine, in quello di un poliziotto burbero ma simpatico: facce opposte di una stessa medaglia. Ci si commuove per il sacrificio - annunciato - di Shelley Winters, grassona con un cuore grande così.

L’avventura del Poseidon si aggiudica l’Oscar per gli effetti speciali e per la miglior canzone (The Morning After).

Un film riuscito, nel suo complesso. A rivederlo oggi appena un po’datato

 

Il sequel esce nel 1979, con il titolo programmatico de L'inferno sommerso. Dirige Irwin Allen (già produttore e coregista de L' inferno di cristallo e Swarm).

 

Il capitano Mike Turner, padrone dell'ipotecatissimo rimorchiatore “Jenny”, con l'aiuto dell'anziano mozzo Wilbur e con la forzata compagnia della giovane naufraga Celeste Whitman, raggiunge il relitto capovolto e non ancora sommerso del “Poseidon”, la nave da crociera misteriosamente naufragata nella notte di capodanno.

Quando Mike si appresta a scendere nel relitto, viene raggiunto dallo yacht del dottor Stefan Svevo che si immerge, a sua volta, con alcuni uomini.

Mentre  scoppi premonitori si succedono a bordo del transatlantico semisommerso, minacciando di farlo colare a picco da un momento all'altro, Mike e i suoi compagni trovano vivi e conducono con loro l'infermiera Gina Rowe, l'ambigua Suzanne, il signor Harold Meredith e la moglie Hannah, il signor Frank Masetti e in figlia Teresa, il vicecambusiere Tex e l'ascensorista Larry.

Nel frattempo, però, la spedizione viene complicata dalle losche manovre di Stefan Svevo il quale, dopo essere stato la causa dell'avaria del “Poseidon”, ora tenta di recuperare le casse di plutonio che vi sono nascoste. Alcune persone muoiono e Mike, salvo grazie al sacrificio dell'amico Wilbur, si trova costretto ad usare le armi da fuoco, spalleggiato da Celeste e da Larry.

Il “Jenny” può così allontanarsi. Senza il carico di preziosi sperato, ma con delle persone che nel pericolo si sono trovate affratellate.

 

Adrenalinico. Spettacolare. Fracassone. Il cinema secondo Irwin Allen, autentico maestro del disaster movie.

L’inferno sommero ripropone - a cominciare dal titolo - personaggi e situazioni già sfruttate nel suo Inferno di cristallo mutandone (quasi) esclusivamente il contesto.

Un “arrivano i buoni”, tra flutti e sciabordii acquafobici ed un relitto pre-Titanic, costantemente in bilico sull’abisso. Ci sono luci e ombre, ma il film non annoia.

 

Il capitolo più convincente sulle sciagure marine porta la firma, nel 1974, di Richard Lester.

Ancora un transatlantico e uno psicopatico dinamitardo sono al centro della vicenda di Juggernaut.

 

Un artificiere lotta contro il tempo nel tentativo di disinnescare gli ordigni esplosivi che un folle terrorista ha collocato a bordo di un transatlantico di lusso.

Centinaia di passeggeri sono in pericolo, un uomo solo può salvarli.

 

Il pregio più evidente di Juggernaut è che riesce làddove altri films del filone hanno fallito: nel mantenere costantemente alto, cioè, il livello di attenzione dello spettatore. Le cadute di tono - se ci sono - sono davvero minime. E l’esito finale della vicenda non è scontato come altrove.

Sorretto dall'ottima vena di Richard Harris, nei panni del glaciale artificiere - che a pochi secondi dalla detonazione deve decidersi tra il cavo rosso e quello blu - e da una regia saggiamente funzionale alla storia, il film è uno di quei thriller mozzafiato che lasciano il segno. E si ricordano nel tempo.

 

I convegni di persone sono il bersaglio privilegiato degli attentatori.

Gli stadi diventano, per questo, teatro di altri due thrillers catastrofici firmati rispettivamente da Larry Pearce e Robert Aldrich.

 

Panico nello stadio (1976) è la cronistoria di un’ennesima partita sul filo di lana, che vede impegnati - stavolta - i servizi di sicurezza  americani, sulle tracce di un killer che, nello stadio di Los Angeles, vuole attentare alla vita del Presidente degli Stati Uniti durante un'importante partita di football.

 

Presso il “Memorial Coliseum” di Los Angeles stanno per incontrarsi le squadre della città ospitante e del “Baltimora” per l’attesissima finale del campionato nazionale di football. E' una splendida giornata domenicale e allo stadio accorrono centomila spettatori.

Il servizio d'ordine viene curato dal direttore stesso dell'impianto, Samuel McKeeler, fortemente preoccupato perchè, oltre due governatori di Stato e il sindaco di Los Angeles, sta per arrivare anche il Presidente degli Stati Uniti. A partita già iniziata, dalla cabina di regia televisiva viene segnalata la presenza di un ignoto, armato di fucile di precisione a ripetizione, appostato sulla torre più alta dell'impianto.

Il capitano Peter Holly, capo della Polizia del dipartimento, fa subito dirottare il corteo presidenziale e chiama sul posto il sergente Button con la sua Squadra Speciale che si dispone ad attaccare lo sconosciuto killer.

L'impresa si dimostra assai difficile perché il cecchino si trova protetto da una sorta di fortino di cemento e perchè si cerca di evitare il più possibile che si diffonda il panico tra la folla.

Ma a due minuti dalla fine della partita, il pazzo omicida inizia a sparare, gli spettatori impazziscono e le vittime aumentano.

 

Il pregio principale di Panico nello stadio sta nel tentativo di inquadrare i risvolti psicologici che un evento drammatico imprevisto sollecita in una folla di persone.

Le vicende campione che affastellano il plot servono ad esaltare, infatti, tempi e modi di reazione tanto dei singoli cittadini, quanto delle forze di polizia mobilitate nel tentativo di sventare la minaccia.

Il regista conosce bene il proprio mestiere e Chalton Heston, fra gli interpreti - ancora una volta - non si discute.

Corale con terrore.

 

Da un romanzo di fanta-poltica di Walter Wager, Robert Aldrich dirige, nel 1976, Ultimi bagliori di un crepuscolo, film nerissimo e senza vie d’uscita, in cui la catastrofe nucleare minacciata dai terroristi costituisce soltanto la versione spettacolare - e collettiva - delle tante micro-catastrofi interiori che affliggono le psicologie dei personaggi della storia.

 

Nell'ottobre 1981, il generale Lawrence Dell occupa la base missilistica n. 3 insieme al negro Powell e a Garvas.

Messosi in contatto con David T. Stevens, Presidente degli Stati Uniti successore di Jimmy Carter, l'ex generale impone di rendere di dominio pubblico il contenuto del documento segreto 9759 dove è spiegato come gli U.S.A. abbiano compiuta l'avventura del Vietnam e il conseguente «bagno di sangue» per dimostrare a Russi e Cinesi di non temere le soluzioni rischiose.

Mentre il Presidente, presa cognizione del documento, interpella febbrilmente i suoi stretti collaboratori, Martin Mac Kenzie, Comandante di Stato Maggiore privo di scrupoli, tenta la soluzione di forza.

Dell, accortosi del tentativo, mette in azione il dispositivo atomico della base 3 che consiste in nove missili “Titan” con testata atomica diretti verso altrettante città sovietiche.

Stevens, onde evitare lo scoppio di una guerra nucleare, si reca personalmente alla base 3 ove Dell ha fermato il conto alla rovescia a meno 8 secondi.

I ribelli si arrendono; ma verranno uccisi ugualmente, insieme al Presidente, dai cecchini di Mac Kenzie.

 

Apologo fantapoltico in puro stile aldrichiano, Ultimi bagliori di un crepuscolo è un fulgido esempio di cinema militante, sostenuto da una doppia dose di verve autoriale e di suspence, motivata dall’ethos di un regista sensibile all’incubo del pericolo atomico e dal senso di colpa per il coinvolgimento USA nella gurrra del Vietnam.

Burt Lancaster e Richard Widmark rappresentano, rispettivamente, la faccia  e la coscienza sporche di un sogno americano al suo crepuscolo.

Quando il disaster movie diventa pensoso e d’autore.

 

La costante del gruppo terroristico (siamo in un decennio di piombo, non va dimenticato) ritorna ancora nel 1977, come pretesto in un riuscito disaster movie di produzione italiana, firmato da George Pan Cosmatos: Cassandra Crossing .

 

Nel tentativo di fare esplodere una bomba nel palazzo ginevrino dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, due giovani svedesi, penetrati in un laboratorio segreto degli Stati Uniti in cui si studiano armi batteriologiche, contraggono una gravissima infezione causata da un virus sconosciuto.

Uno dei due attentatori, scoperto e ferito, muore, ma a causa del virus. L'altro fugge e si nasconde sul treno Ginevra-Stoccolma, sul quale viaggiano un migliaio di passeggeri. Accertata la sua presenza sul convoglio, il colonnello Mackenzie, dei servizi segreti americani, ordina che esso venga piombato e deviato verso la Polonia, in una zona attraversata da un ponte in disuso, il Cassandra Crossing.

Apparentemente l’intento di Mackenzie sembrerebbe quello di isolare il contagio: in realtà la sua reale intenzione, giacchè il ponte è pericolante, è quella di far scomparire il treno e con esso ogni prova a carico degli Stati Uniti.

Sul convoglio, però, viaggia anche un celebre medico, il dottor Jonathan Chamberlain, che dopo avere assistito i passeggeri (ne muoiono soltanto due, attentatore compreso; gli altri guariscono, perché il virus regredisce in fretta) intuisce il piano di Mackenzie.

Coadiuvato dalla moglie e da alcuni compagni di viaggio Chamberlain fa si che, spezzato il treno in due tronconi, almeno una parte dei passeggeri si salvi, mentre l'altra muore, come previsto dal colonnello, nel crollo del ponte.

 

Richard Harris, Sophia Loren, Burt Lancaster, Ava Gardner, Martin Sheen, fra gli altri, fanno parte del cast all-stars ingaggiato dall’italiana Champion per questo buon thriller dal ritmo serratissimo che coniuga - felicemente - insieme i generi catastrofico e spionistico.

Il film è stato liquidato dalla critica forse con eccessiva frettolosità. Non è un capolavoro ma il crescendo di tensione è costante.

Inoltre si simpatizza (quasi malgrè nous) con molti dei caratteri che popolano il film (il vecchietto che vende orologi, il tossico in cerca di riscatto, l'impavido Richard Harris, eroe-dottore e le sue gustosissime schermaglie con l’ex moglie Sophia Loren).

Anche il cattivo colonnello Richard Burton e la sua ottusa sottomissione alle ferree leggi della ragion di stato, non si dimenticano facilmente.

Uno dei disastrosi  più  hard  - e sottovalutati - del decennio. Da rivedere senza pregiudizi.

 

Rollercoaster - Il grande brivido (1977), di James Goldstone, sposta il terreno del disastro all'interno di un parco giochi americano dove un folle ha sabotato i binari delle montagne russe e un ispettore di polizia (George Segal) cerca di evitare la strage.

I flani di lancio del film, nel solito tono roboante promettono:“Un’emozionante e spettacolare caccia all’uomo che vi terrà col fiato sospeso fino all’ultimo minuto. Gli strordinari effetti del sensurround vi faranno sentire al centro delle scene del film come se voi ne foste gli autentici protagonisti”.

Rollercoaster - effettivamente - è un tour de force, lungo novanta minuti, tra i binari delle montagne russe più alte d’America. Il sistema sensurround - combinato alle vertiginose riprese in soggettiva dal carrello in corsa nell'otto volante - garantiscono allo spettatore adrenalina pura e la sensazione di vivere in prima persona le velocissime discese del Rollercoaster.

La corsa è anche contro il tempo, che gioca contro George Segal, poliziotto con baffo biondo alla Maurizio Merli, impegnato in una estenuante caccia all’uomo tra l’oceano di folla dei parco giochi USA.

Quando si dice cercare un ago in un pagliaio. Mozzafiato.

 

Black Sunday esce l'anno successivo, diretto da John Frankenheimer, da un bestseller di Thomas-Il Silenzio degli innocenti-Harris.

 

Un gruppo palestinese progetta una strage allo stadio di Miami in occasione della finale del campionato di football americano. Strumento di questo disegno criminoso è un ex pilota della marina americana, risoluto a vendicarsi di un terribile trauma subito in Vietnam.

Accanto a lui, nel clima saturo di tensione dei preparativi, c’è una donna la cui sensualità è pari soltanto al suo fanatismo politico.

Alla partita assiste anche il presidente degli Stati Uniti. FBI e servizi segreti israeliani sono in allarme.

 

Se il romanzo cui si ispira è avvincente, il film, certo, non lo è di meno.

I ritmi serrati imposti dal regista e i riferimenti politici all'attualità di allora (il conflitto israeliano-palestinese, fra tutti) contribuisco all’impronta di inquietante realismo di Black Sunday; quasi un documovie teso e ben diretto.

E del resto Frankenheimer (Il braccio violento della legge, L’esorcista) conosce il suo mestiere. I primi venti minuti - di introduzione alla vicenda - sono da antologia. Il finale è autenticamente mozzafiato: il dirigibile aereostatico grava sullo stadio come una sorta di squalo volante, deciso a vomitare sulla folla  il suo carico di morte.

Nota a margine: le sequenze degli inseguimenti automobilistici dirette da John Frankenheimer - fra cui quelle di questo film - hanno fatto scuola, diventando modello di riferimento di gran parte dei poliziotteschi all’italiana (e non solo).

Impegnato, d’autore.

 

Nel 1977 navigare è ancora sinonimo di affondare, nel fiacco disaster sottomarino diretto da David Greene, Salvate il Gray Lady.

 

Il sommergibile atomico “Neptune” della classe “Gray lady” sta tornandio alla base dopo un’uscita di esercitazioni, felicemente conclusa. L’equipaggio festeggia l’ufficiale in seconda che sta per rilevare il comando dal capitano Samuelson. Ma un mercantile norvegese sperona il “Neptune” che precipita a 450 metri di profondità. Un valoroso ingegnere cerca di portare in salvo l’equipaggio.

 

Gli effetti speciali da soli non bastano a sostenere una trama asfittica di colpi di scena. Dopo l’affondamento - spettacolare - del Neptune la noia comincia infatti a fare capolino e non va più via per il resto del film. Nemmeno l’eroico Charlton Heston, stavolta, riesce a tenere a galla la baracca.

Vedi alla voce Airport, 450 metri sotto il mare. Soporifero nonostante i marosi.

 

Il tocco della medusa (1977) si colloca tra il giallo parapsicologico e il catastrofico.

Burt Lancaster è lo scrittore cui è stato dato il dono di prevedere e causare disastri. Lino Ventura il poliziotto che - convinto di trovarsi di fronte all’ennesimo caso da risolvere in fretta - si imbatte, suo malgrado, nel soprannaturale.

 

Lo scrittore John Morlar, autore di opere imperniate sul potere delle forze del male, colpito da uno sconosciuto nella propria abitazione, è stato trasportato moribondo all'ospedale dove, con grande meraviglia dei medici, il suo cervello continua a dare segni di attività nonostante versi in una situazione di morte clinica in tutto il resto dell'organismo.

L'ispettore francese Brunel, a Londra per un periodo di scambio tra le polizie britannica e francese, incaricato del caso, con l'aiuto del sergente Duff, scarta ben presto l'ipotesi di una vendetta da parte di qualche  nemico di Morlar; quindi concentra la sua  attenzione sul diario dello strano personaggio e chiede informazioni alla psichiatra Zonfeld. Dapprima incredulo, un poco alla volta si convince che Morlar, in forza di poteri telecinetici, ha provocato catastrofi e si appresta a far crollare la Minster Cathedral sulla testa di fedeli e autorità, presenti in numero impressionante.

Brunel scopre anche che la Zonfeld, giunta alle sue stesse conclusioni, ha cercato di uccidere lo scrittore, suicidandosi subito dopo.

Mentre la cattedrale comincia irreparabilmente a crollare sulla folla, Brunel accorre all'ospedale per completare l'opera della dottoressa; ma anche se  privo di ossigeno e di sangue, il cervello dell’uomo “preconizza” ulteriori catastrofi connesse, stavolta, alla centrale atomica di Windscale.

 

Quello dei poteri telecinetici, utilizzati per recar danno al prossimo, costituisce una delle tematiche più ricorrenti nella cinematografia - e nella letteratura - horror (Carrie, Fury, Patrick, La zona morta, L’incendiaria, ecc.).

Il regista britannico Jack Gold ne ha tratto spunto per questo film costruito più come un giallo paranormale che un  disaster movie, ma che in alcune situazioni di fondo (l’aereo che si schianta contro un grattacielo, il crollo della chiesa stipata di fedeli) si appella al genere, nobilitandolo di una trama stratificata e - finalmente - originale.

.Il finale aperto, inoltre, inquieta e non lascia presagire nulla di buono. Il Male si appresta a colpire ancora.

 

Il tema - e la paura - della catastrofe nucleare fanno da motore, in chiusura e apertura di decennio a due disasters di tutto rispetto: Sindrome Cinese (1979), di James Bridges, e The Day After (1983), di Nicolas Mayer.

 

Una troupe di giornalisti televisivi sta preparando un servizio su una centrale nucleare. All'improvviso avviene un incidente che il personale addetto riesce a mantenere sotto controllo con molta difficoltà ed evidente preoccupazione. Un reporter riesce a filmare l'accaduto ma il direttore di rete si rifiuta di mandarlo in onda per paura delle possibili conseguenze giudiziarie.

Il giornalista decide, allora, di prendere contatto con l’ingegnere che ha diretto le operazioni di emergenza durante l'accaduto.

Si scopre in questo modo che la centrale non è più sicura e il disastro nucleare non è un’eventualità tanto lontana.

 

Di estrazione ideologica scopertamente antinuclearista, Sindrome cinese - prodotto e fortemente voluto da Michael Duglas - si avvale di una regia ben calibrata e della convinta interpretazione di due stars di conclamata fede democratica come Jane Fonda - nei panni di una coraggiosa giornalista - e Jack Lemmon - Palma d'oro a Cannes quale migliore attore - in quelli dell'attempato ingegnere-eroe.

Questa volta si fa il tifo per i buoni senza che affiorino, per questo, (buonisti) sensi di colpa.

I veri reazionari stanno tutti dalla parte del nucleare.

Un film di denuncia che - per una volta - non rinnega lo spettacolo. Emozionante.

 

The day after (Il giorno dopo) - film tv, solo in un secondo tempo adattato per il grande schermo – è pensato con intenti ammonitori e pedagogici, ma non disdegna il maquillage di effettistica holliwoodiana, risultando un prodotto di sufficiente presa, visiva e spettacolare.

 

Nella prima parte del film viene presentata la vita quotidiana di una tranquilla cittadina del Kansas, Lawrence, attraverso alcuni personaggi della middle-class. Vediamo il chirurgo infaticabile, padre e marito affettuoso, la casalinga intenta alle faccende di tutti i giorni, la ragazza che litiga con la sorella per il possesso di una scatola di pillole anticoncezionali, il contadino intento a sorvegliare il proprio bestiame, il militare di colore alle prese con problemi familiari, i soldati impegnati in ricognizioni di semplice controllo. Intanto la televisione dalle comuni avvertenze iniziali, trasmette, in un crescendo angoscioso, notizie sempre più allarmanti: l'equilibrio tra le grandi potenze sembra essere arrivato ad un punto di rottura, la crisi mondiale appare irreversibile. L'Urss ha attaccato l'Occidente invadendo la Germania.

Le notizie si fanno sempre più incalzanti: il governo di Washington dirama alla popolazione disposizioni di sicurezza, il tono dello speaker assume inflessioni concitate. Inizia la fuga disordinata della folla. Il panico colpisce l'uomo della strada, le domande si affollano senza possibilità di ottenere risposta.

Scatta l'ora X: dall'Urss e dall'America vengono emanati ordini di morte e dalle rampe sotterranee partono i missili a testata nucleare. Nella quiete di un giorno d'estate le sagome slanciate delle bombe atomiche si stagliano in un cielo azzurro e fermo, ultima visione d'incontaminata bellezza. Poi il terrificante boato ed i funghi atomici riempiono lo schermo.

Gli esseri umani restano dapprima paralizzati, come fermati per sempre in quell'attimo, poi svaniscono di colpo, dissolti in cenere, mentre tutto intorno è distruzione e rovina.

La seconda parte del film, il vero "giorno dopo", mostra quello che accadrebbe a Lawrence e al mondo nell'ipotesi di una guerra atomica: il ritorno di un Medioevo nucleare, con saccheggi, processioni di morti-viventi, appestati, assassini.

Il dottore, sopravvissuto alla strage, organizza un centro di assistenza nel suo ospedale e si prodiga per portare qualche aiuto a creature morenti o orrendamente deturpate. Tra tanti orrori viene al mondo un bambino, simbolo di una speranza che, nonostante tutto, rinasce nel cuore dell'uomo.

 

Un catastrofico doc. Con i pregi e i difetti dei catastrofici doc. Gli stereotipi del genere ci sono tutti e fanno - tutti - bella mostra di sé.

Sicuramente più riuscita la parte preparatoria all’esplosione atomica (di grande impatto visivo l’abbacinìo radioattivo delle testate nucleari di sfondo a una natura rappresa in una fissità mortale). Dopo si scivola nel già visto: sentimentalismi e ardimento a iosa tra le macerie.

Il film atterrisce - e sensibilizza al contempo - gli spettatori di tutto il mondo. Questo, forse, il suo merito maggiore.

 

5. KING KONG E I SUOI FRATELLI

 

Scimmioni giganti e vendicativi. Pesci, uccelli, insetti, cani: non esiste sulla faccia della Terra specie animale che non sia stata sfruttata in senso mostruoso dal cinema catastofico del decennio 70/80. Non esiste mammifero, rettile o invertebrato del pianeta che non si sia preso, con larghi (e onerosi) interessi, la sua giusta rivincita sul genere umano.

Belve che invadono le città seminando morte e distruzione (King  Kong  e sequel). Mostri marini che uccidono inermi bagnanti (Lo squalo, L'orca assassina). Cani trasformati in killers feroci assetati di sangue (Il branco, Dogs). Micetti domestici pericolosi come fiere assassine (Artigli).

Per non dire dei serpenti (Kobra ), degli insetti (Bees, Swarm), dei topi (Rats), degli alligatori (Alligator), rane (Frogs) e delle belve feroci in genere (Wild Beast).

Animali cattivissimi e inclini allo sterminio indiscriminato, spesso però non senza una qualche ragione. Da ricercarsi - una volta di più -  nella miope crudeltà di gran parte della razza umana.

L'istinto naturale di sopravvivenza sommato all'orrore di essere oggetto di reificazione circense (ancora King Kong, Yeti Il gigante del XX secolo), di abbandono sistematico (Il branco), di immorale sperimentazione genetica (Tentacoli, Pirana), non può che generare mostri.

Le belve in questione puniscono, infatti, un'umanità colpevole e/o distratta. Che ha sacrificato alle leggi del profitto le regole  e  l'eticità  naturali.

Non a caso il sindaco di Amity, la cittadina balneare infestata dallo squalo, andando contro ogni logica di buon senso, si oppone fermamente al divieto di balneazione proposto dal capo della polizia. Ci sono in gioco i cospicui proventi di una stagione turistica appena cominciata.

Richard Harris ne L'Orca assassina  uccide una femmina di Orca incinta nel maldestro tentativo di catturarla  e  venderla a un circo acquatico.

E l'avido petroliere, in King Kong, imprigiona la bestia per farne fenomeno da baraccone per il divertimento - solo momentaneo  - degli spettatori paganti.

I film del filone faunistico (ri)mettono in discussione un’etica (?) capitalista molto spesso edificata sui poveri  resti di un ecosistema  violentato e impazzito.

 

Nel 1972 Frogs, di George Mc Cowan, si presenta con in sé già la summa dei capisaldi del filone animali killer, inscenando una sorta di vendetta della natura contro le coercizioni del genere umano.

 

Jason Crockett, un vecchio patriarca testardo e dispotico, ha invitato la sua famiglia nella villa della propria isola nei mari del Sud per il suo compleanno e per la festa del 4 luglio.

Ma la tradizionale riunione è turbata da una strana aria premonitrice. La mostruosa uccisione del custode della villa è solo l’ inizio di una devastante e sanguinosa rivolta della natura.

Rane, tarantole, ragni, scorpioni, diventano spietati predatori dell’isola. Si scatena la caccia all’uomo, tutto sembrerebbe essere contro la sua sopravvivenza. Il giorno della vendetta della natura è arrivato.

 

Il film - alquanto datato e scialbo nel suo insieme - va menzionato, se non altro, in quanto indicatore topico del faunistico a seguire: l’immagine del paradiso incontaminato opposta a quella esemplare dei rappresentanti corrotti del genere umano, il padre-padrone - cattivo che più cattivo non si può - che paga con la vita, il terrore che cresce in maniera esponenziale allo sviluppo della trama.

Le buone intenzioni ci sono ma la suspence latita qua e là. E nemmeno le scene più cruente riescono a risollevare la situazione. Da seconda serata televisiva nei palinsesti d’estate.

 

Insolito e decisamente più suggestivo - soprattutto per le straordinarie riprese documentarie di Ken Middleton - è Fase IV: distruzione Terra, diretto, nel 1974, da Saul Bass.

 

In un’Arizona invasa dalle formiche, uno scienziato cerca invano di contrastare la loro avanzata e finisce divorato. Si salvano soltanto uno studioso di linguaggi animali e una ragazza.

Perché agli insetti interessa farli prigionieri, per “studiare” organismo e reazioni di una coppia di giovani esseri umani.

 

Ipnotico, inquietante, con possibilità di lettura plurime. Il film trova senz’altro spazio all’interno del filone fantascientifico della natura in rivolta anti-umana, ma la metafora sottesa delle formiche come massa prevaricante sull’individuo affascina e - ci pare - rappresenti qualcosa di più che un’ipotesi forzata.

 

Ancora gli insetti - nella fattispece una razza speciale frutto di radiazioni - sono protagonisti di Bug insetto di fuoco che, nel 1975, coniuga ancora insieme fantascienza entomologa e polemica ecologista.

 

In Georgia da una crepa del terreno prodotta da una scossa di terremoto, fuoriescono migliaia di grossi coleotteri neri che seminano incendi, terrore e devastazione lungo tutta la costa orientale degli Stati Uniti.

Che cosa sono e che cos’hanno questi coleotteri di così terribilmente pericoloso? Come si possono distruggere? Con quali mezzi si può arginare questa spaventosa ondata devastatrice? Gli scienziati si perdono in un labirinto di ipotesi e in sterili discussioni accademiche.

Soltanto James Lamg Parmiter, professore di entomologia di una piccola università, riesce a capire che l’umanità si trova davanti a una forma di vita mai conosciuta prima.

 

Tratto da un romanzo di Thomas Page, La piaga Efesto, Bug è un film di fantascienza animale che omaggia il genere - soprattutto alcuni fra i B-Movie anni ’50 - con qualche buon momento spettacolare e una discreta regia al servizio della storia.

Gli strani coleotteri che sputano vampe di fuoco dalla bocca costituiscono la versione formato ridotto dei cari, vecchi, godzilloni a raggi radioattivi di tanta cinematografia orientale di largo consumo.

Un classico. Da vedere e rivedere; tenendo, se possibile, un estintore a portata di mano.

 

Il 1975  è l’anno de Lo squalo, padre crudele di tutti i film catastrofico-faunistici.

Il terrore viene su dal mare e ha le fauci spalancate e possenti di un enorme predatore bianco assetato di carne e sangue umani.

 

Amity è una ridente cittadina americana che vive di turismo balneare, posta com’è su di un'isola californiana bagnata dal Pacifico.

Una sera, nel corso di una festa di ragazzi sulla spiaggia, la giovane Christine, avventuratasi in mare, viene dilaniata da un enorme squalo.

Lo sceriffo locale Martin Brody vorrebbe immediatamente chiudere le spiagge, ma il sindaco, preoccupato per gli affari della sua comunità, tergiversa. Quando il mostro marino miete una seconda vittima e quando le spiagge sono ormai invase da una folla attratta dall’evento straordinario, Brody ingaggia l'anziano pescatore Quint, il quale con la sua “Orca” e si mette alla caccia del pescecane.

Il terzetto viene completato da Matt Hooper, un esperto di squali inviato dall'Istituto Oceanografico, l'unico ad avere compreso che si tratta di un «solitario» che, allettato dalle prime prede, ha stabilito nella baia la sua “territorialità”.

La lunga e drammatica lotta si conclude con la morte di Quint, la sconfitta “tecnica” di Hooper e la vittoria di Martin, improvvisato e timoroso uomo di mare.

 

Steven Spielberg - qui al suo primo centro al box office - comincia con Lo squalo la propria esplorazione fra i miti (e le paure) dell’immagginario collettivo americano

Il film è un catastrofico marino sostenuto - sin dalla bellissima sequenza d’apertura - da un formidabile senso della suspence e della narrazione che crescono, progressivamente all’incalzare della vicenda.

L’eccezionale prova registica e l’omaggio dichiarato al Moby Dick di Melville dimostrano come un prodotto cinematografico in apparenza soltanto spettacolare, possa ambire legittimamente a significati e valenze alte.

Jaws - come incarnazione del Male assoluto - costituisce, a ben guardare, uno dei mostri più paurosi che il cinema fantastico abbia mai conosciuto.

Il film consegue ben presto un successo formidabile, proiettando il suo regista nell’Olimpo delle stars.

Nelle spiagge di tutto il mondo scoppia la psicosi da squalo. Potenza del (buon) cinema.

 

Passeranno quattro anni prima che, nel 1979, Jeannot Szwarc firmi la regia del secondo (dei quattro complessivi) capitoli-fotocopia della saga.

L'intreccio si snoda intorno alla figura del poliziotto sopravvissuto al primo squalo, e alla sua ossessione vagamente achabiana.

Ma  il senso di già visto condiziona fortemente il giudizio complessivo sul film.

 

Sono trascorsi quattro anni da quando un grande squalo bianco aveva portato il terrore nel piccolo villaggio di Amity. Il pericolo sembrava definitivamente allontanato, quando un altro gigantesco squalo assale un gruppo di ragazzi nel corso di una gara in barca a vela.

Il capo della polizia Brody deve, di nuovo, lottare contro il tempo - e l’incredulità delle istituzioni –per cercare di salvare se stesso e molti bagnanti

 

Il terzo capitolo della serie de Lo squalo è del 1983. Esce in 3D e porta la firma di Joe Alves. La trama basta e avanza - da sola - a illustrare senso e contenuto ideologico del film.

 

Al “Florida’s Sea World” -  nuovissimo parco acquatico e di divertimento dove ogni spettatore ha la possibilità di avvicinarsi al regno marino come mai - grande è l’affluenza di pubblico il giorno dell’inaugurazione.

Alla cerimonia partecipano molti invitati. Tra questi un piccolo squalo sfuggito al controllo della madre e accidentalmente finito nella laguna del parco attraverso una barriera difettosa. Il piccolo paga con la vita questa sua esuberanza scatenando però l’aggressività della madre impazzita i cui 12 metri di lunghezza creano il più agghiacciante clima di panico proprio mentre nelle acque del parco si svolgono le spettacolari evoluzioni previste dal copione.

 

Gli effetti subacquei tridimensionali immergono lo spettatore nel clima della storia. Personaggi e situazioni, però, risultano già ampiamente sfruttati.

 

Sono trascorsi dodici anni da quando il primo squalo ha fatto la sua terrificante apparizione sugli schermi di tutto il mondo, nel 1987 Joseph Sergent si avventura  nell’ultimo - e speriamo definitivo - sequel (dei sequels) della serie, dirigendo Lo squalo 4 - La vendetta. Protagonista ancora un membro della famiglia Brody, il figlio minore, diventato a sua volta capo della polizia con vocazione di cacciatore di pescecani.

 

Sulla scia del successo planetario ottenuto dal mostro spielberghiano - ci siamo rituffati, a nostro rischio e pericolo, nel vortice cinematografico dei Settanta - esplode dappertutto la squalo-mania. Nel corso del biennio 1975 -1977 i temibili predatori del mare diventano - con gli Ufo - gli assoluti protagonisti degli avvistamenti (?) estivi (in Italia anche nei luoghi balneari più improbabili, come la Plaja di Catania); argomento di dotte conferenze da bar e documentari (Uomini e squali, Mare blu morte bianca), film a basso costo provenienti da cinematografie minori (Tintorera, del messicano Renè Cardona jr., frase di lancio: “Su un panfilo nasce un violento morboso amore a tre. Arriva lo squalo Tigre Tintorera…la morte!!! ”; Shark rosso nell’oceano, dell’italianissimo John Old jr., alias Lamberto Bava) e altri, come Mako lo squalo della morte che sfruttano l’onda lunga del capostipite acquatico per strombazzare - pro domo sua - immagini e situazioni mirabolanti, mai viste prima in nessun film: “Finora avete visto squali di gomma e pescecani dietro le sbarre. Se volete conoscere il vero assassino del mare, colui che mangia ogni essere vivente a portata delle sue mascelle, venite a vedere il Mako, lo squalo più feroce del mondo che purtroppo circola anche nel Mediterraneo. Non è grande 20 metri ma l’esemplare che potrete vederere nel film Mako lo squalo della morte è vivo e vero”.

I risultati sono tutti alquanto modesti. Esotismo, belle donne, effettacci al grand-guignol non bastano a coprire voragini di sceneggiatura e regie alquanto approssimative. E’ solo sangue. Sangue su sangue soltanto.

 

 

E’ il 1976 quando il produttore Dino De Laurentiis azzarda il remake  in versione kolossal di King Kong, il capolavoro fantastico diretto da Merian C. Cooper nel 33. Per riuscire nell'impresa si affida ai trucchi - notevoli per l'epoca - di Carlo Rambaldi (Oscar per gli effetti speciali) e a un onesto specialista di film di genere come John Guillermin per la regia.

 

Fred Wilson, della “Petrox”, comanda una spedizione che spera di trovare un ricco giacimento petrolifero su di un'isola pressochè sconosciuta. Nel corso della navigazione viene scoperto a bordo Jack Prescott, giovane professore di Paleontologia che, avuto sentore della spedizione, vi si è aggiunto clandestinamente per cercare esemplari di fauna particolare.

A seguito di una tempesta, viene raccolta a bordo anche l'attricetta Dwan. Giunti nell'isola che, contrariamente alle attese, è abitata, gli indigeni rapiscono Dwan e la offrono a Kong, un gorilla gigantesco, che venerano come divinità. 

Jack, accorso con coraggio, riesce a salvare la ragazza, mentre Fred, per compensarsi del mancato reperimento del petrolio, incatena Kong e lo porta a New York.

Nel corso del pacchiano spettacolo che vorrebbe rievocare il mito de “La bella e la bestia”, Kong si libera, afferra Dwan e si rifugia sui grattacieli di Manhattan, seminando terrore e distruzioni. Gli elicotteri dell'esercito mitragliano il mostro che, messa in salvo la ragazza, muore sotto gli occhi disperati e impotenti di Prescott e Dwan.

 

Il pubblico accorre in massa e si commuove a questa versione della Bella e la Bestia in chiave faunistico-metropolitana; con il mostro dal cuore d'oro che nell'ultima scena si immola e sospinge la sua amata lontano dal pericolo. E proprio l’umanizzazione in chiave positiva dello scimpanzè costituisce - a ben guardare - la trovata vincente del film, che diventa ben presto un successo mondiale, segnando sotto i migliori auspici il debutto cinematografico di Jessica Lange.

Antropomorfo e strappalacrime. Con effetti speciali, il che non guasta.

 

L'inevitabile sequel, per la regia dello stesso Guillermin, si fa attendere dieci anni. Gli esiti - ma c’era da spettarselo - sono alquanto deludenti.

 

Dopo dieci anni si scopre che King Kong non è morto. Si trova, invece, in un ospedale della Georgia dove la dottoressa Amy Franklin gli sta trapiantando un grosso cuore di plastica. Una femmina della stessa razza, una gorilla trovata dall’esploratore Hank Mitchell, fornisce il sangue necessario all’operazione.

Ad intervento riuscito fra i due gorilla scoppia l’amore e insieme fuggono sui monti. Tutti si mettono sulle loro tracce, anche l’esercito che, catturata la femmina, la imprigiona.

King Kong, dopo aver scatenato un’ecatombe, riuscirà infine a liberarla ma verrà abbattuto dai i cannoni dell’esercito. Prima di morire vedrà comunque il gorillino nato dalla loro unione.

Grazie al premuroso intervento di Amy ed Hank, madre e figlio verranno quindi rispediti nel Borneo.

 

Una trama tanto pretestuosa quanto sconclusionata funge da esilissima impalcatura a questo secondo capitolo della saga di Kong. Il macchiettismo involontario di certe situazioni, unito a una certa sciatteria nella scelta delle inquadrature sono - fra troppi - i difetti più evidenti di un film improvvisato.

Senza nemmeno il fascino romantico di uno Z-movie.

 

Un orso dalle dimensioni spaventose semina il terrore fra i campeggiatori di un parco nazionale americano. E’ questa la storia - trita e ritrita, se si escludono le varianti di ambientazione - di Grizzly l’orso che uccide, diretto da William Girdler nel 1976.

E’ tutto talmente vero e terrificante che è quasi impensabile definire questo solo un film”.

Infatti non lo è. Il grizzly di oltre tre metri - che si credeva estinto e che invece se ne va a spasso ad ingozzarsi di appetitose famigliole americane - costituisce il rappresentante ennesimo del sindacato Natura in rivolta contro gli esseri umani. La morale della favola è scontata. La paura - sceneggiatura a parte - non esiste.

 

Le api diventano assassine in Bees lo sciame che uccide. Regia, sempre nel 1976, di Bruce Geller.

 

Una nave, nei pressi di New Orleans, entra in collisione con un cargo proveniente dal Brasile che trasporta un carico di frutta. Quando cominciano a verificarsi delle morti inspiegabili si viene a scoprire che una particolare e pericolosissima specie di api brasiliane“viaggiava” a bordo della nave speronata, e che ad esse sono da addebitarsi le strane morti.

Ogni tentativo di distruggere gli insetti risulta vano e persino l’intervento di un esperto entomologo non sortisce l’effetto sperato. Quando tutto sembra procedere per il peggio i due protagonisti riescono a condurre le api in un luogo isolato e a distruggerle mediante l’abbassamento della temperatura. Ma forse non tutte. Forse qualcuna si è salvata.

 

Il finale allarmistico è la cosa più inquietante di un film per il resto alquanto impacciato.

Peccato. Il titolo lasciava ben sperare.

 

Alla indipendente BBC di Renato Barbieri e Luigi Cozzi si deve, lo stesso anno, la diffusione in Italia di Sssnake, un piccolissimo film del terrore - protagonista un rettile assassino - immesso sul mercato italiano con il titolo più accattivante di Kobra. Nel tentativo di ripercorrere, ancora una volta, le orme profonde impresse da Lo squalo al filone faunistico.

E difatti il film incassa bene. Anche aldilà del suo effettivo valore. Solito sensazionalismo di rito per il lancio della pellicola: “ Più emozionante de “Lo squalo”. Più terrificante de “L’esorcista” ”. Ma i paragoni, francamente, ci sembrano eccessivi.

 

Annunciato come la risposta italiana al King Kong delaurantiisiano Yeti, il gigante del xx secolo esce sugli schermi nel Natale del 1977, segnalandosi da subito come uno dei film più naif e rabberciati della storia del cinema.

 

Un maremoto che ha sconvolto l'Artico riporta alla luce, ibernato in un blocco di ghiaccio un sopravvissuto esemplare di Yeti, l' abominevole uomo delle nevi.

L'industriale Morgan Hunnicut, che vorrebbe servirsene per far pubblicità alle sue imprese, affida all'amico paleontologo Harry Wassermann il compito di rianimare il gigante. Tornato a vivere, lo Yeti dimostra di non gradire le folle che gli si assiepano intorno, mentre si affeziona a Wassermann e soprattutto ai due giovani nipoti di Morgan, Jane e Erwin.

Nell'ombra, intanto, misteriosi concorrenti di Hunnicut, tramano per eliminare lo Yeti, presentandolo come un mostro sanguinario. L'uomo delle nevi fa giustizia da solo dei suoi nemici, poi si lascia convincere da Jane a tornarsene fra le originarie montagne dell'Himalaya.

 

Lo stop frame di Mimmo Crao con pelliccia scimmiesca, tra grattacieli di evidente cartone, acconciato come Fantozzi in versione elettrizzata, restituisce, meglio di tante parole, l’assoluta apoditticità del capolavoro trash di Gianfranco Parolini.

Come ridicolizzare un mito delle fole montanare.

 

Le profondità oceaniche celano altre insidie.

Quelle che Michael Anderson, nel 1977, mette in scena con L'Orca assassina: sfida spettacolare e senza esclusione di colpi tra un pescatore (Richard Harris) e un'orca assetata di vendetta per la morte della femmina incinta.

Il gigantesco cetaceo distrugge tutto ciò che incontra e molto sangue dovrà scorrere prima che il mostro marino venga ucciso. Produce, ancora, Dino De Laurentiis.

Se la trama - tratta da un romanzo di Arthur Herzog - è alquanto semplicistica, l'apologo scoperto ed improbabile, lo spettacolo - di contro - è notevole e si avvale di riprese marine di un certo fascino. La tensione del finale - in mare aperto, fra i ghiacci - peraltro è notevole.

Un cult delle neonate reti commerciali dei primi anni Ottanta. Richard Harris con papalina alla pescatora che urla al pescione: “Ti ucciderò brutto figlio di puttana!”. Meraviglioso.

Nostalgia, nostalgia canaglia.

 

Tentacoli (1977), di Oliver Hellman (Ovidio Assonitis), segna il tentativo di inaugurare una via italiana al filone acquatico-catastrofico.

 

A Solana Beach, in California, dove l'impresa “Trojan” sta scavando un tunnel sottomarino, un bambino e un pescatore scompaiono in mare: quando le acque li restituiscono, i loro corpi appaiono orrendamente sfigurati. Primi di una serie che nel giorni successivi si allungherà paurosamente. I due sono stati vittime di una piovra gigantesca, che gli ultrasuoni del sismografi impiegati dalla “Trojan” hanno fatto impazzire.

Chiamato dal giornalista Ned Turner, il primo a intuire la verità, l'oceanografo Willy Gleason, cui la piovra ucciderà la moglie, tenta di affrontare il mostro, in compagnia dell'amico Mark, con potenti fiocine.

Saranno, invece, due orche addomesticate dallo stesso Gleason a fare a pezzi la piovra.

 

“Per la prima volta nella storia del cinema tutto il fragore della bestia infuriata, tutti i suoni della natura scatenata nella realtà in Quadrifonia (10000 watt) del Sound - Assony Round”. Così i flani. Ovidio Assonitis si picca di imitare in tutto per e per tutto gli americani. Anche nell’effettistica spettacolare, inventandosi un assai improbabile Sound-Assony Round (da notare l’assonanza col cognome del regista) che ottiene il risultato di stordire gli spettatori con il frastuono acustico - e ingiustificato - dei watt sparati ai massimo volumi. Un sensurround all'italiana per un mostro di mare parente povero de Lo squalo, con qualche tentacolo in più e molta tensione in meno.

Sprecate le interpretazioni di John Huston ed Henry Fonda. Sceneggiatura da paura, per un film ad alto rischio trash che non aggiunge niente di nuovo al genere.

 

Dal mare al fiume. Con  un nemico in scala ridotta ma non per questo meno temibile.

Pirana, di Joe Dante, esce nel 1978. Nonostante richiami scopertamente alcune atmosfere di  gore-acquatico de Lo squalo, il film rimane, tutt'oggi, uno dei più riusciti della serie “la morta viene dall'acqua”. A effetto le sequenze sottomarine con i pesci carnivori in azione omicida. Produce Roger Corman. Un nome, una garanzia.

 

Un enorme bacino in disuso è infestato dai terribili pirana, alterati geneticamente dalla Cia per scopi bellici. Un ragazzo e una ragazza, imprudentemente, ignorano i divieti della zona militare e si tuffano in acqua trovando la morte. E’ soltanto l’inizio di un incubo collettivo. Le autorità, infatti,  minimizzano mandandando a morire centinaia di ignari bagnanti. La nuova specie di pirana raggiungerà le acque del mare.

 

L’incipit notturno, i due fidanzatini che decidono di fare un bagno al crepuscolo, è soltanto una delle tante citazioni - evidenti e più sottese - che il talentoso Joe Dante dissemina per il film in omaggio al pescecane, antenato di tutti gli animali killers.

Come ne Lo squalo gli sciabordii ansiogeni delle acque del bacino sono annunciatori del pericolo imminente, e le autorità si mostreranno insensibili ad ogni richiamo ispirato dal buon senso. Come ne Lo squalo il bagno di sangue sarà, dunque, inevitabile. E i pericolosi piranas arriveranno addirittura al mare.

Sanguinolento e vorace - anche nel sostenere una certa tesi antimilitarista - Pirana è uno di quei film che più li guardi e più ti convincono. Non è tutt’oro quello che luccica però di pregi - soprattutto tecnici - ne ha davvero tanti. Catastrofico al sangue.

 

I voracissimi pesciolini piranas (volanti stavolta!) torneranno a far parlar - ancora male - di sè all’inizio del decennio successivo, nel 1981, anno in cui esce sugli schermi di tutto il mondo Pirana paura. Dietro la macchina da presa, al suo esordio, il giovane James Cameron, che molto dopo, tornerà al cinema delle catastrofi con l’ipertrofico Titanic.

Pirana paura è un film low budget, che strizza l’occhio alla serie B d’autore, coniugando thriller e avventuroso. Sesso ed esotismo.

La storia in pillole: nei mari tropicali una progenie di pesci assassini dotati di ali, terrorizza i malcapitati bagnanti. Col terror panico che ne consegue e la colpevole miopia di affaristi e governanti. Visto e stravisto in tanti altri film del genere.

L’amplesso subacqueo iniziale lascia(va) ben sperare. Invece il resto è quasi soltanto noia. Nemmeno gli effetti speciali sono un granchè. All’uscita del film davvero in pochi avrebbero scommesso sull’avvenire registico del giovane James Cameron.

Mai dire mai.

 

Mare che vai pesce che trovi. Barracuda esce nel 1978 per la regia di Harry Kerwin. Produzione tedesco-americana.

 

In una zona costiera della California, un giovane professore analizza la qualità dell'acqua marina. I campioni prelevati confermano i sospetti d'inquinamento, ma sotto c’è qualcosa di strano. Terribili pesci barracuda incombono voracissimi. Il loro DNA è biologicamente alterato.

 

Una curiosa versione fantapolitica di thriller acquatico - più sulla scia di Pirana che de Lo squalo - realizzatata in  evidente ristrettezza di mezzi, ma sostenuta da un buon ritmo narrativo e, cosa più importante, da valide argomentazioni di denuncia poltico-ecologica.

Il racconto fantascientifico - che pure strizza l’occhio ai numerosi catastrofici sulla natura in rivolta - a ben guardare costituisce soltanto un pretesto per un messaggio sociale di denuncia.

Teutonico, a tesi.

 

Un  gigantesco sciame di api assassine in Swarm Incombe!, regia ancora di Irwin Allen, diffonde il terrore nel Sud-Ovest degli Stati Uniti, assediando e distruggendo campagne e città. Comincia con una base militare e una famiglia di campeggiatori attaccata dalle api a Maryville, in un luogo isolato presso un fiume, e finisce con l’Empire State Building che nereggia di api.

L’ultima speranza per l’umanità è riposta nel coraggio di uno sparuto gruppo di scienziati, rimasti da soli a combattere una disperatra lotta contro il tempo e contro un nemico che riescono a comprendere solo in parte.

Sul finire di decennio il cinema delle catastrofi - saccheggiato a man bassa - è costretto a mettere in scena situazioni già copiosamente sfruttate, adattandole ad hoc alla specie animale degenerata di turno (le api erano già state protagoniste del fantascientifico Bees lo sciame che uccide).

Tratto da un romanzo di Arthur Herzog (lo stesso de L’orca assassina) Swarm Incombe! vanta un cast di attori (fra gli altri Michael Caine, Enry Fonda, Richard Widmark) - ancora una volta - ricco e sprecato.

Giocando sul fatto che il regista è il medesimo, i flani promettono “Più terrificante dell’ inferno di cristallo!”.

Ma non è vero niente.

 

In Dogs sono di scena, stavolta, gli ex migliori amici dell'uomo: i cani. Trasformati, nella circostanza, in scatenate belve feroci a caccia di vendetta. Diretto da Burt Brinckerhoff nel 1976, il film viene distribuito in Italia soltanto un anno dopo, sulla scia del successo ottenuto da Il branco (1977), di Robert Clouse. Stesso argomento ma di più vasto consumo spettacolare: narra l'assedio di un gruppo di villeggianti da parte di un branco famelico di cani randagi. 

Il film si apre con l’immagine struggente di un cucciolo abbandonato in prossimità di un bosco, a causa della partenza per le vacanze estive della famiglia che lo aveva in cura. E si chiude con un piano ravvicinato di un uomo che accarezza amichevolmente un cane (lo stesso dell’inizio). In queste due immagini è racchiuso lo spirito del film: l’animale fedele, tradito dall’egoismo dal padrone, si ribella ad esso con ferocia, ma soltanto perché spinto dalle circostanze e dalla fame.

Tratto da un romanzo di David Ficher, Il branco è un catastrofico-faunistico ad alta tensione che non delude lo spettatore amante del genere.

 

Alligator, di Louis Treague, chiude di fatto, nel 1980, un decennio di terrore, popolato da mostri e progenie di belve scatenate e crudeli.

Ambientato in una Chicago notturna e terrorizzata, racconta le gesta efferate di un coccodrillo di fogna (sic!) che divora non pochi, malcapitati, cittadini. Sulla strada del pericoloso rettile anfibio, solite vittime predestinate e soliti eroi senza macchia e senza paura

L’implausibilità del plot è notevole, ma il film tiene, nel suo complesso, grazie soprattutto ad alcune invenzioni visive del regista, che consentono di ricreare un clima plumbeo e soffocante. Un claustrofobismo di interni in certo qual modo anticipatore dell’incubo extraterrestre di Alien.

Cave canem. Ma i coccodrilli - soprattutto se popolano le fogne di grosse metropoli - non  sono davvero da prendere sottogamba.

Notturno, con fauci.


9. CREDITS 

 

AIRPORT (AIRPORT, USA 1970)

Regia George Seaton

Interpreti principali Burt Lancaster, Dean Martin, Jean Seberg, George Kennedy, Helen Hayes, Jacqueline Bisset

Sceneggiatura Alexander Golitzen e F. Preston Ames, dal romanzo omonimo di Arthur Hailey

Musiche Alfred Newman

 

L'AVVENTURA DEL POSEIDON (THE POSEIDON ADVENTURE, USA 1972)

Regia Ronald Neame

Interpreti principali Gene Hackman, Erneste Borgnine, Red Buttons, Carol Lynley, Shelley Winters, Roddy McDowall, Stella Stevens

Sceneggiatura Wendell Mayes e Stirling Silliphant

Musiche John Williams

 

FROGS (FROGS, USA 1972)

Regia George McCowan

Interpreti principali Lyon Borden, Nicholas Cortland, Sam Elliot, David Gilliam, Mae Mercer, Ray Milland, Judy Pace, Adam Roalke, George Skaff, Lance Taylor sr., Joan Van Ark

Sceneggiatura Robert Blees e Robert Hutchison

Musiche Les Baxter

 

KOBRA (SSSNAKE, USA 1973)

Regia William L. Kowalski

Interpreti principali Dirk Benedict, Reb Brown, Jack Ging, Kathleen King, Strother Martin, Heather Menzies, Tim O'connor, Richard B. Shull

Sceneggiatura Hal Dresner

Musiche Pat Williams

 

L'INFERNO  DI CRISTALLO (THE TOWERING INFERNO, USA 1974)

Regia John Guillermin.

Interpreti principali Steve Mc Queen, Paul Newman, William Holden, Faye Dunaway, Fred Astaire, Susan Blakely, Richard Chamberlein, Jennifer Jones, Robert Wagner, Robert Vaughin, Dabney Coleman

Sceneggiatura Stirling Silliphant, dal romanzo omonimo di T. N. Scortia e F. M. Robinson e da La torre di R. M. Stern

Musiche John Williams

 

TERREMOTO (EARTHQUAKE, USA 1974)

Regia Mark Robson

Interpreti principali Charlton Heston, Ava Gardner, Geneviève Bujold, George Kennedy, Lorne Greene, Barry  Sullivan, Lloyd Nolan, Victoria Principal, Walter Mathau

Sceneggiatura George Fox e Mario Puzo

Musiche John Williams

 

AIRPORT 75 (AIRPORT 1975, USA 1974)

Regia Jack Smight.

Interpreti principali Charlton Heston, Karen Black, George Kennedy, Efrem Zimbalist jr., Dana Andrews, Myrna Loy, Sid Caesar, Helen Reddy, Linda Blair

Sceneggiatura Don Ingalls, dal romanzo omonimo di Arthur Hailey

Musiche John Cavacas

 

FASE IV: DISTRUZIONE TERRA (PHASE IV, USA 1974)

Regia Saul Bas

Interpreti principali Rigel Davenport, Lynne Frederick, Michael Murphy, Helen Horton, Alan Gifford,, Robert Henderson

Sceneggiatura Mayo Simon

Musiche Brian Gascoigne

 

24 DICEMBRE 1975 FIAMME SU NEW YORK! (THE BLAZING TOWER, USA 1975)

Regia Jerry Jameson

Interpreti principali Joseph Bell, Lynn Carlin, Anjanette Comer, John Forsythe, Laurie Heineman, Don Meredith, Kelly Jean Peters

Sceneggiatura Jack Turley

 

LO  SQUALO (JAWS, USA 1975)

Regia Steven Spielberg

Interpreti principali Roy Scheider, Robert Shaw, Richard Dreyfuss, Lorraine Gary, Murray Hamilton, Carl Gottlieb

Sceneggiatura Peter Benchley  e Carl Gottlieb, dal romanzo omonimo di Peter Benckley

Musiche John Williams

 

MAKO LO SQUALO DELLA MORTE (MAKO JAWS OF DEATH, USA 1975)

Regia William Grefe

Interpreti principali Jennifer Bishop, John Chandler, Buffy Dee, Richard Jaekel, Ben Konen, Harold Sakata

Sceneggiatura Robert Madaris

    

BUG INSETTO DI FUOCO (BUG, USA 1975)

Regia Jeannot Szwarc

Interpreti principali Badford Dillman, Alan Fudge, Richard Gillizand, Patti Ma Cormack, Joanna Miles, Jamie Smith Jackson, Jesse Vint

Sceneggiatura William Castle e Thomas Page, dal romanzo “La piaga Efesto” di Thomas Page

Musiche Charles Fox

 

KING KONG (KING KONG, USA 1976)

Regia John Guillermin.

Interpreti principali Jeff Bridges, Jessica Lange, Charles Grodin, John Randolph, Rene Auberjonois, Julius Harris, Ed Lauter, Mario Gallo.

Sceneggiatura Lorenzo Semple Jr., da un soggetto di Edgar Wallace

Musiche John Barry

 

YETI: IL GIGANTE DEL XX SECOLO (YETI: IL GIGANTE DEL XX SECOLO, ITALIA 1976)

Regia Gianfranco Parolini (Frank Kramer)

Interpreti principali Loris Bazoky, Mimmo Crao, Steve Elliot, Eddy Fay, Phenix Grant, Tony Kendall, John Stacy, Jim Sullivan

Sceneggiatura Marcello Coscia, Gianfranco Parolini, M. Di Nardo

Musiche Sante Maria Romitelli

 

L'ORCA ASSASSINA (KILLER WHALE, USA/OLANDA1976)

Regia Michael Anderson

Interpreti principali Richard Harris, Charlotte Rampling, Will Sampson, Bo Derek, Robert Carradine, Keenan Wynn.

Sceneggiatura Sergio Donati e Luciano Vincenzoni, da un romanzo di Arthur Herzog

Musiche Ennio Morricone

 

GRIZZLY L'ORSO CHE UCCIDE (GRIZZLY, USA 1976)

Regia William Girdler

Interpreti principali Christopher George, Gene Witham, Tom Arcuragi, Joan McCall, Joe Dorsey, Sandra Dorsey, Amos Gillespie, Vicki Johnson, Charles Kissinger

Sceneggiatura Harvey Flaxman e David Sheldon

Musiche Robert O. Ragland

 

DOGS (DOGS, Germania 1976)

Regia Burt  Brinckerhoff

Interpreti principali David McCallum, George Wyner, Linda Gray, Sandra McCabe, Eric Server, Sterlin Swanson.

Sceneggiatura O'brian Tomalin

Musiche Elan Oldfield

 

BEES LO SCIAME CHE UCCIDE (THE SAVAGE BEES, USA 1976)

Regia Bruce Geller

Interpreti principali Dave Barker, James Best, David L. Gray, Don Hood, Ben Johnson, Michael Parks, Paul Hecht, Horst Buchholz

Sceneggiatura Guerdon Truebloud

Musiche Walter Murphy

 

PANICO NELLO STADIO (TWO MINUTE WARNING, USA 1976)

Regia Larry  Peerce

Interpreti principali Charlton Heston, John Cassavetes, Martin Balsam, Beau Bridges, Gena Rowlands, Walter Pidgeon

Sceneggiatura Edward Hume, da un racconto di George La Fontaine

Musiche Charles Fox

 

IL COLOSSO DI FUOCO (FIRE, USA 1976)

Regia Earl Bellamy

Interpreti principali Ernest Bornigne, Neville Brand, Alex Cord, Patty Duke Stin, Gene Evans, Vera Miles, Donna Mills, Lloyd Nolan

Sceneggiatura Norman Katkoy.

 

TERRORE A 12 MILA METRI (MAYDAY 40000 FEET, USA 1976)

Regia Robert Butler

Interpreti principali Broderick Crawford, Linda Dey George, Christopher George, David Janssen, Don Meredith, Ray Milland

Sceneggiatura Andrew J. Fenady, Harwey Ferguson, D. Nelson, dal romanzo di Austin Ferguson

Musiche Richard Marcowitz

 

TINTORERA (TINTORERA, MESSICO 1977)

Regia Renè Cardona

Interpreti principali Jennifer Ashley, Andres Garcia, Susan George, Fiona Lewis, Hugo Stiglitz

Sceneggiatura R. Bravo

Musiche Basil Doleodouris

 

SALVATE IL “GRAY LADY” (“GRAY LADY” DOWN, USA 1977)

Regia david Greene

Interpreti principali Ned Beatty, David Carradine, Ronny Cox, Rosemery Forsyth, Charlton Heston, William Jordan, Stacy Koach, Jack Rader

Sceneggiatura Howard Sackler e James Whittaker, dal romanzo Event 1000 di David Lavallee Musiche Jerry Fielding

 

AIRPORT 77 (AIRPORT 77, USA 1977)

Regia Jerry Jameson

Interpreti principali Jack Lemmon, James Stewart, Lee Grant, Brenda Vaccaro, Olivia de Havilland, Joseph Cotten, George Kennedy, Christopher Lee

Sceneggiatura Michael Scheff e David Spector

Musiche John Cacavas

 

L'ULTIMA ONDA (THE LAST WAVE, AUSTRALIA 1977)

Regia Peter Weir

Interpreti principali Richard Chamberlain, Olivia Hamnet, Frederick Parslow, Vivean Gray,  David Gulpilil, Najwarra Amagula.

Sceneggiatura Tony Morphett, Petru Popescu, Peter Weir

Musiche Charles Wain

 

ULTIMI BAGLIORI DI UN CREPUSCOLO (TWILIGHT’S LAST GLEAMING, USA 1977)

Regia Robert Aldrich

Interpreti principali Burt Lancaster, Richard Widmark, Charles Durning, Melvyn Douglas, Paul Winfield, Burt Young, Joseph Cotten, Vera Miles

 Sceneggiatura  Ronald M. Cohen  e  Edward Huebesch, dal romanzo “Viper Three” di Walter Wager

 Musiche Jerry Goldsmith. La Canzone "My Country" (Tis of thee) è eseguita da Billy Preston

 

BLACK SUNDAY (BLACK SUNDAY, USA 1977)

Regia John Frankenheime

Interpreti principali Robert Shaw, Bruce Dern, Martha Keller, Fritz Weaver, Steven Keatz, Bekim Fehmiu

Sceneggiatura Ernest Lehman, Ivan Moffat, Kenneth Ross, da un romanzo di Thomas Harris

Musiche John Williams

 

IL TOCCO DELLA MEDUSA (THE MEDUSA TOUCH, GB 1977)

Regia Jack Gold

Interpreti principali Richard Burton, Lee Remick, Lino Ventura, Marie-Cristine Berrault, Derek Jacobi

Sceneggiatura John Briley, da un romanzo di Peter Van Greenaway

Musiche Michael J. Lewis

 

CASSANDRA CROSSING (CASSANDRA CROSSING, ITALIA 1977)

Regia George Pan Cosmatos

Interpreti principali Richard Harris, Sophia Loren, Burt Lancaster, Ava Gardner, Martin Sheen, Ingrid Thulin, Alida Valli, Lou Castel,  Lee Strasberg.

Sceneggiatura Robert Katz e George Pan Cosmatos

Musiche Jerry Goldsmith

 

ROLLERCOASTER - IL GRANDE BRIVIDO (ROLLERCOASTER, USA 1977)

Regia James Goldstone

Interpreti principali George Segal, Richard Widmark, Timoty Bottoms, Henry Fonda, Helen Hunt, Henry Guardino

Sceneggiatura Richard Levinson  e William Link

Musiche Lalo Schifrin

 

IL BRANCO  (THE PACK, USA 1977)

Regia R.Clouse

Interpreti principali Hope Alexander Willis, R. G. Armstrong , Bibi Besch ,  Joe Don Baker, Sherry Knight, Richard O'brien, Richard B. Shull, Delos V. Smith Jr., Ned Wertimer

Sceneggiatura Robert Clouse, dal romanzo omonumo di David Ficher

Musiche Lee Holdridge

 

ARTIGLI (THE UNCANNY, CANADA/GRAN BRETAGNA 1977)

Regia Denis Heroux

Interpreti principali Peter Cushing, Donald Pleasence, Ray Milland, Joan Greenwood, Alexandra Stewart, Samantha Eggar, John Vernon.

Sceneggiatura Michel Parry

Musiche Wilfred Josephs

 

TENTACOLI (TENTACOLI, ITALIA 1977)

Regia Oliver Hellman (Ovidio Assonitis)

Interpreti principali John Huston, Shelley Winters, Henry Fonda, Bo Hopkins, Delia Boccardo, Cesare Denova

Sceneggiatura Steve Carabatsos e Tito Carpi

Musiche Stelvio Cipriani

 

NEW YORK PARIGI AIR SABOTAGE ’78 (DEATH FLIGHT, USA 1977)

Regia David Lowell Rich

Interpreti principali Barbara Anderson, Bert Convy, Peter Graves, Lorne Greene, George Maharis, Burgess Meredith, Brock Peters, Robert Reed, Susan Strasberg

Sceneggiatura Heyer Dolinsk e Robert L. Joseph

Musiche John Cacavas

 

VALANGA (AVALANCHE, USA 1978)

Regia Corey Allen

Interpreti principali Rock Hudson, Mia Farrow, Robert Forster, Janette Nolan, Rick Moses, Barry Primus

Sceneggiatura Corey Allen e Claude Pola, da una storia di Frances Soel

Musiche William Kraft

 

METEOR (METEOR, USA 1978)

Regia Ronald Neame

Interpreti principali Sean Connery, Natalie Wood, Henry Fonda, Trevor Howard, Martin Landau, Brian Keith, Joseph Campanella, Richard Dysart

Sceneggiatura Stanley Mann e Edmund H. North

Musiche Laurence Rosenthal

 

LO SQUALO 2 (JAWS 2, USA 1978)

Regia Jeannot  Szwanc

Interpreti principali Roy Scheider, Lorraine Gary, Murray Hamilton, Joseph Mascolo, Jeffrey Kramer, Collin Wilcox.

Sceneggiatura  Carl Gottlieb e Howard Sackler, sui personaggi creati da Peter Benchley

Musiche John Williams

 

SWARM (INCOMBE!) (THE SWARM, USA 1978)

Regia Irwin Allen

Interpreti principali Michael Caine, Katharine Ross, Richard  Widmark, Henry Fonda, Richard Chamberlain, Olivia de Havilland, Fred Mac Murray, Ben Johnson, Josè Ferrer, Slim Pickens, Bradford Dillman.

Sceneggiatura  Stirling Silliphant, dal romanzo di Arthur Herzog

Musiche Jerry Goldsmith

 

PIRANA (PIRANHA, USA 1978)

Regia Joe Dante

Interpreti principali Bradford Dillman, Heather Menzies, Barbara Steele, Kevin Mc Carthy, Keenan Wynn, Dick Miller,  Paul Bartel

Sceneggiatura John Sayles 

Musiche Pino Donaggio

 

BARRACUDA (BARRACUDA THE LUCIFER PROJECT, USA/GERMANIA OVEST 1978)

Regia Harry Kerwin

Interpreti principali Wayne David Crawford, Jason Evers, Roberta Leighton, Scott Avery, Cliff Emmich, William Kerwin, Henry Kewin

Sceneggiatura Wayne Crawford  e Harry Kewin

Musiche Klaus Schulze

 

URAGANO (HURRICANE, USA 1979)

Regia John Troell

Interpreti principali Jason Robards, MiaFarrow, Max Von Sydow, Trevor Howard, Dayton Ka'ne, Timothy Bottoms

Sceneggiatura Lorenzo Semple Jr.

Musiche Nino Rota

 

AIRPORT 80 (AIRPORT 80, USA 1979)

Regia David Lowell Rich

Interpreti principali Alain Delon, Robert Wagner, Sylvia Kristel, George Kennedy, Bibi Anderson, Susan Blakely, Mercedes McCambridge

Sceneggiatura  Erick Roth, basato sui personaggi di Arthur Hailey

Musiche Lalo Schifrin

 

CITTA' IN FIAMME (CITY ON FIRE, USA/CANADA 1979)

Regia Alvin Rakoff

Interpreti principali Susan Clark, Henry Fonda,.James Franciscus, Ava Gardner, Barry Newma, Leslie Nilson  Shelley Winters 

Sceneggiatura  J. Hilla, Celine La Freniere, David P. Lewis

Musiche Matthew Mccauley e William Mccauley

 

SINDROME CINESE (THE CINA SYNDROME, USA 1979)

Regia James Bridges

Interpreti principali Jeane Fonda, Michael Duglas, Jack Lemmon, Scott Brady, Wilford Brimley, Stan Bohrman, Michael Alaimo

Sceneggiatura James Bridges, T.S. Cook, Mike Gray

Musiche Stephen Bishop

 

ORMAI NON C'E' PIU' SCAMPO (WHEN TIME RAN OUT, USA 1980)

Regia James Goldstone

Interpreti principali Paul Newman, Jacqueline Bisset,William Holden, Eddie Albert, Ernest Borgnine, Valentina Cortese, Barbara Carrera, Burgess Meredith, James Franciscus.

Sceneggiatura Carl Foreman e Stirling Silliphant, dal romanzo “The day the world ended” di Gordon Thomas e Max Vitts Morgan

Musiche Lalo Schifrin

 

ALLIGATOR (ALLIGATOR, USA 1980)

Regia Lewis Treague

Interpreti principali Robert Forstyer, Robin Riker, Michael Gazzo, Perry Lang, Sue Lyon, Henry Silva

Sceneggiatura John Sayles

Musiche Ronald Medico e Larry Rock

 

PIRANA PAURA (PIRANA 2, USA 1981)

Regia James Cameron

Interpreti principali Tracy Berg, Carole Davis, Leslie Graves, Lance Henriksen, Connie Lynn Hoden, Steve Marachuck, Tricia O’Neil, Ricky G. Paull, Ted Richert, Arnie Ross

Sceneggiatura H. S. Milton

Musiche Steve Powder

 

LO SQUALO 3 (JAWS 3, USA 1983)

Regia Joe Alves

Interpreti principali Dennis Quaid, Bess Armstrong, Simon McCorkindale, Louis Gosset jr., Lea Thompson

Sceneggiatura Carol Gottlieb e Richard Mattheson

Musiche Alan Parker

 

THE DAY AFTER (THE DAY AFTER, USA 1983)

Regia Nicholas Mayer

Interpreti principali Jason Robards, JoBeth Williams, Steve Guttenberg, John Liothgow, Kyle Aletter, Bibi Besch, Jeff East, Jobert Williams

Sceneggiatura Edward Hume

Musiche David Raksin e Virgil Thomas

 

WILD BEAST - BESTIE FEROCI (WILD BEAST, ITALIA 1984)

Regia Franco Prosperi

Interpreti principali Lorraine De Selle, John Aldrich, Loisa Loyd, Ugo Bologna

Sceneggiatura Franco Prosperi

Musiche

 

SHARK - ROSSO NELL’OCEANO (SHARK - ROSSO NELL’OCEANO, ITALIA, 1984)

Regia John Old jr. (Lamberto Bava)

Interpreti principali Michael Sopkiw, William Berger, Dagmar Lassander, Valentine Monnier

Sceneggiatura Gianfranco Cierili, Hervè Piccini, Dardano Sacchetti, Frank Walker

Musiche Anthony Barrymore

 

RATS - NOTTE DI TERRORE (RATS, ITALIA/FRANCIA 1985)

Regia Vincent Dawn

Interpreti principali Richard Rymond, Jan Ryann, R. Gross, Alex McBride

Sceneggiatura Claudio Fragasso e Hervè Piccini

Musiche Luigi Ceccarelli

 

KING KONG 2 (KING KONG LIVES, USA 1986)

Regia John Guillermin

Interpreti principali Brian Kerrwin, Linda Hamilton, John Ashton, Peter Michael Goetz, Frank Maraden, Marc Clement

Sceneggiatura Steven Pressfield e Ronald Shusett

Musiche John Scott

 

LO SQUALO 4 - LA VENDETTA (JAWS 4, USA 1987)

Regia Joseph Sergent

Interpreti principali Lorraine Gary, Lance Guest, Mario Van Peebles, Karen Young, Michael Caine, Judith Barsi

Sceneggiatura Michael De Guzman

Musiche Michael Small

 

Per PAGINE 70 - Mario Bonanno


Il compendio verrà presto corredatro da immagini


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